Hong Kong, ancora assedio al PolyU

ULTIMO AGGIORNAMENTO 11:35

E'ancora ad alta tensione la situazione a Hong Kong, dove l'assedio al Politecnico di Hung Hom è solo una delle criticità. Sicuramente la più seria, oltre che la più instabile: la Polizia continua a far pressione sugli occupanti, trincerati nel campus ormai da due giorni, tra intimazioni alla resa, tentativi di sortita paventati dagli studenti e depositi di molotov scoperti dalle autorità. Il tutto mentre la governatrice del Porto profumato, Carrie Lam, rinnova i suoi appelli a “una soluzione pacifica”, dicendosi preoccupata per l'escalation di violenza che ha caratterizzato gli ultimi giorni in città. Nel PolyU, intanto, l'assedio va avanti fra chi resiste strenuamente arroccato nei locali dell'Università e chi, stremato, ha deciso di lasciare il campus: una trentina di ragazzi in tutto, molti dei quali feriti, questa mattina si sarebbero arresi alla Polizia per essere sottoposti a cure mediche. Secondo Lam sarebbero in tutto 600, fra i quali 200 minori, ad aver già lasciato l'università trasformata in roccaforte. Un altro centinaio resiste alle pressioni, nonostante i ripetuti ultimatum degli agenti e gli inviti sempre più frequenti dell'autorità cittadina che, a ogni modo, tiene ancora lontana l'ipotesi dell'esercito per calmare la situazione. E, dall'Italia, anche il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, presente all'inaugurazione dell'anno accademico della Sissa di Trieste, sembra aver fatto riferimento alle scene di guerra viste in queste ore al Politecnico di Hong Kong, sostenendo che “una sorta di sacralità dovrebbe contrassegnare i luoghi di ricerca e di studio, le accademie e le università, che sono incompatibili con la violenza, da qualunque parte essa provenga”.

Giorni difficili

Sono forse i giorni più difficili a Hong Kong: probabilmente non si era mai avuta la sensazione di una tensione così palpabile, nemmeno nelle ore in cui i manifestanti fecero irruzione nel Parlamento quattro mesi fa. L'assedio al Politecnico mette in risalto, più delle convocazioni di massa a Victoria Park o dei convulsi cortei di protesta in strada, il solco scavato fra l'autorità e la generazione dei giovani hongkonghesi, fulcro del malcontento e motore trainante della sollevazione cittadina, fin dall'inizio delle manifestazioni legate all'extradition bill. E, ancora una volta, è il giovane leader Joshua Wong a finire nel mirino, con l'Alta Corte che gli ha negato la possibilità di recarsi all'estero, causa sussistenza di pericolo di fuga (tra le sue destinazioni pare ci fosse anche l'Italia, dove avrebbe dovuto partecipare a un incontro alla Fondazione Feltrinelli di Milano). Un diniego che ha contribuito a infiammare ulteriormente le proteste e ha indirettamente fornito agli occupani del PolyU un nuovo motivo per continuare a resistere: “Privandomi della libertà di movimento – ha detto Wong -, la Corte ha imposto una punizione ulteriore, prima che venissi giudicato colpevole”. Il leader della protesta, fondatore del partito Demosisto e uomo-simbolo dei dimostranti già all'epoca della Rivoluzione degli ombrelli nel 2014 (nonostante la sua giovanissima età), era stato arrestato ad agosto per partecipazione a manifestazioni illegali, venendo poi rilasciato su cauzione, fermo restando l'indagine a suo carico ancora in piedi. Lo stesso Wong, qualche giorno dopo il rilascio, si era recato in Germania parlando di Hong Kong come “la nuova Berlino nella nuova Guerra fredda”, lanciando un appello affinché cessasse la violenza contro i manifestanti. Una richiesta ferma a settembre visto che, in città, il clima resta quello dell'escalation piuttosto che della tentata conciliazione.

 

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