Il Presidente Mattarella tra partiti e giudici. E noi?

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Era l’inizio di febbraio del 2021, il Presidente della Camera, Fico, munito di mandato esplorativo, riferiva al Presidente della Repubblica dell’assenza di una maggioranza di Governo. Allora, il Presidente Mattarella (quel Presidente della Repubblica che la giuspubblicistica ha variamente descritto come figura di garanzia sostanzialmente sprovvista di poteri propri) “a mani nude” si rivolgeva direttamente alle forze politiche presenti in Parlamento. Appunto, a quei partiti che avevano testimoniato al Presidente della Camera di non avere intenzione di trovare un accordo, neppure per un Governo di solidarietà antipandemica.

Chiedeva loro di formare “un Governo di alto profilo”, che non si identificasse con una formula politica. Un Governo che non costituisse, davanti al corpo elettorale, l’espressione di un diniego del ricorso alle urne.

Molte parole sono state spese e molte altre lo saranno. Di fatto, in concreto, quel Governo è stato formato ed ha la fiducia del Parlamento. Ai fini di quel che intendo esprimere, e solo a quei fini, il richiamo ai partiti ha funzionato. Raffinati ed acuminati cultori del conflitto provano quotidianamente a rinfocolare la guerra di posizione dei partiti e scelgono come terreno di confronto la pelle degli italiani, spigolando su ogni provvedimento di legge per raccogliere tizzoncelli insignificanti.

Resta il fatto che i partiti hanno una guida morale: il Presidente della Repubblica, con la Costituzione sotto il braccio. E noi?

Insieme, che non è ancora una forza parlamentare, registra quanto meno un successo. Dalle prime sue riunioni preparatorie fino al congresso d’inizio luglio (un partito in fasce dal punto di vista temporale, ma già formato nel carattere), ed oggi a maggior ragione, si rivolge all’intero corpo elettorale (votanti ed astensionisti) per avviare rapidamente la trasformazione del nostro sistema politico, per riportarlo per intero dentro alla Costituzione.

Il Presidente della Repubblica ha avuto il coraggio della sua funzione di garanzia della democrazia chiamando i partiti al senso di responsabilità necessario a far fronte ad una crisi inaspettata e straordinaria (e ne ha attutito risvolti di contestazione che i partiti, da soli, avrebbero cavalcato a loro vantaggio e a svantaggio del bene comune). Insieme ha il coraggio di rivolgersi alle persone sfiduciate, colpite ingiustamente nei loro desideri di giustizia sociale, di pacificazione dei cuori, di trasparenza e rettitudine delle coscienze, per chieder loro di avere e dare fiducia ad un’azione di rigenerazione della politica condotta fuori e nel sistema dei partiti. Questa è la democrazia della partecipazione. Il resto, un coacervo di minute convenzioni ad excludendum, condotte con una odiosa propaganda divisiva, è robaccia.

Qualche mese dopo, due giorni fa, Il Presidente della Repubblica (che è Presidente del Consiglio Superiore della Magistratura) in una lettera al Presidente dell’Associazione Nazionale dei Magistrati (ANM), scrive che “occorre impegnarsi per assicurare la credibilità della magistratura che, per essere riconosciuta da tutti i cittadini, ha bisogno di un profondo processo riformatore e anche di una rigenerazione etica e culturale”. Poco sopra scrive: “l’indipendenza della magistratura è un elemento cardine della nostra società democratica e si fonda sull’alto livello di preparazione professionale, che va accompagnata dalla trasparenza delle condotte personali e dalla comprensibilità dell’azione giudiziaria”.

Lo scrive all’ANM ma io credo che per la massima parte i destinatari naturali siano le forze politiche, i partiti. L’indipendenza della Magistratura, come disegnata nella Costituzione, è contenuta nelle leggi. Il processo riformatore che deve assicurare la credibilità della magistratura (ma, oserei dire, senza voler correggere il Presidente della Repubblica, la credibilità della giustizia) è compito delle forze politiche. Per certo, alla Magistratura, come corpo professionale e potere, spetta, in autogoverno, di occuparsi della rigenerazione etica e culturale che è uscita malconcia dalla pratica di logiche di “sistema”.

Sotto questo ultimo profilo trattengo in memoria e considero un mio permanente orientamento, personale e politico, un passo del pensiero di Dworkin, per la sua straordinaria capacità di sintetizzare mille e mille considerazioni da farsi sulla giustizia. Eccolo: “Ogni citazione in giudizio presenta inevitabilmente una dimensione morale, e di conseguenza esiste il rischio reale che possa realizzarsi una forma precisa di ingiustizia pubblica”. Poco prima, Dworkin citava il pensiero di un famosissimo giudice americano il quale affermava di avere più paura di una controversia legale che della morte o delle tasse. Sistema rappresentativo e magistratura sono in sofferenza.

La risposta è nelle volontà delle persone di ricostituirle, eticamente, culturalmente, funzionalmente. Per questo Insieme ha un baricentro irrevocabilmente democratico. Non verremo mai sorpresi a cercare di costituire una riserva di “giudici amici”. Anzi, invocheremo irrevocabilmente la loro terzietà ed indipendenza. Non parleremo mai di giustizia ad orologeria, che è modo tipico di esprimersi, a destra e a sinistra, su cose che ritengono plausibili perché hanno contribuito a determinarne il corso.

Una preghiera rivolgo alle persone che leggono queste due righe: di credere che l’offerta di trasformazione che Insieme fa del sistema politico e giudiziario è autentica e vitale per il Paese. Non che non ci siano nella politica e nella giustizia persone di integrità assoluta, ma hanno bisogno di essere rappresentati.

Infine, esprimo l’auspicio che la prossima nota Presidenziale si soffermi sul rapporto tra Governo e Parlamento. Populisti d’ogni risma e provenienza (compresi quelli eletti in Parlamento) sono preda di una insana centralizzazione dei poteri. Questo è un allarme democratico. Insieme è ed intende essere partito in una democrazia parlamentare!

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