SABATO 26 NOVEMBRE 2016, 000:02, IN TERRIS

Incapaci di comunicare

ELEONORA MOSTI
Incapaci di comunicare
Incapaci di comunicare
Sempre più complesso e difficile è il sapersi relazionare con il nostro prossimo sia che esso lo si incontri in famiglia, nel rapporto di lavoro, nei contesti pubblici o nelle istituzioni laiche e religiose. Perché in questo tempo è così difficile parlarsi senza che il nostro dialogare sia intriso di meta-messaggi e ancor più gravemente, accompagnato da una logica del sospetto?

Proviamo a pensare quando ci rechiamo presso un ufficio pubblico, i nostri immediati pensieri che si affacciano sono quelli che inesorabilmente rendono già in partenza la relazione negativa: “Chissà quanto dovrò attendere una risposta, chissà se incontrerò impiegati competenti, chissà cosa trameranno per non accogliere le mie richieste”…e così ci carichiamo talmente tanto che arrivati sul luogo dell’incontro già il nostro sguardo somiglia a quello di un guerriero pronto all’attacco. Il risultato sarà poi la somma di tutto il nostro pensare sospettoso e negativo.

Oggi poi, grazie a certi modelli televisivi, ai nostri social, anche in famiglia la logica della diffidenza la fa da padrona. Tra coniugi, tra genitori e figli, tra fratelli. Quando in tempi non sospetti abbiamo abdicato a stili diversi di comunicazione, dove chi doveva ottenere i propri profitti ha poco considerato o negato le conseguenze, abbiamo dichiarato guerra al dialogo fatto oltre che di parole anche di sguardi e gesti, dando la priorità all’immediatezza, all’efficienza e poco all’efficacia.

Nel contesto familiare, per esempio, la logica del sospetto può entrare in scena solo per il fatto che abbiamo interpretato in modo errato un sms, una faccina su whatsapp, un cuore. Ma che voleva dire in verità in quel messaggio? Perché mi ha scritto con quella immagine? Così il ricevente genitore, per esempio, si ritrova a dover decodificare il nulla in un messaggio ricevuto dal proprio figlio. O la moglie che non ricevendo cuori e baci dal proprio marito si sente trascurata, quando poi si accorge che lui ne invia tranquillamente in altri gruppi. Così il sospetto si insinua nella relazione di coppia, per non parlare poi dei controlli nascosti dei cellulari che i due coniugi potrebbero scambiarsi.

Ormai siamo nella “rete”, ma in tutti i sensi! Dai messaggi non comprendiamo i toni, a volte neppure il senso. Puo’ una faccina, diciamocelo, dare valore e sostituire un bacio vero? Un abbraccio? Il senso e il valore di una parola pronunciata?

Mi chiedo dunque perché siamo diventati cosi tutti sospettosi l’uno dell'altro, poco desiderosi di accoglienza e accettazione del mondo dell'altro, perché subito giudicato come predatore del nostro bene. Quale sofferenza tremenda stiamo vivendo se dai nostri comportamenti il più delle volte le azioni sono di attacco? La radice di questo atteggiamento di diffidenza, a mio parere, è prima di tutto di natura educativa, negli ultimi anni abbiamo appreso, da un condizionamento criptato , che tutta la nostra vita la possiamo giocare in termini di “avere, potere, prevalere”.

Gli stili comunicativi veicolati da ogni agenzia sono spesso indotti da toni accesi ricoperti di aggressività, intolleranza e appunto sospetto. Comprenderete bene che in tutto questo sistema potrebbe mai sussistere la logica, per esempio, dell’aprire le porte ad altre persone in difficoltà, se tutta la nostra esistenza è impregnata di poca fiducia nei confronti dell’altro? Pensiamo ad un immigrato che dal momento in cui arriva non fa che portare contestualmente situazioni di sospetto: è qui come un nemico, porta malattie, toglie lavoro ad altri.

Altra radice di questa Babele è la delusione che in noi suscitano i nostri governanti che mai come in questo tempo hanno apportato nel nostro sistema modelli di riferimento di bassa fattura, nei loro confronti viviamo la logica del sospetto avendo condotto anni di politica troppo spesso corrotta. Come fidarsi di certi illustri personaggi? Come non evidenziare poi che la logica del sospetto è anche di natura spirituale: l’uomo di oggi ha dimenticato l’amore di Dio. Negandone l’esistenza, ha negato pure la dimensione del proprio peccato e quindi il bisogno di perdono. Il Dio negato oggi è quello che ci vede perdenti, perché è un non violento e ha logiche di perdono e non di giudizio. A differenza nostra, che ci sentiamo protagonisti assoluti della vita o della morte dell’altro. Tutti possono tutto. E questo è il decadimento più totale della nostra civiltà.

Come uscire da tutto questo? Potremo mai ritornare a convivere con sentimenti positivi di fiducia reciproca, di ascolto, di benevolenza, al di là di una prudenza e di un sano discernimento che comunque naturalmente devono accompagnare la nostra vita?
La speranza che prima o poi torneremo ad una condotta più serena, non deve morire in noi, ma tutto questo sarà possibile solo a patto che fermeremo il nostro agire frenetico e delirante in nome di un sano riconoscimento, dentro ognuno di noi prima di tutto, dei nostri errori.

Cominciamo già nella nostra famiglia a saper riposizionare quei confini di bene, troppe aperture senza guardianie hanno creato nelle nostre case accessi pericolosi, è entrato di tutto. Occorre allora la volontà di risanare il proprio territorio familiare con un serio e prudente filtraggio, con una riflessione che deve partite dalla percezione che il senso di responsabilità non prevede la delega della colpevolezza. Sì perché è molto facile e liberatorio affermare che è colpa degli altri.

Lo stesso procedimento occorrerà adottare con gli altri soggetti sociali. Anche nelle istituzioni abbiamo lasciato varchi aperti a causa della nostra assenza di guardia e di sano protagonismo. L’astensione al voto, per esempio, degli ultimi anni ha permesso l’accesso ai luoghi di potere da parte di figure “nemiche”, nel senso di persone che hanno giurato fedeltà alla Repubblica pur sapendo di avere nella mente altri scopi e altri “paesaggi”.

Nella nostra Chiesa, infine, ritorniamo alla preghiera che accomuna, che ci rende uno davanti al Signore, ci purifica da giudizi e sospetti che sappiamo bene hanno origine solo dal “divisore” per eccellenza. Ma qualora si riscontrasse l’esigenza di chiarimenti, i nostri pastori agiscano con amorevole docilità e spirito costruttivo per raggiungere quella Verità che richiede comunque silenzio e preghiera in ascolto del Padre.

In questo tempo di terremoti abbiamo provato, chi più chi meno, quella paura che induce in noi un senso di impotenza. Ma ogni giorno la nostra vita è impotente. Noi non possiamo sentirci superiori a tutto. Anche la natura lo sa e ce lo ricorda a suo modo. Ma anche in questa terribile esperienza il sospetto l’ha fatta da padrona. Durante le trasmissioni, sui giornali si è detto di tutto e come risultato, a distanza di tempo, la domanda sospettosa è stata veicolata: cosa ci nascondono? Il territorio italiano, il mondo è in serio pericolo? Dobbiamo dunque avere il coraggio e la determinazione di dire basta a tutto questo e ci sostenga nel cammino riparativo anche uno stile comunicativo leale che i media devono veicolare, libero da logiche legate soprattutto ai poteri forti.

Il sospetto porta solo alla divisione, all’immobilismo psicologico, relazionale e spirituale. E’ uno dei tanti virus da debellare con radicale fermezza. Semplicemente non ci appartiene, è qualcosa di derivato, non rientra nella nostra natura. Riprendiamoci in mano ciò che fa della nostra vita un capolavoro: l’amore per la Bellezza, il trionfo della Verità sulla menzogna, l’Onestà intellettuale che apre il dialogo e l’ascolto dell’altro come un fratello, senza quel timore o quella diffidenza che allontana , separa e che conduce inevitabilmente alla fine di ogni relazione umana.
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