La guerra al latte materno

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Non posso credere di leggere titoli con me e mia figlia per una cosa che faccio ogni giorno. È veramente così umiliante e irreale per non dire altro”. A parlare è Mara Martin, 30 anni, di professione modella amatoriale, divenuta famosa per aver deciso di sfilare per Sports Illustrated mentre allattava al seno sua figlia Aria (5 mesi).

Critiche

Celebrità di cui la top model avrebbe, probabilmente, volentieri fatto a meno. La notizia, ripresa da diversi quotidiani online, ha fatto il giro della rete, attirando numerose critiche nei confronti di Martin. “Era proprio necessario allattare in passerella?” ha scritto un utente. “Questo è puro esibizionismo” ha commentato un altro. Stupita da tanto livore, la modella ha affidato la sua replica a Instagram: “Sono sorpresa di essere finita al centro dell'attenzione per una cosa che faccio ogni giorno. Ma sono molto grata di poter condividere questo messaggio e, auspicabilmente, normalizzare l'allattamento al seno e mostrare agli altri che le donne possono fare tutto“. Specie, ha aggiunto in una successiva intervista, se non possono permettersi una baby sitter “come me”. 

Dibattito

Spiegazione che non ha convinto appieno. E, in effetti, il dubbio che dietro questa mossa si nasconda una grossa operazione pubblicitaria resta. Ma almeno a Martin va riconosciuto di aver in auge un dibattito che va avanti da anni. Protagoniste della querelle sono le stesse donne, divise sull'allattamento al seno. C'è chi lo considera il momento più intimo e toccante della maternità e chi non vuole nemmeno sentirne parlare, per le conseguenze fisiche e sulla vita sociale e lavorativa. Basti pensare che, secondo le statistiche, a tre mesi di vita del neonato il numero di mamme che allatta al seno si riduce della metà. Dato che scende al 6,5% a 6 mesi dal parto. 

Poppate in pubblico

Non solo. Esiste anche un problema di opportunità. La gran parte dei pediatri invita le mamme a nutrire i propri neonati “a chiamata” (cioè in ogni momento in cui ne abbiano bisogno, senza stabilire orari). Questo comporta la necessità, talvolta, di dover attaccare il piccolo anche quando si è all'aperto o in un luogo pubblico, alla presenza di estranei. All'inizio del 2017 in Italia ha fatto scalpore il caso di una donna di Biella che su Facebook aveva raccontato di essere stata severamente ripresa dal personale di un ufficio postale per aver allattato nella sala principale della struttura. Ne derivò una mobilitazione trasversale della politica con l'allora ministra della Pubblica Amministrazione, Marianna Madia, a fare da capofila per assicurare a tutte le madri il diritto ad allattare in pubblico. Poste Italiane, successivamente, parlò di “malinteso”, assicurando che nei suoi uffici non esiste “alcun divieto a riguardo”. 

La legge 

La legge italiana non limita l'allattamento in pubblico né lo consente. Nel vuoto normativo tutto è rimesso alla sensibilità di privati cittadini ed esercenti e alla buona creanza delle mamme, chiamate, magari, a mettersi in posizioni appartate e a coprirsi opportunamente. A livello mondiale questa pratica, anche al di fuori della propria abitazione, è generalmente accettata. Persino in Arabia Saudita (dove è vietato alle donne mostrare parti del loro corpo) non è inusuale vedere mamme che attaccano i propri bebè in pubblico. Negli Stati Uniti l'unica eccezione è quella dell'Idaho, nel quale le poppate alla presenza di estranei sono illegali. Tuttavia per chi trasgredisce non è previsto alcun procedimento giudiziario. 

Gender 

Sul tema è, recentemente, entrata a gamba tesa Pediatrics, rivista dell'accademia americana di pediatria, che in uno studio ha criticato l'utilizzo, da parte di governo e professionisti, del termine “naturale” quando ci si riferisce a questa pratica. Secondo il magazine “associare la natura alla maternità può inavvertitamente sostenere argomentazioni biologicamente deterministiche sul ruolo degli uomini e delle donne nella famiglia (per esempio, che dovrebbero essere principalmente le donne a prendersi cura dei bambini)”.

Politica

L'ultimo capitolo di questa vicenda stato scritto all'inizio di luglio, quando, secondo il New York Times, gli Stati Uniti si sono opposti alla mozione con cui l'Organizzazione mondiale della sanità puntava a rilanciare a livello globale l'allattamento al seno, chiedendo ai vari Paesi di scoraggiare l'utilizzo di succedanei. Ma perché l'amministrazione Trump, da sempre schierata su tematiche “pro-vita“, osteggerebbe la cosa più naturale che esiste? Per “favorire le aziende che producono latte artificiale” sostiene il Nyt. Il governo americano si è affidato a Brett Giroir (del dipartimento della Salute) e Alma Golden (dell'agenzia Usa per lo Sviluppo Internazionale) per smentire l'insinuazione e precisare la propria posizione. “L'amministrazione americana sostiene totalmente l'allattamento al seno – hanno scritto sul New York Post – e ha dato il suo consenso alla risoluzione dell'Oms. Sosteniamo questa pratica non solo a Ginevra (sede dell'organizzazione ndr). Per anni il governo americano (sia con i democratici che con i repubblicani) ha stanziato milioni di dollari per promuovere l'allattamento al seno sia in patria che all'estero”. Quello che è stato contestato, proseguono, è il riferimento della bozza a un “controverso” documento del 2016, cui si era opposta anche l'amministrazione Obama. Nel mirino, in particolare, ci sono le linee guida che impongono ai Paesi di adottare “nuove e severe restrizioni sulla vendita dei prodotti destinati ai bambini di età compresa fra i 6 mesi e i 3 anni“. Ciò, secondo il governo americano, “impedisce ai genitori di avere tutte le informazioni di cui potrebbero avere bisogno”. 

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