Nascite in crisi, serve un piano nazionale

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C’è chi ha individuato nel pensiero di Herbert Marcuse uno degli elementi che più profondamente ha cambiato il costume (e l’etica) della società occidentale contemporanea. La “rivoluzione sessuale” in cui Eros si liberava dell’effetto procreativo è sembrato a lungo una “conquista” del laicismo di ogni latitudine. Il libertino fino ad allora era rimasto una figura elitaria e letteraria. Dalla metà degli anni Cinquanta del secolo scorso diventa – anche se non detto – un ideale di massa.

La storia ha sempre in serbo le sue nemesi. Dagli anni in cui si voleva fare l’amore senza fare bambini, si è finiti per passare agli anni in cui si vogliono fare bambini senza fare l’amore. L’effetto progressivo è stata una rarefazione della procreazione, soprattutto nei Paesi nei quali lo Stato ha rinunciato a esercitare scelte che bilanciassero le derive culturali contrarie alla famiglia. Tradizionale e non solo.

L’Italia è stato uno dei Paesi in cui il libertinismo di massa e uno statalismo anticlericale hanno creato una miscela “implosiva”. Siamo il Paese in cui si nasce di meno. Il record negativo di nascite dall’Unità d’Italia registrato nel 2018 è di nuovo superato dai dati del 2019 (diffusi dall’Istat in questi giorni): gli iscritti in anagrafe per nascita sono appena 420.170, con una diminuzione di oltre 19 mila unità sul 2018 (-4,5%). Il calo si registra in tutte le ripartizioni territoriali, anche se è più accentuato al Centro (-6,5%).

Tra le regioni dove la denatalità è più pronunciata ci sono purtroppo le Marche. Lo documenta con dovizia di particolari la ricerca Le famiglie nelle Marche tra crisi e mutamenti – Propensioni, esperienze e differenze territoriali nelle scelte riproduttive dei marchigiani, promossa dal Forum delle Associazioni Familiari delle Marche. Finanziata dal Consiglio Regionale delle Marche, con un contributo del Dipartimento di Economia, Società, Politica (DESP) dell’Università di Urbino Carlo Bo, l’indagine è stata condotta dal Centro Interdisciplinare di Ricerche e Studi su Famiglie, Infanzia e Adolescenza (CIRSFIA) dello stesso ateneo, con il coordinamento dei professori Guido Maggioni ed Eduardo Barberis; hanno sviluppato l’analisi dei dati i ricercatori Nico Bazzoli, Isabella Quadrelli e Anna Uboldi.

Il rapporto evidenzia significative criticità per le famiglie marchigiane, che sono un problema per tutta la comunità regionale: il calo delle nascite, infatti, è uno dei peggiori in Italia (-15% in cinque anni). Ogni donna ha in media 1,25 figli (il dato nazionale è pari a 1,32) – un dato lontanissimo dal valore minimo necessario per assicurare il ricambio delle generazioni (2,1 figli per donna).

Lo ha spiegato bene Isabella Quadrelli: “La bassa fecondità comporta uno squilibrio tra una quota più contenuta di giovani e una quota maggiore della popolazione anziana. Con una conseguenza importante, cioè che le giovani generazioni, quelle attive che nel prossimo futuro entreranno nel mercato del lavoro e pagheranno le tasse, non riusciranno con le proprie risorse e il proprio contributo a sostenere i bisogni delle fasce più anziane della popolazione numericamente più ampie. L’altro dato rilevante è che questo calo della natalità può essere messo sicuramente in relazione con il fenomeno della permanenza dei giovani presso la famiglia di origine”. Nel 2018, nelle Marche, 168.000 giovani celibi e nubili compresi tra i 18 e i 34 anni di età vivevano nel nucleo familiare d’origine. Una quota cioè del 66%, per la fascia di età considerata, superiore rispetto al 62% della media nazionale. Questo significa che nella nostra regione esiste una situazione tale per cui è più difficile per i giovani acquisire un’indipendenza economica che permetta loro di iniziare una vita di coppia autonoma.

“A partire dal 2008 – rileva la ricercatrice – si nota un generale peggioramento delle condizioni economiche delle famiglie marchigiane. Nel 2018 l’incidenza della povertà nella nostra regione è pari al 13,5%, mentre nelle regioni centrali è del 10,5%. Se i redditi medi delle famiglie marchigiane dal 2008 al 2018 sono rimasti stabili, i costi sono invece aumentati producendo una progressiva erosione delle risorse economiche delle famiglie e della loro capacità di far fronte alle necessità quotidiane”.

C’è un “caso Marche” – in negativo – anche nella demografia italiana. C’è un “caso culle vuote” che finalmente qualcuno sta segnalando, senza il timore di ritrovarsi “alleato” di una cultura cattolica che da sempre chiede di promuovere la maternità e la famiglia. L‘Organizzazione Mondiale della Sanità, ben prima dell’emergenza Covid-19 aveva proclamato il 2020 ”Anno internazionale dell’infermiere e dell’ostetrica” in riconoscimento del contributo che tali categorie sanitarie forniscono alla salute, ma anche per denunciare i grandi rischi associati alla carenza di queste professioni. Proprio dalla Federazione nazionale degli Ordini della Professione Ostetrica (Fnopo) viene un appello “laico” ma senza ambiguità: “Non si può più attendere, occorre un piano concreto per affrontare e contrastare il drammatico calo della natalità”.

I dati Istat dimostrano peraltro che il fenomeno della denatalità è ormai trasversale, essendo presente anche tra le donne immigrate che sebbene ancora più feconde delle italiane iniziano a fare meno figli rispetto al passato. Ancora una volta, quindi, – sottolineano i vertici nazionali FNOPO – la Federazione fa un appello alla responsabilità e alla sensibilità di tutti i ministri competenti, decisori politici, le Istituzioni tutte, le professioni sanitarie, affinché si metta in campo un piano nazionale a supporto della natalità che comprenda misure a sostegno delle donne e delle coppie che abbiano un progetto riproduttivo. I dati Istat – concludono i vertici FNOPO – sono un vero un grido di dolore “mai così male dal 1918” al quale ha fatto eco il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella chiedendo alla politica, alle istituzioni tutte di “agire subito: è in gioco l’esistenza del Paese”.

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