Cop26, il giro di boa: dal Climate Action Plan all’appello di Tuvalu

ULTIMO AGGIORNAMENTO 23:14
Cop26 Tuvalu

E’ già al giro di boa la Cop26. E la seconda settimana sarà l’ultima chiamata non solo per capire a che punto saranno gli impegni assunti ma anche quali saranno quelli da prendere in vista della chiusura. Di certo c’è che l’allarme sul riscaldamento globale non cessa. E la base di partenza della decarbonizzazione rappresenta solo il primo passo per riuscire a tamponare l’emergenza. Qualche impegno, in realtà, è già stato preso. Dalla deforestazione alla riduzione delle emissioni, dallo stop ai finanziamenti al carbone fino all’agricoltura sostenibile: tutti ingredienti di un auspicato futuro a impatto ridotto sull’equilibrio del clima terrestre. Obiettivi da rafforzare nella seconda settimana del summit. La Cop26 virerà su qualcosa di più consistente delle parole, ovvero determinare la trasparenza nella comunicazione dei risultati del processo di decarbonizzazione.

Cop26, verso la settimana due

Come a di re, in sostanza, che gli impegni assunti verranno monitorati passo dopo passo. Anche su altre tematiche, quali il prezzo globale del carbonio e lo stop alla produzione di auto a motore termico. Oltre, naturalmente, alla vigilanza sul rispetto degli Accordi di Parigi. Altro punto che, in realtà, avrebbe dovuto essere una costante, essendo trascorsi ormai cinque anni dall’entrata in vigore della convenzione. Nel frattempo, dalla Banca Mondiale fanno sapere che 25 miliardi di dollari all’anno verranno stanziati per il clima, da qui fino al 2025. Il Climate Action Plan prevedrà un programma esteso anche all’agricoltura sostenibile e al settore alimentare. Nel frattempo, l’emergenza climatica continua a sortire i propri effetti collaterali soprattutto nei Paesi a basso reddito, dove sono più evidenti i contraccolpi del riscaldamento globale.

L’allarme di Tuvalu

Nei giorni scorsi era arrivato l’appello di Azione contro la Fame, che aveva denunciato l’impatto devastante del Global warming sulla sicurezza alimentare in ben 27 dei 35 Paesi colpiti dall’emergenza clima. Quest’oggi, da remoto, arriva l’ennesima evidenza dei cambiamenti climatici, rimarcata in modo provocatorio dal ministro della Giustizia, degli Affari esteri e della Comunicazione di Tuvalu, Simon Kofe. Il delegato dello Stato insulare del Pacifico, parla significativamente vestito in giacca e cravatta ma immerso nell’acqua fino alle ginocchia, leggendo un discorso sul rischio portato dall’innalzamento del livello del mare per il suo Paese. Perché la crisi ambientale, a Tuvalu come nel vicino arcipelago di Kiribati, è anche questo.

E lo Stato, come le Isole Figi, è inserito nel Programma per il cambiamento climatico, migrazioni e sicurezza umana dell’Oceano Pacifico. Un’organizzazione che si confronta quotidianamente con il problema dei rifugiati del clima. Ovvero chi migra dalle proprie terre per le conseguenze del clima che cambia.

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