Smartworking o ufficio? Il futuro del lavoro è una via di mezzo

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Smartworking lavoro casa

Negli ultimi 18 mesi, i dipendenti delle aziende hanno goduto, lavorativamente parlando, di una maggiore flessibilità e, in definitiva, di un migliore equilibrio tra lavoro e vita privata, derivato dal passaggio obbligato al lavoro a distanza a causa della pandemia.

Sembrerebbe che la maggior parte parte del personale dipendente mondiale non voglia che questa condizione lavorativa, che ha posto fine anche a lunghi spostamenti e riunioni superflue, finisca. Il rapporto sullo stato del lavoro a distanza 2021 di Buffer, azienda che analizza i trend sociali e lavorativi in tutto il mondo, mostra che oltre il 97% dei dipendenti vorrebbe continuare a lavorare da remoto almeno per una parte del tempo.

Molte aziende, fra cui alcuni dei più grandi nomi della tecnologia, sembrano avere una prospettiva diversa e stanno iniziando a chiedere che il personale inizi a tornare sul posto di lavoro, per necessità di collaborazione e socializzazione e poi perché i datori di lavoro sostengono che l’ufficio è, sicuramente, informaticamente più “sicuro”. Dopotutto, anche nel precedente editoriale abbiamo parlato di un aumento senza precedenti delle minacce alla sicurezza informatica durante la pandemia, compresi gli attacchi di phishing che utilizzano il COVID come esca agli attacchi ransomware che hanno paralizzato intere organizzazioni.

Il report di Buffer evidenzia che, nonostante nessuno degli attacchi possa essere collegato al personale che lavora da remoto, il 56% dei manager delle aree tecnologiche ritiene che i propri dipendenti abbiano avuto comportamenti dannosi per la sicurezza informatica dell’azienda da quando lavorano da casa. Allo stesso modo, il 70% degli stessi manager ritiene che il personale è sicuramente più propenso a seguire le politiche di sicurezza aziendali relative alla protezione e alla privacy dei dati mentre lavora in ufficio, piuttosto che a casa.

“Nonostante il fatto che questo fosse un problema in parte già presente prima della pandemia, credo che molte organizzazioni useranno la sicurezza come una scusa per riportare le persone in ufficio e, così facendo, ignoreranno i rischi informatici a cui sono già esposte”, dichiara Matthew Gribben, un esperto di sicurezza informatica ed ex consulente di GCHQ, Agenzia governativa inglese che si occupa di sicurezza informatica, di spionaggio e di controspionaggio.

Will Emmerson, CIO di Claromentis, azienda che costruisce soluzioni software per postazioni di lavoro digitali, ha visto aziende accelerare il processo di ritorno al lavoro di persona: “alcune organizzazioni stanno già utilizzando la sicurezza informatica come “scusa” per convincere i membri dei team a tornare in ufficio”, afferma. “Spesso sono le grandi aziende con infrastrutture preesistenti che si affidano a un perimetro sicuro e che non hanno adottato un approccio cloud-first”.

Le aziende più grandi potranno anche provare a discutere per un ritorno alle tradizionali condizioni di lavoro, ma abbiamo già visto nuove aziende nascere e abbracciare il lavoro a distanza come nuova soluzione lavorativa, comoda a tutti. Craig Hattersley, CTO della startup di sicurezza informatica SOC.OS, uno spin-off di BAE Systems, afferma: “Anche se sono d’accordo che alcune aziende utilizzeranno l’aumento delle minacce alla sicurezza informatica per chiedere ai propri dipendenti di tornare in ufficio, penso che saranno le caratteristiche e le tipologie dell’azienda a far scegliere ai manager il tipo di approccio lavorativo. La poca vicinanza dei manager potrebbe anche far sembrare all’esterno che il personale non sia completamente gestito”.

Mentre alcune organizzazioni utilizzeranno la sicurezza informatica come scusa per riportare i dipendenti sul posto di lavoro, molti credono che l’ufficio tradizionale non sarà più l’opzione più sicura. Settimana scorsa abbiamo visto che molte aziende, nell’ultimo anno, hanno revisionato le misure di sicurezza informatica per soddisfare la forza lavoro a casa e che gli hacker hanno iniziato a focalizzare la loro attenzione su coloro che tornano all’ufficio post-COVID.

“Non vi è alcuna garanzia che il luogo in cui si trova fisicamente una persona cambierà la tipologia degli attacchi di sicurezza informatica, sempre più complessi. O che i dipendenti mostreranno una riduzione degli errori perché sono seduti all’interno delle mura della loro azienda, piuttosto che a casa loro”, afferma la dott.ssa Margaret Cunningham, principale ricercatore presso Forcepoint, azienda statunitense che sviluppa software per la sicurezza di software e dati.

Molte aziende cercheranno di riportare tutto il personale sul posto di lavoro, ma questo, semplicemente, non sarà più fattibile: a seguito di 18 mesi di lavoro a casa, molti dipendenti si sono allontanati dalla classe manageriale, credendo più nella collaborazione “orizzontale” che “verticale”, e altri, trovandosi più produttivi e meno distratti a casa, si opporranno a cinque giorni di spostamenti settimanali e alla confusione sul posto di lavoro.
In effetti, uno studio recente ha mostrato che quasi il 40% dei lavoratori statunitensi prenderebbe in considerazione di cambiare lavoro se i loro capi li facessero tornare in ufficio a tempo pieno.

Ciò significa che la maggior parte dei datori di lavoro dovrà, che gli piaccia o no, abbracciare un approccio “ibrido” in futuro, in base al quale i dipendenti potranno scegliere se lavorare dall’ufficio o da casa.

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