Papa Francesco alla preghiera coi migranti: “Non possiamo tacere e guardare dall’altra parte”

Nella Chiesa di Santa Croce di Nicosia il Santo Padre ha partecipato al momento di preghiera e ascoltato le testimonianze di quattro giovani che hanno lasciato i loro rispettivi Paesi

ULTIMO AGGIORNAMENTO 17:49
Vatican Media

Il Santo Padre ha partecipato alla preghiera ecumenica con i migranti nella Chiesa di Santa Croce di Nicosia, dov’è stato accolto sull’altare dal Patriarca dei Latini di Gerusalemme Pierbattista Pizzaballa. Dopo dopo il canto d’inizio, il saluto del patriarca e le testimonianze di un membro della Caritas di Cipro, ci sono state anche quelle di quattro giovani migranti: Mariamie, proveniente dalla Repubblica democratica del Congo; Thamara, cingalese; Maccolins, del Camerun, e Rozh, iracheno. Successivamente, il Pontefice ha pronunciato il suo discorso e poi, prima di congedarsi, ha parlato “a braccio”.

Il discorso del Papa

“Cari fratelli e sorelle! È una grande gioia trovarmi qui con voi e concludere la mia visita a Cipro con questo incontro di preghiera. Ringrazio i Patriarchi Pizzaballa e Béchara Raï, come pure la signora Elisabeth della Caritas. Saluto con affetto e riconoscenza i Rappresentanti delle diverse confessioni cristiane presenti a Cipro. Un grande ‘grazie’ dal cuore desidero dire a voi, giovani migranti, che avete dato le vostre testimonianze. Le avevo ricevute in anticipo circa un mese fa e mi avevano colpito tanto, e anche oggi mi hanno commosso. Ma non è solo emozione, è molto di più: è la commozione che viene dalla bellezza della verità. Come quella di Gesù quando esclamò: «Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli». Anch’io rendo lode al Padre celeste perché questo accade oggi, qui – come pure in tutto il mondo –: ai piccoli Dio rivela il suo Regno, Regno di amore, di giustizia e di pace. Dopo aver ascoltato voi, comprendiamo meglio tutta la forza profetica della Parola di Dio che, attraverso l’apostolo Paolo, dice: «Voi non siete più stranieri né ospiti, ma siete concittadini dei santi e familiari di Dio». Parole scritte ai cristiani di Efeso – non lontano da qui! –; molto distanti nel tempo, ma vicinissime, più attuali che mai, come scritte oggi per noi: “Voi non siete stranieri, ma concittadini”. Questa è la profezia della Chiesa: una comunità che – con tutti i limiti umani – incarna il sogno di Dio. Perché anche Dio sogna, come te, Mariamie, che vieni dalla Repubblica Democratica del Congo e ti sei definita “piena di sogni”. Come te Dio sogna un mondo di pace, in cui i suoi figli vivono come fratelli e sorelle. La vostra presenza, fratelli e sorelle migranti, è molto significativa per questa celebrazione. Le vostre testimonianze sono come uno “specchio” per noi, comunità cristiane. Quando tu, Thamara, che vieni dallo Sri Lanka, dici: “Spesso mi viene chiesto chi sono”, ci ricordi che anche a noi a volte viene posta questa domanda: “Chi sei tu?”. E purtroppo spesso si intende dire: “Da che parte stai? A quale gruppo appartieni?”. Ma come ci hai detto tu, non siamo numeri, individui da catalogare; siamo “fratelli”, “amici”, “credenti”, “prossimi” gli uni degli altri. Quando tu, Maccolins, che vieni dal Camerun, dici che nel corso della tua vita sei stato “ferito dall’odio”, ci ricordi che l’odio ha inquinato anche le nostre relazioni tra cristiani. E questo, come hai detto tu, lascia il segno, un segno profondo, che dura a lungo. È un veleno da cui è difficile disintossicarsi. È una mentalità distorta, che invece di farci riconoscere fratelli, ci fa vedere come avversari, come rivali. Quando tu, Rozh, che vieni dall’Iraq, dici che sei “una persona in viaggio”, ci ricordi che anche noi siamo comunità in viaggio, siamo in cammino dal conflitto alla comunione. Su questa strada, che è lunga ed è fatta di salite e discese, non devono farci paura le differenze tra noi, ma piuttosto le nostre chiusure e i nostri pregiudizi, che ci impediscono di incontrarci veramente e di camminare insieme. Le chiusure e i pregiudizi ricostruiscono tra noi quel muro di separazione che Cristo ha abbattuto, cioè l’inimicizia (cfr Ef 2,14). E allora il nostro viaggio verso la piena unità può fare dei passi avanti nella misura in cui, tutti insieme, teniamo lo sguardo fisso su di Lui, che è «la nostra pace» (ibid.), che è la «pietra d’angolo» (v. 20). E Lui, il Signore Gesù, ci viene incontro con il volto del fratello emarginato e scartato. Con il volto del migrante disprezzato, respinto, ingabbiato… Ma anche – come hai detto tu – del migrante che è in viaggio verso qualcosa, verso una speranza, verso una convivenza più umana. E così Dio ci parla attraverso i vostri sogni. Chiama anche noi a non rassegnarci a un mondo diviso, a comunità cristiane divise, ma a camminare nella storia attratti dal sogno di Dio: un’umanità senza muri di separazione, liberata dall’inimicizia, senza più stranieri ma solo concittadini. Diversi, certo, e fieri delle nostre peculiarità, che sono dono di Dio, ma concittadini riconciliati. Possa quest’isola, segnata da una dolorosa divisione, diventare con la grazia di Dio laboratorio di fraternità. E lo potrà essere a due condizioni. La prima è l’effettivo riconoscimento della dignità di ogni persona umana: questo è il fondamento etico, un fondamento universale che è anche al centro della dottrina sociale cristiana. La seconda condizione è l’apertura fiduciosa a Dio Padre di tutti; e questo è il “lievito” che siamo chiamati a portare come credenti . A queste condizioni è possibile che il sogno si traduca in un viaggio quotidiano, fatto di passi concreti dal conflitto alla comunione, dall’odio all’amore. Un cammino paziente che, giorno dopo giorno, ci fa entrare nella terra che Dio ha preparato per noi, la terra dove, se ti domandano: “Chi sei?”, puoi rispondere a viso aperto: “Sono tuo fratello”.

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“Scusatemi, ma vorrei dire quello che ho nel cuore“, ha continuato poi “a braccio” papa Francesco dopo il discorso. “I fili spinati finiscono anche in altre parti dove si mettono per non lasciare entrare il rifugiato, quello che viene a chiedere libertà, pane, aiuto, fratellanza, gioia, che sta fuggendo dall’odio si trova davanti a un odio che si chiama filo spinato”. “Non possiamo tacere e guardare dall’altra parte in questa cultura dell’indifferenza”, ha detto ancora il Papa. Che poi ha aggiunto: “Hanno dato tutto quello che avevano per salire su un barcone, di notte, e poi non sanno se arriveranno. Poi tanti respinti, per finire nei lager, veri posti di confinamento di tortura e di schiavitù. Questa è la storia di questa civiltà sviluppata che noi chiamiamo Occidente“. “Dobbiamo andare contro questo vizio di abituarci alle notizie che leggiamo sui giornali o guardiamo in tv. Guardando voi” – ha detto in conclusione il Papa rivolgendosi ai migranti presenti, tra cui quelli di cui ha ascoltato le testimonianze ” penso a tanti che sono dovuti tornare indietro perché li hanno respinti, e sono finiti nei lager, dove le donne sono vendute, gli uomini torturati, schiavizzati”.

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