“Dal sogno alla paura”: storia di chi ha detto basta alla violenza

ULTIMO AGGIORNAMENTO 17:38

Mentre Flavia parla nella sala del Consiglio Comunale di San Benedetto Val di Sambro, piccolo grande comune posto sulle colline emiliane, dopo il saluto del giovane Sindaco scende il silenzio. Flavia sta parlando della sua sofferenza e del suo amore perduto. Ora le restano cinque gatti e tre cani ed è una donna sola, costretta a nascondersi. Una donna, però, che ha conquistato la propria dignità e con essa una vita propria. Ora Flavia può parlare. Tante altre donne che hanno sofferto o stanno soffrendo come lei non potranno farlo perché sono sepolte sotto due metri di terra o perché, segregate in casa, tengono il proprio dolore nascosto, anche “per vergogna”. Sì, la vittima che viene stalkerizzata, picchiata o violentata ha vergogna e al primo sguardo insofferente dell’investigatore o dell’assistente sociale maledice se stessa e la sua sofferenza e decide, se ha  presentato la querela di ritirarla e di rientrare nelle mura domestiche, a continuare a soffrire e a subire.

Un “grazie” fra le lacrime

Qualcuna di queste donne invece preferisce morire anziché attendere che quella morte gli venga data dal marito o dal compagno padrone. Flavia è libera e ha scelto dove vivere. Ma ha dovuto fare grandi rinunce: lasciare il Paese che amava, il dover selezionare pochi e fedeli amici e, sopratutto, ha deciso di affidarsi allo Stato. Quello Stato che stavolta ha fatto una bella figura. Si commuove Flavia, mentre parla del maresciallo dei carabinieri Comandante della Stazione, Mirko, e dei suoi militari e dedica a loro, all’Arma, il suo libro: “Dal sogno alla paura” (Pedrazzi Editore), un libro che donne con il suo vissuto potranno trovare su Amazon. Un libro che vuol essere un invito alla denuncia. Angiolo Pellegrini, generale dei Carabinieri ed esperto di mafia, uno degli uomini di Falcone, investigatore abituato a trattare stragi e morti, ha gli occhi rossi quando Flavia ringrazia l’Arma e si commuove. Non si è commossa Flavia quando ha parlato della sua vita travagliata, “dell’individuo” che le è stato accanto e del suo amore trasformatosi in incubo, ma si è commossa guardando i due Carabinieri, in piedi in fondo alla sala, composti come solo sanno essere gli uomini dell’Arma, quasi imbarazzati per quel grazie ripetuto più volte tra le lacrime.

Una storia

Io, avvocato e ormai vecchio questore, posso solo ricordare qualche episodio della mia vita di investigatore e nei miei ricordi  non ci sono le conferenze stampa, gli encomi e gli squilli di tromba alle Feste della Polizia con quell’inno che, al solo ascoltarlo, ogni volta mi provoca un nodo alla gola. Oggi passano davanti a me volti di donne segnate dalla violenza e in particolare una, ritrovata in un fosso accanto al margine di una strada di campagna, come fosse una bambola rotta, gettata dopo l’uso. Passa davanti a me il volto bellissimo di un giovane, colpevole di essersi fidato di due balordi che lo hanno ucciso a pugni in una  notte d’estate… E quello di una ragazzina bionda, ancora bambina, che si aggrappa a me dopo aver denunciato il patrigno che la sta violentando da mesi, ogni fine settimana, al rientro dai suoi viaggi in camion, nel silenzio di una casa con una madre che anch’essa subiva e soffriva perché sapeva ma che ha taciuto. Flavia invece ha spezzato la catena di violenza e ha parlato.

La tutela della legge

Martin Luther King diceva: “Non ho paura della cattiveria dei malvagi ma del silenzio degli onesti”. Flavia ha parlato e ora, come tante donne che hanno denunciato, è costretta a difendere la sua libertà di donna, di essere umano. Ma nella sala risuona il suo grido di aiuto: “Io sono una vittima e confido nello Stato, nel Governo. Non  dovrei essere controllata io ma quel criminale che un tempo pure ho amato e che oggi, dopo tre anni di sorveglianza, è libero di cercarmi e, se mi troverà, di uccidermi. Abbiamo tanti dispositivi elettronici in commercio, alcuni per ritrovare macchine, oggetti, animali. Li possiamo individuare toccando un'app a centinaia di migliaia di chilometri da noi: va varata una legge che punisca chi è violento, che lo sottoponga a sorveglianza  costante perché non possa far male alle vittime. A chi ha dimostrato di essere criminale, se non lo si può tenere rinchiuso in carcere, almeno lo si controlli con questi dispositivi già disponibili alle Forze dell’Ordine e che si chiamano braccialetti elettronici. Perché sia limitata la libertà del persecutore e non della vittima”.

Un ultimo appello

La presentazione del libro è terminata: gli occhi di tutti sono puntati su Flavia e nessuno se ne vorrebbe andare. Abbracci veloci., un’ultima raccomandazione sussurrata da Flavia, alle donne abusate: “Denunciate. Al primo schiaffo, alla prima violenza. Non sentitevi sporche o sbagliate. In questi comportamenti deviati uno solo sbaglia, ed è quel maschio violento che dice di amare, infangando con i suoi gesti una parola che indica una virtù umana che rappresenta gentilezza e compassione, vicinanza disinteressata e fedeltà e soprattutto il desiderio di bene di chi ti sta accanto. L’amore non  può essere confuso col narcisismo o l'egocentrismo, perché chi usa violenza contro un altro essere umano non può amare che se stesso. E definire animale chi provoca sofferenza agli altri esseri del creato è ingiusto perché, in natura, non esiste un animale che si diverte a far soffrire il suo simile, che lo tortura”.

Se vuoi commentare l'articolo manda una mail a questo indirizzo: scriviainterris@gmail.com
Avviso: le pubblicità che appaiono in pagina sono gestite automaticamente da Google. Pur avendo messo tutti i filtri necessari, potrebbe capitare di trovare qualche banner che desta perplessità. Nel caso, anche se non dipende dalla nostra volontà, ce ne scusiamo con i lettori.