“Scatena la vita”: cercare i nostri “perché” per far brillare i nostri “come” – Audio

Intervista al professor Alfredo Altomonte che racconta il suo nuovo libro scritto a quattro mani con Fra Emiliano Antenucci

ULTIMO AGGIORNAMENTO 0:13

“Scatena la vita! Se hai un perché troverai ogni come” (Edizioni Rubbettino). Si intitola così il libro di Alfredo Altomonte e Emiliano Antenucci che, partendo dalla loro esperienza personale lanciano un meraviglioso messaggio ai giovani, ma non solo. Interrogarsi nel profondo, diventare “portatori sani di sorriso e gioia, catalizzatori di emozioni positive da trasmettere”. Il libro non è fatto a tavolino o in biblioteca, ma parte dalle vie del cuore per arrivare alle strade della gente.

L’intervista

Per capire come scatenare la vita, Interris.it ha intervistato il professor Alfredo Altomonte, psicoterapeuta, analista transnazionale, logoterapeuta. Pubblicista. Direttore di Ricerca in Psicologia dell’Educazione presso Ups. Dottore di ricerca in Neuroscienze presso “Sapienza” Università di Roma. Docente invitato presso l'”Auxilium” e l’Università Pontificia Salesiana. Tutor della Personalizzazione e formatore presso Ciofs Fp Lazio. Coodirettore della rivista “Ricerca di senso”, in cui ha varie pubblicazioni. Autore del libro “Attacchi di panico e ricerca di senso”, Edizioni Libreriauniversitaria.

Professore, a chi è rivolto “Scatena la vita”?
“Ai giovani e non solo. Ai giovani perché se si dà la possibilità di fare una ricerca interiore, bisogna coinvolgere le fasce che sono agli inizi di questa ricerca. Però ci sono tante fasi della vita, come, per esempio, per chi ha la crisi di mezza età e in queste situazioni c’è bisogno di una riscoperta. La ricerca di un compito da perseguire e di un significato da raggiungere, sono parte della quotidianità, non c’è un senso assoluto. Non conta tanto chiedersi quale sia il senso della vita, l’atteggiamento esistenziale più efficace è chiedersi cosa la vita chiede a noi di fare, in che modo ci chiede di rispondere alle situazioni difficili. Questa è la domanda a cui solo un animo che si interroga davvero può rispondere in maniera autentica, altrimenti il rischio è quello di rivelarsi superficiali e inclini all’errore”.

Parlando proprio dei giovani, quanto bisogno hanno di interrogarsi?
“Tantissimo perché sono giovani in assenza di testimoni veri e tangibili. Le figure carismatiche sono a perdere e nel libro richiamiamo la differenza tra i pacificatori (peacemaker) e i testimoni (pacemaker). Non c’è più bisogno di predicatori, i giovani hanno bisogno di vedere testimoni, battistrada: un padre che lavora, un insegnante che svolge il suo ruolo con passione e con gli occhi pieni di gioia e speranza. Hanno bisogno di vedere dinanzi a loro adulti che credono davvero in quello che fanno”.

Questa loro necessità può nascere anche dal fatto che la figura genitoriale non è più come quella di una volta, ma in alcune occasioni assente?
“Decisamente. Una distinzione utile alla comprensione di quanto sta accadendo è quella tra genitori sostitutivi e genitori responsabilizzanti. I primi, sono quelli onnipresenti, tuttofare, che si sostituiscono ai figli. I secondi, invece, favoriscono autonomia. Ci si concentra molto, negli articoli o/e nei libri, sulla quantità del tempo da trascorrere con i figli, ma bisognerebbe pensare di più alla qualità. C’è una statistica secondo la quale i genitori hanno trascorso, rispetto al passato, maggior tempo con i figli, ma dal punto di vista qualitativo il risultato è stato decisamente negativo. La relazione deve essere fondata sulla qualità. Frankl, che è stato nei campi di concentramento ed è il nostro riferimento in questo libro, ha parlato di come si possa trovare un significato anche in quella situazione disumana e ci insegna come solo ponendo al principio di tutto la relazione interpersonale si possano davvero vivere relazioni sane che, in famiglia, sono quelle in cui si condividono emozioni. Prima c’è la dimensione umana, poi tutto ciò che è legato al fare”.

Si è visto, come in alcuni casi, i ragazzi abbiano una tendenza a trasgredire, anche attraverso le pericolose challenge che lanciano sui social. Da cosa scaturisce questo atteggiamento?
“Nasce dalla società individualista, narcisista e dal vuoto di significato. Siamo in una società in cui conta il sentire del singolo: “cosa a me va di fare”, non “cosa è importante fare per me”. Per cui l’istinto, il soddisfacimento di un bisogno estemporaneo hanno un bisogno primario, conta il piacere e non il benessere. Alla base di tali fenomeni spesso c’è il vuoto esistenziale: se noi non permettiamo che i giovani scendano nel profondo della loro persona, scoprano come sono fatti e quali sono i loro desideri, se non li riportiamo a pensare che possono sognare un futuro e che non sono obbligati a fare un qualcosa, questo diventa un problema. Abbiamo anche degli esempi positivi, non dobbiamo solo lamentarci. Uno di questi è il Ciofs, Centro italiano opere femminili salesiane FP, Formazione Professionale, per esempio quello del Lazio: 2.000 studenti in sei sedi, con corsi triennali di formazione professionali. Tutti hanno possibilità di fare degli stage per poi accedere a un posto di lavoro. Queste sono soluzioni pratiche, possibili grazie alla spinta di suor Novella Gigli, Presidente del Ciofs Fp Lazio, che ha dato e dà l’anima quotidianamente per garantire formazione lavoro ai giovani più poveri e in difficoltà. Il primo fondatore dei contratti rispettosi per i giovani, quelli di otto ore, è stato don Bosco. Il santo dei giovani è stato l’ideatore di laboratori che hanno riavviato il lavoro in un tempo non facile. Oggi quei laboratori vivono, in maniera differente, grazie alle esperienze come quella del Ciofs FP, in quanto all’interno di essa non solo si formano i ragazzi ma si permette loro di entrare in un’azienda all’interno della quale spesso vengono assunti grazie alla preparazione acquisita. I ragazzi hanno bisogno di sapere che ci sono queste prospettive. I giovani vogliono fare fatica e dare una mano, non lo fanno quando si sentono invisibili. Si devono sentire stimati, amati, coinvolti, visti”.

La religione e la fede come possono aiutare?
“Possono farlo nella misura in cui si crede in qualcosa in maniera totalizzante, ma non con fanatismo. Noi nel nostro libro facciamo riferimento alla nostra fede che è quella cristiana, che salva. Ci sono, ovviamente, persone che hanno un’altra fede, ma l’importante è testimoniare veramente quello in cui si crede con la propria vita. Religione è anche incontrare quella dimensione di senso di cui parlavamo prima. Noi siamo esseri tripartiti, fatti di una parte biologica, per la cura del fisico, una psicologica, per la mente, e una spirituale, per la nostra anima. Se non ci sono tutte e tre le componenti, non si va lontano. Essendo stato volontario in carcere a Rebibbia, posso dichiarare con cognizione di causa, come la fede vera arrivi a portare luce anche nelle situazioni di buio più profondo. La nostra anima ha bisogno di rigenerarsi grazie a dimensioni che permettono l’incontro con qualcosa in cui si crede davvero. Per noi cristiani è Gesù, il primo grande testimone di amore. Noi dobbiamo essere portatori sani di sorriso e gioia, catalizzatori di emozioni positive da trasmettere”.

Nel ruolo educativo dei giovani e nella loro formazione, non solo la famiglia, ma anche altre agenzie dovrebbero avere un ruolo importante. La scuola, ad esempio, riesce a compiere questo ruolo e a fornire un accompagnamento per procedere e maturare e fagli spiccare il volo nella vita?
“Ci sono scuole e scuole. Ad esempio, il modello del Ciofs pensa davvero alla persona, anche in questo periodo di emergenza sanitaria causata dal coronavirus. Ogni studente che ha fatto fatica ad avere connessione per la didattica a distanza, è stato chiamato, gli è stato dato un aiuto economico. Si conosce tutta la storia del ragazzo e della famiglia. Ci sono direttori, coordinatori, docenti, tutor e assistenti specialistici che prendono a cuore la storia di ogni ragazzo. Se la scuola è questa c’è garanzia di accompagnamento. Se la scuola, invece, diventa un ‘esamificio’ o un ‘interroghificio’, allora la situazione cambia. Purtroppo, la sensazione è che in diverse scuole ci sia una tendenza a una burocratizzazione sfrenata che spesso si dimentica della persona che ha necessità di essere incontrata. Un vero educatore ha come principale obiettivo il ben-essere dello studente in quanto persona, senza perdere di vista l’obiettivo didattico: favorire l’apprendimento”.

Che cos’è l’amore?
“In questo libro abbiamo cercato di esprimere il concetto di amore. Una relazione di coppia ha una grande possibilità di vivere a lungo termine se albergano al suo interno cinque aspetti principali: comunione, amore, indissolubilità, fedeltà e allegria. Un amore sano che sia amicale, filiale, di coppia, si regge sull’unione quotidiana; deve essere condiviso e sostenuto da entrambi. L’amore è incondizionato, senza ‘se’ e senza ‘ma’ se da parte di entrambi i partner c’è la voglia di fare un percorso insieme. Una relazione funzionale non si scioglie, è per sempre, indissolubile. La fedeltà passa attraverso la scelta del rispetto reciproco, di un ‘sì’ pieno che è per sempre. Infine, l’umorismo è uno dei più grandi antibiotici dell’esistenza. C’è bisogno di ridere e scherzare per abbattere i muri che spesso creiamo trasformando le relazioni in barricate nocive. Questo è il vero motore per scatenare la vita. In questa fase 2 c’è bisogno di ricominciare ad abbracciarsi, simbolicamente, perché in quel modo lì saremo capaci di cercare i nostri ‘perché’ e, facendolo, brilleranno i nostri ‘come’. Cercando il nostro compito da realizzare, sapremo guardarci dentro, inizieremo a sentirci più inseriti nel nostro mondo, brillerà il nostro modo di vivere”.

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