IL BALLO DI SATANA TRA LE 7 NOTE

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musica satanica

Fin dai tempi di Platone, la musica è stata considerata la più elevata delle arti, in quanto essa non si limita a riprodurre alcuni aspetti della realtà sensibile com’è il caso delle arti figurative (pittura e scultura), ma è in grado di creare una realtà diversa e autonoma da quello che uditivamente è possibile percepire in natura. Ma lo stesso Platone riconosce alla musica, grazie alla sua azione profonda nella mente umana, una potenza tuta particolare definendola “psicotropa”, ossia in grado di muovere la psiche.

Strettissimo è il nesso tra la musica e il Sacro, e gli studi antropologici ed etnologici degli ultimi decenni hanno sottolineato l’importanza di questa connessione all’interno delle grandi esperienze religiose dell’umanità. D’altronde, dalla remota esperienza sciamanica la musica è stata vissuta come uno strumento rituale, un mezzo per creare stati alterati di coscienza tali da far entrare a contatto con la divinità.

Per chi è cristiano e crede in Dio, e dunque afferma anche di contro l’esistenza del demonio, questo della musica come veicolo di emozioni e alterazioni non è argomento da sottovalutare, tanto meno da derubricare come una battuta.

Partiamo dall’aspetto positivo. In ambito cristiano contemporaneo, anche se non cattolico, sopravvivono interessanti forme di utilizzo della musica a scopo estatico; basti ricordare l’ormai secolare abitudine della cultura religiosa protestante nordamericana, nell’utilizzo di tipiche forme musicali nate da complessi processi di interculturazione con le minoranze etniche deportate in quel continente – soprattutto neri africani – allo scopo di generare nel partecipante alle celebrazioni un effetto psicotropo; dall’utilizzo dei ritmi percussivi africani nelle cosiddette “orge indiane” fra gli shaker, membri di congregazioni protestanti statunitensi del XVIII e XIX secolo, fino allo spiritual contemporaneo e alla tradizione blues, dall’interno della quale nasce nel anni ’50 la musica rock.

Pur senza voler esagerare artificialmente la pericolosità sociale del rock cosiddetto satanico e senza cadere nella paranoia tipicamente protestante dei messaggi subliminali nascosti nelle canzoni rock – messaggi che, beninteso, tuttavia esistono e grazie a studiosi come Paolo Baroni ben conosciamo – non c’è dubbio che un filone musicale, quello del dead metal, oppure del “metallo pesante”, abbiano dentro di sé potenti filoni culturali fortemente anticristiani, dove l’iconografia blasfema è dilagante. L’appartenenza ai ranghi dei fan si evidenzia attraverso l’uso di simboli satanici e occultistici. Uno sfoggio che può rimanere – come nella maggior parte dei casi – una pura ribellione adolescenziale esteriore, ma che in una frangia di queste persone – quantitativamente marginale, ma esistente e operante – l’adesione a quei codici non si ferma a una semplice adesione estetica, ma diventa scelta ideologica e spirituale.

Il rischio è insito proprio nella sottovalutazione del fenomeno. Definire il tutto come pura manifestazione esteriore di ribellione non consente di proteggere adeguatamente qui ragazzi che, al contrario, si trovano invischiati in vere e proprie pseudo sette, non solo rovinando le proprie vite ma aprendo in qualche modo le porte degli inferi attraverso evocazioni più o meno suggestionate. Ci sono in questo senso gruppi pronti ad accogliere adepti con un programma di regole da seguire che costituisce un autentico percorso di condizionamento operante. I gruppi del “satanismo acido”, come le famigerate “Bestie di satana”, sono composti prevalentemente da giovani che prediligono le azioni violente, l’uso di droga, le orge sessuali. A questi gruppi si ricollegano attività di profanazione e rituali sacrificali. Uno schiaffo a chi giudica innocua ogni forma di approccio alla musica.

In Italia, oltre al terribile esempio delle Bestie di satana, c’è stato il caso di una band che profanava cimiteri, usava i reperti trafugati per creare lugubri atmosfere e compiva riti magici durante i propri spettacoli, con animali in qualità di vittime sacrificali. Alcuni di loro sono stati inquisiti e arrestati, e il gruppo ha poi proseguito nella propria attività musicale.

Tratto da: “La metamorfosi del sacro nella società postmoderna”, capitolo di Adolfo Morganti

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