La tela di Draghi: ragno o esperta mano di un artigiano?

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Nel mondo dei simboli, il ragno alterna, come il serpente, connotazioni positive e negative. Nel pensiero occidentale – fortemente antropocentrico – prevale una concezione per lo più maligna dell’aracnide: il ragno tende imboscate traditrici e consuma implacabile la propria vittima dopo averla paralizzata. Nelle mitologie orientali, invece, il ragno è visto come un benefattore dell’umanità poiché, come il greco Prometeo, le ha donato il fuoco.

Ecco, non sappiamo dove si collochi esattamente la tela che va tessendo Mario Draghi, se assomigli a quella di un ragno, o all’intrecciare dei fili di un telaio, guidato dall’esperta mano di un artigiano. Sappiamo solo che i lavori in corso del premier stanno aiutando il nostro Paese ad uscire da quella palude socio politica in cui era finito prima della pandemia, spinto in quel non luogo dal perverso rapporto con l’Europa e da una maggioranza di governo ondivaga e litigiosa, mancante di una visione, in modo da agganciare la ripresa economia e finanziaria, fondamentale per avere un posto sul treno del futuro. Ecco, in questo senso, la trama tessuta del premier equivale sia a quella del ragno, tesa a sterilizzare le forze divergenti, comprese quelle che stanno al governo ma vorrebbero essere opposizione, sia a tessuto del telaio, dovendo coprire tutte le forze in campo.

Draghi, in buona sostanza, non guarda a domani, ma ai prossimi mesi, anni. La visione di un premier con presupposti da statista deve essere di lungo periodo, non miope, tarata solo sulla prossima campagna elettorale. Non può essere altrimenti. E il quadro tratteggiato in parlamento presenta colori chiari, netti, difficili da non comprendere. “La situazione economica europea e italiana è in forte miglioramento”, “la fiducia sta tornando”, ma alcuni rischi restano, a cominciare dalla “pericolosità delle varianti” del Covid che devono essere “monitorate con grande attenzione”, dice il presidente del Consiglio, Mario Draghi, intervenendo alle Camere, alla vigilia del vertice dei leader della Ue in programma a Bruxelles, “ma anche dall’andamento dell’inflazione, che deve essere tenuto sotto controllo”. Un vertice europeo, ricorda Draghi, che sarà centrato soprattutto sulla gestione dei flussi migratori.

Modesto passo di lato. Il capo dello Stato, Sergio Mattarella, inaugurando a Milano il nuovo campus del Politecnico ha ribadito che le sfide dell’attualità, dall’immigrazione, alla salute, alla lotta alla povertà, vanno affrontate attraverso la collaborazione tra gli Stati e i continenti. Dunque, è necessario operare nel contesto europeo, non al di fuori di esso, sostiene il Quirinale. difficile non vedere un punto d’intersezione fra Draghi e Mattarella. Un dettaglio da non sottovalutare. Tanto il Quirinale quanto Palazzo Chigi considerando l’Europa, come entità politica, un elemento irrinunciabile. Le spinte centripete, tese solo a guardare il proprio ombelico, sono destinate a restare ai margini, ora più che mai. “Sentendo tutti i vostri interventi, appare che oggi siamo tutti europei. Se si confronta l’atmosfera oggi con quella di 5, 6 mesi fa”, replica con forza Draghi al Senato, smontando critiche e suggestioni negative, “per non parlare di un anno fa, prima del Pnrr, si vede una enorme differenza”.

Talmente enorme da dover cambiare i colori della tavolozza. Il lessico politico sembra aver perso per strada certi fraseggi populisti, buoni solo per apparire popolari. Il cambio di scena non ammette incertezze, ora. Per il presidente del Consiglio, poi, la gestione del tema dell’immigrazione, “non può essere soltanto italiana, ma deve essere davvero europea”, e questo è davvero un passaggio significativo. Tornando al fronte economico Draghi, rivolgendosi alle aule di Montecitorio e Palazzo Madama, ha premesso che la situazione economica europea e italiana è “in forte miglioramento”. Le proiezioni della Commissione europea, nel 2021 e nel 2022 danno una crescita del Pil italiano rispettivamente del 4,2% e del 4,4%, come l’Ue nel suo complesso. “E molti degli indicatori che abbiamo a disposizione ci indicano che la ripresa sarà ancora più sostenuta”, ricordando come i dati siano in miglioramento sulla fiducia di imprese e consumatori, quelli sul commercio estero e sulla produzione industriale. “La fiducia, insomma, sta tornando”, dice Draghi. E per “superare in maniera duratura e sostenibile i tassi di crescita anemici che l’Italia registrava prima della pandemia”, ribadisce il presidente del Consiglio, “è fondamentale mantenere a livello europeo una politica di bilancio espansiva nei prossimi mesi”.

Tuttavia i rischi restano, e il capo del governo ne è perfettamente consapevole. A cominciare dalla pericolosità delle varianti del Covid che vanno tenute sotto controllo. Gli elementi per essere ottimisti ci sono. In oltre 5 milioni hanno scaricato il certificato vaccinale, dice il presidente del Consiglio, nelle sue comunicazioni al Senato, spiegando come la notizia gli fosse stata comunicata poco prima dal ministro della Salute, Roberto Speranza. Gli italiani stanno seguendo la tela del premier. Perché una ripresa della pandemia, nel prossimo autunno, potrebbe mettere a rischio gli sforzi economici del nostro Paese. Da questo punto di vista è necessario far viaggiare in parallelo la gestione sanitaria e la cura monetaria. Draghi sa quanto sia difficile tutto ciò, ma la sfida sta tutta lì. Non da altre parti. Ragione per la quale, quella dal capo del governo e del suo staff, sarà una dura estate di lavoro.

Del resto non possiamo non tener conto del fatto che un miglioramento è evidente, dice Draghi, per “merito della campagna vaccinale che procede in modo spedito”. Ma i rischi legati alle varianti, e in particolare alla cosiddetta “variante Delta”, “ci impongono di procedere nella campagna vaccinale con la massima intensità”. Mettendo in fila rischi e speranze, visioni e passioni, l’auspicio del segretario del Pd, Enrico Letta, secondo il quale il governo deve arrivare sino al 2023, non è poi cosi improbabile. Sicuramente condivisibile. La politica, stavolta, ha davvero l’occasione per scrivere una pagina di storia, rinunciando alla gloria quotidiana della cronaca. Tra i rischi Draghi cita anche l’inflazione e il debito: servono ancora politiche di bilancio espansive, ripete, ma “è importante che tutti i governi si impegnino a tornare a una politica di bilancio prudente, una volta che la crescita sarà di nuovo sostenibile”. L’ultimo rischio riguarda la coesione sociale e la sostenibilità ambientale, ripete Draghi, “dobbiamo mettere in campo politiche attive del lavoro efficaci, per aiutare chi ha bisogno di formazione per trovare un nuovo impiego”.

Il premier torna anche sul via libera dell’Unione europea al piano di ripresa e resilienza presentato dall’Italia a Bruxelles, ma ribadisce che “l’approvazione da parte della Commissione è soltanto il primo passo. Nei prossimi mesi ci aspetta un cammino impegnativo, per avviare i progetti di investimento previsti e per portare avanti l’agenda di riforme. Gli occhi dell’Europa sono sull’Italia”. I 27 capi di Stato e di governo, a Bruxelles, si confronteranno anche sui grandi temi di politica estera, esprimeranno la loro “preoccupazione per il rispetto dei diritti fondamentali in Turchia, come i diritti delle donne, i diritti civili e i diritti umani”, dedicheranno un passaggio delle conclusioni al Sahel e all’Etiopia.

Ma il tema chiave sul tavolo dei leader è quello della gestione dei flussi migratori. Le posizioni dei 27 sono distanti, riconosce Draghi, che torna a chiedere ai partner un aiuto concreto e una reale solidarietà. Inutile girarci intorno, su questo punto la tela europea si sfalda e la trama dell’orditoio s’interrompe bruscamente creando un corto circuito. Su questo tema Draghi dovrà affrontare una strada in salita, irta di pericoli. L’Europa, questa Europa, resta ancora molto monetaria e poco umanitaria. “Era da giugno 2018 che l’immigrazione non era all’ordine del giorno del consiglio europeo. E’ bastato che io lo chiedessi perché fosse inserito”, rimarca il premier Mario Draghi nella replica in aula, “E’ il marcare una sensibilità diversa, capire che i problemi si possono affrontare solo insieme”, sottolinea con forza. Infine l’inevitabile accenno alla polemica sul Ddl Zan. “Il nostro è uno Stato laico, non è uno Stato confessionale, il Parlamento è libero di discutere, di legiferare. Il nostro ordinamento contiene tutte le garanzie per verificare che le nostre leggi rispettino sempre i principi costituzionali e gli impegni internazionali, tra cui il Concordato con la Chiesa”. A ciascuno le proprie responsabilità. Ecco, la tela del ragno, forse, produrrà maggiori effetti rispetto alla trama del tessuto. Ma questo dipenderà anche da noi.

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