“Ho pianto quando ho chiesto perdono ai Rohingya”

ULTIMO AGGIORNAMENTO 1:58

Rohingya, armi nucleari, evangelizzazione, futuri viaggi apostolici in Cina e India. Sono questi gli argomenti toccati da Papa Francesco nella conferenza stampa “ad alta quota”. Sul volo papale, un Boeing B777 della Bangladesh Airlines, il Pontefice, nel suo colloquio con i giornalisti tira le somme della sia visita in Myanmar e Bangladesh. Un viaggio all'insegna del dialogo, del rispetto della dignità della persona, ma soprattutto della pace. Temi, questi, trasversali a tutti gli incontri, ufficiali e non, che hanno accompagnato Bergoglio fino al ritorno a Roma. All'aeroproto di Dacca, dove si è ufficialmente concluso il viaggio in Asia, infatti il Papa si congeda lanciando un forte invito alla “amicizia sociale”, a imparare a confrontarsi con tutti e non pensare “io sono buono, tu sei cattivo”. Come in Myanmar, anche in Bangladesh il Pontefice conclude la sua visita tra le nuove generazioni, quale segno di speranza nel futuro.

“Grazie tante del vostro lavoro – dice Papa Francesco all'inizio della conferenza stampa sull'aereo -. Abbiamo visitato due Paesi molto interessanti con culture tradizionali molto profonde, ricche”. 

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Non ho negoziato la verità sui Rohingya

In primo piano c'è l'incontro con i Rohingya. Tante le domande su questo tema. “Che cosa ha provato quando ha chiesto perdono?”, gli domandano. Il Pontefice, prima di rispondere chiarisce: “Non è la prima volta che ho pronunciato in pubblico quella parola. L'ho fatto all'Angelus e nell'udienza generale in piazza San Pietro. La sua domanda però è interessante perché mi porta a riflettere su come io cerco di comunicare. Per me la cosa più importante è che il messaggio arrivi. Cercare di dire le cose passo a passo e ascoltare le risposte affinché arrivi il messaggio. Per esempio un ragazzo o una ragazza nella crisi dell'adolescenza può dire quello che pensa, ma sbattendo la porta sul naso all'altro e il messaggio non arriva. A me interessava che questo messaggio arrivasse”. Quindi spiega il motivo per cui in Myanmar, come suggeritogli dal cardinal Bo, non ha pronunciato il termine Rohingya: “Ho visto che se nel discorso ufficiale avessi detto quella parola, avrei sbattuto la porta sul naso, ma ho descritto le situazioni, i diritti, nessuno escluso, la cittadinanza, per permettermi nei colloqui privati di andare oltre. Io sono molto molto soddisfatto dei colloqui che ho potuto avere, perché è vero non ho avuto il piacere di sbattere la porta sul naso, la denuncia, ma ho avuto la soddisfazione di dialogare, di far parlare l'altro, di dire la mia e così il messaggio è arrivato. E a tal punto è arrivato che è continuato ed è finito ieri con quell'incontro. Tante volte ci sono denunce anche nei media, non voglio offendere, che con qualche elemento di aggressività chiudono la porta, il dialogo e il messaggio non arriva”.

Poi confida: “Non era programmato così, sapevo che avrei incontrato i Rohingya, ma non sapevo dove e come, questo era condizione del viaggio per me. E si preparavano i modi. Dopo tante trattative anche con il governo e la Caritas, il governo ha permesso il viaggio di questi che sono venuti ieri. Perché il problema per il governo che li protegge e gli dà ospitalità è che deve muoversi per i rapporti internazionali con il Myanmar con permessi, dialogo perché sono in un campo di rifugiati, ma alla fine sono venuti, spaventati. Qualcuno, che non era del governo del Bangaldesh, gli ha detto: 'Salutate il Papa, ma non dite niente'. A un certo punto, dopo il dialogo interreligioso e la preghiera, questo ha preparato il cuore di tutti noi. Eravamo religiosamente molto aperti. Io almeno ho sentito questo. E' arrivato il momento che loro venissero a salutarmi. In fila indiana. Subito volevano cacciarli via dallo scenario e mi sono arabbiato e ho sgridato un po'. Sono peccatore e ho detto tante volte la parola 'rispetto, fermateli' e loro sono rimasti lì. Dopo averli sentiti uno a uno con l'interprete, ho cominciato ad avvertire qualcosa dentro e mi sono detto: 'Non posso lasciarli andare senza una parola'. E ho chiesto il microfono. E ho incominciato a parlare, ma non ricordo ciò che ho detto. So che a un certo punto ho chiesto perdono. Per due volte, non ricordo. In quel momento io piangevo, cercavo che non si vedesse. Loro piangevano pure. E ho pensato che eravamo in un incontro interreligioso e i leader delle altre tradizioni religiose dovevano parlare. 'Venite anche voi. Questi sono i Rohingya di tutti noi'. E loro hanno salutato. Non sapevo che cosa dire di più. Tutti noi abbiamo parlato, i leader religiosi, ma uno di voi faccia una preghiera. Credo fosse un imam che ha fatto quella preghiera. E anche loro hanno pregato. E visto tutto il cammino, ho sentito che il messaggio è arrivato. Parte era programmato e parte è uscito spontaneamente. Avete visto le copertine dei giornali. Tutti hanno recepito il messaggio. E non ho sentito critiche”.

E sull'incontro con il generale birmano Hlaing commenta: “Distinguerei due tipi di incontri. Quelli in cui sono andato a trovare la gente e quelli nei quali ho ricevuto. Lui ha chiesto e io l'ho ricevuito, mai chiudo la porta. Parlando non si perde nulla, si guadagna sempre. E' stata una bella conversazione. Non posso scendere nei particolari perché era un colloquio privato. Ma io non ho negoziato la verità. Ho fatto in modo che lui capisse che una strada come era nei brutti tempi, rinnovata oggi, non è più percorribile. E' stato un bell'incontro, civile, e anche lì il messaggio è arrivato”. L'incontro col generale inizialmente era fissato al 30 novembre, ma si è realizzato il giorno stesso dell'arrivo del Papa in Myanmar. Bergoglio spiega così questo cambio di programma repentino: “La richiesta è stata fatta perché lui doveva andare in Cina. In ogni caso, se io posso spostare l'appuntamento, lo faccio. Le intenzioni non le so, ma a me interessava il dialogo. Un dialogo chiesto da loro. “Ma durante quell'incontro con il generale ha usato la parola Rohingya?”, domandano i giornalisti. Francesco così risponde: “Io ho usato le parole per arrivare al messaggio e quando ho visto che il messaggio era accettato, ho osato dire tutto quello che volevo dire. Intelligenti pauca”.

Il Myanmar e le critiche al Nobel San Suu Kiy

“Cosa ha capito da tutti questi incontri con le autorità birmane?”, gli viene poi domandato. Il Papa afferma: “Che non sarà facile andare avanti in uno sviluppo positivo e non sarà facile per qualcuno che voglia tornare indietro. Siamo in un punto che bisogna studiare le cose. Qualcuno mi ha detto, non so se è vero, che lo Stato del Rakhine è ricco di pietre preziose e che dunque ci sono interessi (dietro la persecuzione dei Rohingya, ndr.). Liberare la terra dalla gente per 'lavorare' meglio. Non so se è vero. L'umanità deve prendere coscienza del fatto che i Rohingya sono la minoranza religiosa più perseguitata al mondo, lo ha detto l'Onu. Siamo a un punto di svolta, si fanno due passi avanti e uno indietro, ma con il dialogo, mai con l'aggressione. Ora la domanda è: si fa per il bene per andare avanti o per tornare indietro? Ma la speranza io non la perdo”. Il Pontefice poi confida: “Mi sarebbe piaciuto andare nel campo profughi dei Rohingya, ma non è stato possibile per vari fattori, il tempo, la distanza e altri. Ma loro sono venuti come rappresentanza”. E alla domanda: “I gruppi teroristici hanno tentato di farsi tutori dei Rohingya. Ma il capo della cristianità si è dimostrato il loro vero amico. E' giusta questa sensazione?”, risponde: “C'erano dei gruppi di terroristi che cercavano di approfittare della situazione dei Rohingya che sono gente di pace. Ma in tutte le religioni e le etnie sempre c'è un gruppo fondamentalista. Anche noi cattolici ne abbiamo. I militari giustificano il loro intervento per questi gruppi. Io non ho scelto di parlare con questa gente, ma con le vittime, cioè con il popolo. Questi che si sono arruolati all'Isis sono un gruppetto fondamentalista piccolino. Questo fanno gli estremisti: giustificano l'intervento che ha distrutto buoni e cattivi”. E in merito alle critiche rivolte al Premio Nobel per la pace e Ministro per gli Affari Esteri del Myanmar, San Suu Kyi, circa i Rohingya, il Papa dice: “Ho sentito le critiche di non essersi recata alla provincia del Rakhine, poi lei è andata una mezza giornata. Ma nel Myanmar è difficile valutare una critica senza chiedersi: è stato possibile fare questo o come sarà possibile fare questo? Non entro nel merito se sia stato uno sbaglio o meno. Ma il Myanmar è una nazione politicamente in crescita, in transizione. Per questo le possibilità devono valutarsi anche in quest'ottica. In questo momento di transizione sarebbe stato possibile fare questo o quest'altro? Nel Myanmar si deve vedere avanti la costruzione del Paese. Due passi in avanti, uno indietro, la storia ci insegna questo. Non so rispondere altrimenti con le poche conoscenze che ho“.

Futuri viaggi apostolici in India e Cina

Lo sguardo si allarga poi ai Paesi confinanti: “Santità, l'anno prossimo andrà in India, dove milioni di persone la aspettano?”. Il Papa non nasconde il desiderio di visitare una nazione come l'India, e afferma: “Il primo piano era andare in India e Bangladesh, ma poi le trattative per andare in India ritardavano, il tempo premeva e ho scelto questi due Paesi: il Bangladesh e il Myanmar. Ma è stato provvidenziale perché per visitare l'India ci vuole un viaggio intero. Bisogna andare al sud, al centro, al'est, al'ovest, al nord, per le diverse culture e lingue. Spero di andarci nel 2018 se vivo”. “Guardando ai suoi viaggi in Asia – gli domanda un altro giornalista -, si ha la sensazione che stia facendo un giro intorno alla Cina. E' in preparazione un viaggio in Cina?”. Bergoglio risponde così: “Oggi la signora San Suu Kyi si è recata a Pechino. Si vede che ci sono dei dialoghi. Pechino ha una grossa influenza sulla regione. E' naturale. Il Myanmar non so quante migliaia di chilometri di frontiera ha con la Cina. Anche nelle messe c'erano cinesi che sono venuti. Credo che in questi Paesi vicini alla Cina hanno bisogno di buoni rapporti e lo reputo saggio, politicamente costruttivo. E' vero che la Cina è una potenza mondiale e se la vediamo da questa parte cambia la prospettiva. Ma saranno i politologi a spiegare. Il viaggio in Cina non è in preparazione, state tranquilli, per il momento non è in preparazione. Tornando dalla Corea, quando mi hanno detto che stavamo sorvolando la Cina, ho risposto che mi piacerebbe tanto visitare la Cina. Non lo nascondo. Le trattative con la Cina sono di alto livello culturale con scambio di mostre. Professori preti che insegnano nelle università cinesi ce ne sono. Poi c'è il dialogo politico, soprattutto per la Chiesa cinese, quella storia della Chiesa patriottica, la Chiesa clandestina che si deve andare passo a passo con delicatezza, come si sta facendo, lentamente. Credo che in questi giorni comincerà a Pechino una seduta della commisione mista. Serve pazienza, ma le porte del cuore sono aperte e credo che farà bene a tutti un viaggio in Cina. A me piacerebbe farlo”.

La differenza tra evangelizzazione e proselitismo

“Alcuni oppongono il dialogo interreligioso e l'evangelizzazione. Ma qual è la sua priorità: evangelizzare o dialogare?”, gli chiedono. Il Pontefice chiarisce: “Prima distinzione. Evangelizzare non è fare proselitismo, la Chiesa cresce non per proselitismo, ma per attrazione cioè per testimonianza. Questo lo ha detto papa Benedetto XVI. L'evangelizzazione è vivere il Vangelo e testimoniare come si vive il Vangelo. Testimoniare le beatitudini, il Buon Samaritano, il perdono 70 volte 7. E in questa testimonianza lo Spirito Santo lavora e ci sono delle conversioni. Ma non siamo molto entusiasti per fare subito le conversioni. Cercare piuttosto che una conversione sia la risposta a qualcosa che lo Spirito Santo ha mosso nel mio cuore davanti alla testimonianza dei cristiani. Durante il pranzo della Gmg a Cracovia con una quindicina di giovani di tutto il mondo, uno mi ha domandato: 'Cosa devo dire a un compagno di università, bravo ma ateo, per cambiarlo?'. Gli ho risposto: 'L'ultima cosa che devi fare è dire. Vivi il tuo Vangelo e quando ti domanda spiegagli. E lascia che lo Spirito Santo agisca'. Questa è la forza e la mitezza dello Spirito Santo nelle conversioni. Non è convincere con l'apologetica. Noi siamo testimoni del Vangelo. Testimone è una parola greca, martirio. Martirio di tutti i giorni o del sangue quando arriva. Dunque quando si vive con testimonianza e rispetto si fa la pace. La pace si rompe quando comincia il proselitismo. E ci sono tanti modi di fare proselitismo. Questo non è evangelico”.

Nucleare, al limite della liceità

Nella conferenza stampa ad alta quota trova spazio anche una forte condanna dell'uso delle armi nucleari: “Oggi siamo al limite della liceità di avere e usare le armi nucleari. Perché oggi con l'arsenale nucleare così sofisticato si rischia la distruzione dell'umanità o di gran parte di essa – afferma il Papa rispondendo a un giornalista -. E' cresciuto l'armamento nucleare, capace di distruggere le persone senza toccare le strutture. Dunque, oggi è lecito mantenere gli arsenali come stanno o per salvare il creato e l'umanità è necessario andare indietro? Ci sono due forme di mancanza di cultura, quella che Dio ci ha dato, perché noi con il lavoro e lo studio la trasformassimo in cultura. Ma oggi l'uomo ha in mano con questa cultura la capacità di fare un'altra mancanza di cultura. Pensiamo a Hiroshima e Nagasaki. La distruzione. E anche questo succede quando nell'energia atomica civile non si riesce ad avere il controllo. Pensate agli incidenti dell'Ucraina. Per questo, tornando alle armi che sono per vincere distruggendo, io dico che siamo al limite della liceità“.

La forza della fede

Infine, un pensiero al Bangladesh, dove Papa Francesco ha ordinato 16 nuovi sacerdoti. “Ha visto paura a essere preti cattolici in questo Paese?”, gli domandano. E il Pontefice: “Ho l'abitudine prima dell'ordinazione di parlare con loro in privato. Mi sono sembrati sereni, tranquilli, coscienti della loro missione. Ho anche fatto loro una domanda teologica: giocate a calcio? Questo è importante (ride, ndr.). Quello della paura non l'ho percepito. Loro sanno che devono essere vicini al loro popolo. E questo mi è piaciuto”. “In generale sul viaggio, mi fa bene quando riesco a incontrare il popolo del Paese, il popolo di Dio, la gente – conclude -. Abbiamo parlato degli incontri con i politici, con i vescovi, si è vero, si deve fare. Ma la gente, il popolo è proprio il profondo di un Paese. Quando riesco a farlo, sono felice”.

L'aereo papale, come da programma, è atterrato alle 23:00 all'Aeroporto Leonardo Da Vinci di Fiumicino. Quindi, il Pontefice è rientrato in Vaticano.

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