La dittatura della velocità

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Alle radici di ogni civiltà umana c’è un saggio che prima contempla poi parla. Le Scritture descrivono lo sguardo di riflessione che Dio getta sulla materia informe prima di pronunciarsi sulla opportunità di dare un’armonia e un senso all’universo. Nelle culle della spiritualità plurimillenaria è sempre un padre a meditare sull’esistente e sul futuro di ciò che si svolge sotto i suoi occhi. Nel deserto si ritiravano gli asceti che volevano testimoniare in modo autentico la loro fede. San Francesco raccomandava ai discepoli di predicare senza sosta il Vangelo e aggiungeva: “Se serve, anche con le parole”. Il silenzio è la linfa della reale vocazione al servizio. Chi mette Dio e il prossimo al centro del mondo, prima discerne poi, in caso, proferisce parola.

Se devo riassumere in un’immagine il lungo tratto di vita condiviso con don Oreste Benzi, non mi viene in mente un’espressione particolare, una frase folgorante, bensì un raccoglimento umanissimo eppure già proiettato altrove: il suo raccoglimento tra pisolini e preghiere sulla solita vecchia poltrona. Il “contemplattivo” di Dio si ricaricava con improvvisate pause, tra il sonno, il breviario in mano o il rosario. Attendeva dentro di sè una risposta dall’alto ai tanti travagli di apostolo degli ultimi. Nel Vangelo, Maria parla pochissimo, e per Lei l’evangelista ricava un ritratto commovente: “serbava in cuor suo tutte le cose”.

Oggi invece accade l’esatto contrario. I tempi necessari alla riflessione e al discernimento vengono considerati inutili, prevale ovunque la dittatura della velocità, il termine inglese “smart” è divenuto sinonimo di efficienza e rapidità di pensiero e azione. Sui social rimbalzano come in un video game immagini di guerre, giovani vite spezzate sulle strade, bimbi che affogano in mare, gossip regale e persino dispute dottrinarie che tengono banco sui mass media mondiali. Cosa hanno in comune questioni così diverse? Il disprezzo per la lentezza, identificata come negazione di una modernità che divora tutto nel lampo di un tweet. Non c’è ormai colloquio nel quale si possa guardare l’interlocutore negli occhi per più di un minuto, basta un trillo per indurre a chinare la testa sul nuovo despota: la tecnologia. Persino durante la Messa si scappa dalla Chiesa quando il tiranno richiama il suo schiavo.

Papa Francesco, incredibilmente, ha dovuto richiamare figli e genitori a spegnere il telefonino almeno a tavola. L’adorazione del nuovo imbonitore arriva al punto da sostituire relazioni familiari con sudditanze virtuali e addirittura in medicina si diagnostica una pericolosa malattia: la nomofobia, cioè il terrore patologico di non essere connessi. A raccogliersi nelle Abbazie bisognerebbe andare per ritrovare i ritmi naturali dell’esistenza e non per nevrotizzarsi alla vana ricerca di un profitto d’immagine misurabile in like ricevuti. In pratica, ed è questo il nostro appello, almeno un’ora al giorno rialziamo la testa, stacchiamoci dalle catene di una dipendenza subdola e menomante. Altrimenti anche noi rischiamo di essere usati dalle nuove forme di comunicazione spersonalizzanti piuttosto che dimostrarci responsabili utilizzatori di strumenti concepiti al nostro servizio e diventati invece moderne forme di schiavitù. Nei padri del deserto troviamo la soluzione: “fuggi, taci, placati”. Ma oggi quale “fuga mundi” è possibile se il mondo è diventato tascabile?

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