Il Papa che ha vissuto in prima persona la Seconda guerra mondiale

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Quarantuno anni fa, il 20 settembre 1980, Giovanni Paolo II visitò Cassino e divenne cittadino onorario della città martire della seconda guerra mondiale, rasa al suolo dai bombardamenti nella fase più cruenta del conflitto. In quella data si commemorava l’undicesimo centenario della nascita di San Benedetto, patrono d’Europa. E per Karol Wojtyla la visita al cimitero polacco e all’abbazia di Cassino fu come riannodare i fili della memoria più intima.
Fin dalla sua elezione al Soglio di Pietro fu  subito chiaro che Giovanni Paolo II sarebbe stato un Papa inconsueto. Inevitabilmente insolito rispetto ai suoi predecessori. E non soltanto, come un po’ tutti all’inizio pensavano, perché era il primo Papa non italiano dopo quattro secoli e mezzo. Il che, già di per sé, avrebbe comportato ovviamente dei cambiamenti sia sul piano istituzionale sia sul piano pastorale e culturale. Ma sarebbe stato un Papa diverso, soprattutto a motivo delle sue stesse origini, delle sue esperienze, della sua formazione umana e cristiana.
Karol Wojtyla aveva vissuto in prima persona la Seconda guerra mondiale, e i due totalitarismi che ne avevano rappresentato le maggiori ideologie. E, in qualche modo, aveva vissuto da vicino anche la mostruosa vicenda della Shoah; tanti suoi amici e compagni di scuola erano scomparsi nei campi di sterminio nazisti. Naturale, perciò, che Giovanni Paolo II fosse portatore di un’altra visione del mondo e della storia. Così come fosse portatore di una concezione, altrettanto speciale, circa il modo di intendere il messaggio di Cristo, di viverlo, e di testimoniarlo nella quotidianità della vita.
Era nato in una Polonia libera, Karol. Aveva solo nove anni quando aveva perduto la mamma (più tardi la ricorderà con una bellissima poesia: «Sulla tua bianca tomba/ sbocciano i fiori bianchi della vita./ Oh quanti anni sono già spariti/ senza di te…»); ma il padre, un ex ufficiale in pensione, era stato straordinario nel “supplire” a quella assenza. Poi, la scuola. Il teatro, grande passione, grande futuro. L’università. E, improvvisamente, il buio. Un buio spaventoso, totale. Quel giorno, 1° settembre del 1939, «non si cancellerà più dalla mia memoria», aveva confessato. Karol era fuggito con il padre dai nazisti che avanzavano a Ovest; ma, dopo aver percorso a piedi duecento chilometri, era stato costretto a invertire il cammino, perché a Est le truppe sovietiche stavano entrando in Polonia. Il giovane Wojtyla aveva vissuto sulla sua pelle il famigerato patto Molotov-Ribbentrop, Germania e Urss ancora insieme, per spartirsi quel Paese. Karol perciò era tornato a Cracovia; ma, chiusa l’università, ridotto il teatro alla clandestinità, aveva dovuto cercarsi un lavoro, in una cava di marmo, per non finire in un campo di concentramento. Anche se aveva rischiato di andarci lo stesso, il giorno in cui il governatore generale aveva ordinato una retata in tutta la città.
E ancora una tragedia, ancora un lutto personale, la morte del padre. E da qui, forse, un’ulteriore spinta alla decisione che Karol comunque aveva già nel cuore, quella di farsi prete. Era finita la guerra, e lui, ricevuta l’ordinazione sacerdotale, era andato a Roma per un paio di anni a completare gli studi. E, quando era tornato, aveva trovato la sua patria soggiogata a un altro regime. Erano cambiate le divise, ma non l’ideologia persecutoria.

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