Da Kiev e Gaza all’Istituto Tumori: l’ltalia che accoglie i piccoli malati

Il reparto di pediatria oncologica dell’Istituto Nazionale Tumori di Milano diretto dalla dottoressa Maura Massimino ha accolto i minori malati di cancro provenienti dall’Ucraina e da Gaza. La sua testimonianza a Interris.it

Nell'immagine: a sinistra Foto di PublicDomainPictures da Pixabay, a destra la dottoressa Maura Massimino (per gentile concessione(

La prima e ultima volta che aveva visto delle ferite di guerra era stato quasi quarant’anni prima in un ospedale militare nel Golan e non si aspettava di trovarsi nuovamente sotto gli occhi gli effetti di bombe e missili sul corpo di bambini e ragazzi. “All’inizio ero sconvolta, non ci potevo credere”, racconta a Interris.it la dottoressa Maura Massimino, Direttore della Struttura Complessa Pediatria (oncologica) della Fondazione IRCCS Istituto Nazionale dei Tumori di Milano. Torna con la mente ai primi giorni dell’accoglienza di minori malati di cancro evacuati dall’Ucraina il più rapidamente possibile per salvarli dalle armi dell’esercito russo e garantirgli le cure mediche. Mentre i conflitti infiammano il fianco est del continente europeo e il Vicino Oriente, per il suo reparto sono passati trentatré bambini e ragazzi ucraini e negli ultimi mesi sono arrivati i piccoli pazienti oncologici messi in salvo dal cumulo di macerie che adesso è la Striscia di Gaza, mediante l’iniziativa umanitaria realizzata dal Ministero degli Esteri e l’impegno di don Aldo Buonaiuto, sacerdote della Comunità Papa Giovanni XXIII fondata da don Oreste Benzi.

La salute dei bambini

Le strutture sanitarie durante le guerre finiscono per diventare obiettivi. Migliaia di attacchi si sono registrati in Ucraina, mentre solo una parte dei 36 ospedali di Gaza rimane parzialmente funzionante, denuncia l’Organizzazione mondiale della Sanità. Danneggiare o distruggere i luoghi di cura significa colpire i più vulnerabili, cioè i malati. I più fragili tra loro, nel caso dei pazienti pediatrici oncologici. A pochi giorni dall’inizio dell’aggressione russa in Ucraina nasce l’iniziativa umanitaria Safer Ukraine per l’evacuazione medica di bambini a cui è stato diagnosticato un cancro e per farli arrivare all’estero affidandosi alla rete internazionale di oncologia pediatrica, aiutata dalla scelta dell’Unione europea di concedere la protezione temporanea agli ucraini in fuga, principalmente donne e minori. La collaborazione dell’Istituto ad accogliere ribadisce e ci ricorda che il diritto alla salute e l’accesso alle cure non hanno confini. “A nessun livello si parla della salute dei bambini ma farlo è un diritto e un dovere sociale”, interviene Massimino, “e non si tratta unicamente di una spinta morale, dato che secondo uno studio migliori cure ai bambini che si ammalano di tumore ridurrebbero considerevolmente la spesa”.

I primi arrivi

E’ l’11 marzo quando atterrano allo scalo milanese di Linate i primi pazienti insieme ai loro accompagnatori, principalmente le madri, arrivati grazie a un corridoio umanitario istituito da Fondazione Soleterre e Regione Lombardia. Nell’emergenza della guerra, la priorità l’hanno avuta i più gravi, in una situazione disperata non solo per le loro condizioni di salute. Senza nulla, con documentazione medica incompleta e la barriera linguistica a ostacolare la comunicazione. La macchina della solidarietà però si mette in moto. “Una task force di onlus ed enti terzo settore ha fornito vestiti, saponette, sim per il telefono, tessere per la spesa e, da CasAmica, Lega italiana lotta contro i tumori (Lilt), Associazione Prometeo, Salute Donna, Istituto Cardinal Ferrari, hanno aperto le porte delle strutture anche ai bambini”. Ai permessi di soggiorno e alla burocrazia ha rimediato la generosità di un volontario, ex prefetto di Milano in pensione, che, delegato, metteva i documenti in regola su un banchetto all’interno il centro.

Nell’immagine: a sinistra foto Lucia Contro ©, a destra foto © Olga Nigro

La cura

La convivenza all’inizio non è semplice, c’è diffidenza e le diversità lessicali e culturali non facilitano il contatto tra i due mondi. Con l’aiuto di mediatori culturali e di una giovane dottoressa armena che conosceva il russo, si arriva a gestire l’imprevedibile. “Dopo i primi casi molto gravi sono arrivati pazienti in condizioni migliori, ma il differente temperamento, le tremende storie personali e famigliari dovute alla malattia e alla guerra, le tensioni tra gli ucraini occidentali e quelli del Donbas, la difficoltà ad accettare un’altra alimentazione, ci hanno spinto a riorganizzarci”. Il gioco, come sempre, funge da collante. “Li portiamo in gita, li facciamo giocare a calcetto e proponiamo laboratori come quello di ceramica o di relazione non verbale, questo li unisce”. Una distanza però resta, anche in chi sceglie di stabilirsi in Italia. “Sono un popolo orgoglioso e frequentano più che altro la comunità ucraina, evitano di mischiarsi, anche se abbiamo qui una vera scuola, continuano a seguire da remoto quella del loro Paese”. Nonostante questo, a sugello del rapporto che si è costruito, due famiglie ucraine parteciperanno alla visita da Papa Leone XIV il 14 gennaio in Vaticano.

Esperienza dolorosa

Al tempo della “terza guerra mondiale a pezzi”, le emergenze umanitarie appaiono in diverse parti dello scacchiere internazionale, ma a pressoché qualunque latitudine le vittime sono sempre i più fragili. Come per i loro coetanei dell’est europeo, anche i minori di Gaza in cura per il cancro devono sperare nell’aiuto dall’esterno per potersi continuare a curare. Anche per loro sembra mettersi in piedi un meccanismo di soccorso simile a quello pensato per gli ucraini, ma il silenzio cala sull’iniziativa. Massimino contatta don Buonaiuto, che in precedenza aveva invitato il ministro degli Esteri Antonio Tajani a far evacuare e accogliere in Italia i piccoli malati. “Un’esperienza in cui abbiamo accolto un minor numeri di pazienti, ma dolorosa sotto tanti punti di vista”, riflette la dottoressa. La sera del 13 febbraio 2025 allo scalo romano di Ciampino arriva il primo gruppo di 14 palestinesi. In tarda notte all’Istituto tumori non arrivano però i cinque pazienti previsti, bensì solo uno. “Una bambina affetta da paralisi cerebrale infantile che soffriva di un rabdomiosarcoma metastatico e non riusciva pressoché né a vedere né a sentire. E stata ricoverata qui fino al 26 giugno, quando l’abbiamo trasferita alla Casa Sollievo bimbi di Vidas, un hospice pediatrico”, racconta la direttrice. “Il 26 settembre è andata in paradiso”. Nel tempo della lunga e delicata degenza, la madre della piccola si è ammalata ed è stata ricoverata nel suo stesso reparto. In quei mesi si è creato anche un rapporto di confidenza tra la dottoressa e la paziente. “Scherzavamo insieme e le abbiamo comprato i vestiti”, ricorda la direttrice.

L’effetto della guerra

Essere a così stretto contatto con il dolore provocato dalla guerra, inflitto a chi già lotta per la vita, ha avuto qualche effetto su di lei? L’ha in qualche modo cambiata? La dottoressa risponde: “Trovo un’insostenibile discriminazione il fatto che non ci si batta per i bambini ucraini”. Al tempo stesso aggiunge, pensando a Gaza, “ho l’impressione che questa guerra non finisca mai”.

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