La Via Crucis delle famiglie al tempo della guerra

La cerimonia della Passione del Signore, presieduta da papa Francesco, torna a svolgersi al Colosseo dopo l'emergenza Covid

ULTIMO AGGIORNAMENTO 21:17

La Via Crucis del 2022, dopo che per due anni si era tenuta in Piazza San Pietro a causa dell’emergenza sanitaria scatenata dalla pandemia di Coronavirus, torna a celebrarsi al Colosseo, luogo legato al martirio dei primi cristiani, mentre l’est europeo è ferito dalla guerra, con circa 10mila fedeli presenti, secondo fonti vaticane. In questo Venerdì Santo, presieduto da papa Francesco, protagoniste sono le famiglie, in occasione dell’anno dedicato alla famiglia e a  cinque anni dalla pubblicazione dell’esortazione apostolica Amoris Laetitia. Il Santo Padre ha infatti scelto di affidare la preparazione dei testi delle meditazioni e delle preghiere alcune famiglie legate a comunità ed associazioni cattoliche di volontariato ed assistenza.

Le ultime due stazioni

A portare la croce alla tredicesima stazione, una famiglia russa insieme ad una famiglia ucraina, mentre alla quattordicesima stazione invece una famiglia di migranti, ha reso noto la Sala stampa vaticana. E’ stato modificato il testo della XIII stazione, “si tratta di un cambiamento previsto, che limita il testo al minimo per affidarsi al silenzio e alla preghiera“, spiega il portavoce vaticano Matteo Bruni.

Le meditazioni e le preghiere

I stazione. Gesù in agonia nell’Orto degli ulivi (una coppia di giovani sposi)

Giunsero ad un podere chiamato Getsemani ed egli disse ai suoi discepoli: «Sedetevi qui, mentre io prego». Prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e cominciò a sentire paura e angoscia. Disse loro: «La mia anima è triste fino alla morte. Restate qui e vegliate». Poi, andato un po’ innanzi, cadde a terra e pregava che, se fosse possibile, passasse da lui quell’ora. E diceva: «Abbà! Padre! Tutto è possibile a te: allontana da me questo calice! Però non ciò che voglio io, ma ciò che vuoi tu». (Mc 14, 32-36)

“Eccoci qui, sposati da appena due anni. Il nostro matrimonio ancora non è stato provato da troppe burrasche. C’è stata la pandemia che ha complicato un po’ tutto, ma siamo felici. La nostra sembra essere una lunga luna di miele, nonostante i litigi quotidiani. Nonostante le nostre differenze. Eppure spesso abbiamo paura. Quando pensiamo alle coppie di amici più grandi che non ce l’hanno fatta. Quando leggiamo sui giornali che aumentano le separazioni. Quando ci dicono che sicuramente ci lasceremo perché così va il mondo. È una questione di statistica. Quando ci sentiamo soli perché non ci capiamo. Quando con fatica arriviamo alla fine del mese. Quando ci ritroviamo, sconosciuti, sotto uno stesso tetto. Quando ci svegliamo di notte e sentiamo nel cuore il peso e l’angoscia della nostra “orfananza”. Perché ci dimentichiamo di essere figli. Perché crediamo che il nostro matrimonio e la nostra famiglia dipenda solo da noi, dalle nostre forze. Ci stiamo rendendo conto che il matrimonio non è solo un’avventura romantica, ma è anche Getsemani, è anche l’angoscia prima di spezzare il tuo corpo per l’altro”.

II stazione. Gesù tradito da Giuda e abbandonato dai suoi (una famiglia in missione)

Mentre Gesù ancora parlava, ecco giungere una folla; colui che si chiamava Giuda, uno dei Dodici, li precedeva e si avvicinò a Gesù per baciarlo. Gesù gli disse: «Giuda, con un bacio tu tradisci il Figlio dell’uomo?». Allora quelli che erano con lui, vedendo ciò che stava per accadere, dissero: «Signore, dobbiamo colpire con la spada?». E uno di loro colpì il servo del sommo sacerdote e gli staccò l’orecchio destro. (Lc 22, 47-50) Gesù gli disse: «Rimetti la tua spada al suo posto, perché tutti quelli che prendono la spada, di spada moriranno». Allora tutti i discepoli lo abbandonarono e fuggirono. (Mt 26, 52. 56)

“Siamo partiti per la missione, Signore, quasi dieci anni fa, perché non ci bastava la nostra felicità. Volevamo dare la nostra vita affinché anche altri sperimentassero la stessa gioia. Volevamo mostrare l’amore di Cristo anche a chi non lo conosce. Non importa dove. La vita di comunità e le attività di ogni giorno ci aiutano a educare i figli con una visione aperta della vita e del mondo. Ma non è facile: non nascondiamo l’angoscia e la paura di condurre una vita familiare precaria, lontana dal nostro Paese. A tutto questo si aggiunge il terrore della guerra così drammaticamente attuale in questi mesi. Non è semplice vivere solo di fede e di carità, perché spesso non riusciamo ad affidarci pienamente alla Provvidenza. E a volte, davanti al dolore e alla sofferenza di una madre che muore di parto e per di più sotto le bombe, o di una famiglia distrutta dalla guerra o dalla carestia e dai soprusi, viene la tentazione di rispondere con la spada, di fuggire, di abbandonarti, di lasciare tutto pensando che non valga la pena… Ma sarebbe tradire i nostri fratelli più poveri, che sono la tua carne nel mondo e che ci ricordano che Tu sei il Vivente”.

III stazione. Gesù è condannato dal Sinedrio (sposi anziani senza figli)

I capi dei sacerdoti e tutto il sinedrio cercavano una testimonianza contro Gesù per metterlo a morte, ma non la trovavano. Il sommo sacerdote lo interrogò dicendogli: «Sei tu il Cristo, il Figlio del Benedetto?». Gesù rispose: «Io lo sono!». Tutti sentenziarono che era reo di morte. (Mc 14, 55. 61-62. 64)

“Siamo stati fidanzati pochi mesi, poi la vita ci ha separato a lungo, facendoci conoscere lo straziante tepore del cuore che batte a distanza. E quando ci siamo ritrovati ci siamo sposati subito, con la fretta di chi aveva atteso e temuto già tanto. Abbiamo lasciato le nostre case d’origine per crearne una nostra. Abbiamo intrapreso il nostro cammino di sposi, pieni di progetti e anche di illusioni della gioventù. Poi la vita ci ha scoperto più fragili, e al tempo stesso ci ha spogliato delle nostre aspettative, facendoci camminare in una strada tante volte in salita, alla cui sommità ci siamo trovati faccia a faccia con l’impossibilità di diventare genitori. Sperimentando spesso con dolore tanti giudizi sulla nostra sterilità. “Come mai non avete figli?”, ci è stato chiesto mille volte, come a insinuare che il nostro matrimonio e il nostro amore non bastassero per essere una famiglia. Quanti sguardi poco comprensivi abbiamo digerito. Ma continuiamo a camminare ogni giorno tenendoci per mano, prendendoci cura insieme di una comunità di fratelli e amici che, tra solitudini e tenerezze, è divenuta nel tempo casa e famiglia”.

IV stazione. Gesù è rinnegato da Pietro (una famiglia numerosa)

Mentre Pietro era giù nel cortile, venne una delle giovani serve del sommo sacerdote e, vedendo Pietro che stava a scaldarsi, lo guardò in faccia e gli disse: «Anche tu eri con il Nazareno, con Gesù». Ma egli negò dicendo: «Non so e non capisco che cosa dici». E subito, per la seconda volta un gallo cantò. E Pietro si ricordò della parola che Gesù gli aveva detto: «Prima che due volte il gallo canti, tre volte mi rinnegherai». E scoppiò in pianto. (Mc 14, 66-68. 72)

“Quando ci siamo sposati credevamo di non poter avere figli. Poi, in viaggio di nozze, è arrivato il primo, e ci ha cambiato la vita. Avevamo dei progetti più lenti, realizzarci nel lavoro, viaggiare, provare a vivere almeno un po’ da eterni fidanzati… E invece, mentre ancora increduli toccavamo con mano la bellezza di questo regalo, è arrivato il secondo figlio: una bambina. E così, a ripensarci oggi, sono arrivati anche gli altri, quasi senza che ce ne accorgessimo. E i nostri sogni? Plasmati dagli eventi. La nostra realizzazione professionale? Modificata dai fatti della vita che irrompe. E poi il timore di poter un giorno rinnegare tutto, come Pietro; l’angoscia e la tentazione del rimpianto di fronte all’ennesima spesa imprevista; la preoccupazione per le tensioni con i figli adolescenti. I vecchi desideri hanno ceduto il passo alla nostra famiglia. Non è facile, certo, ma è infinitamente più bello così. E nonostante i pensieri e la densità delle nostre giornate, che sembrano non bastarci mai, non torneremmo mai indietro”.

V stazione. Gesù è giudicato da Pilato (una famiglia con un figlio con disabilità)

Pilato disse loro di nuovo: «Che cosa volete dunque che io faccia di quello che voi chiamate il re dei Giudei?». Ed essi di nuovo gridarono: «Crocifiggilo!». Pilato diceva loro: «Che male ha fatto?». Ma essi gridarono più forte: «Crocifiggilo!». Pilato, volendo dar soddisfazione alla folla, rimise in libertà per loro Barabba e, dopo aver fatto flagellare Gesù, lo consegnò perché fosse crocifisso. (Mc 15, 12-15)

“Nostro figlio era stato giudicato già prima di venire al mondo. Avevamo incontrato medici che si erano presi cura della sua vita prima che nascesse, e medici che a chiare lettere ci avevano fatto capire che era meglio non farlo nascere. E quando abbiamo scelto la vita, siamo stati anche noi oggetto di giudizio: ‘Sarà un peso per voi e per la società’, ci è stato detto. ‘Crocifiggilo’. Eppure non aveva fatto alcun male. Quante volte il giudizio del mondo è affrettato e superficiale e ci addolora anche solo con uno sguardo. Ci portiamo addosso la vergogna di una diversità più spesso compatita che abitata. La disabilità non è un vanto né un’etichetta, piuttosto la veste di un’anima che spesso preferisce tacere di fronte ai giudizi ingiusti, non per vergogna ma per misericordia verso chi giudica. Non siamo immuni dalla croce del dubbio o dalla tentazione di chiederci come sarebbe stato se le cose fossero andate diversamente. Ma, in realtà, la disabilità è una condizione, non una caratteristica, e l’anima, grazie a Dio, non conosce barriere”.

VI stazione. Gesù è flagellato e coronato di spine (una famiglia che gestisce una casa famiglia)

Pilato dopo aver fatto flagellare Gesù lo consegnò perché fosse crocifisso. Allora i soldati lo vestirono di porpora, intrecciarono una corona di spine e gliela misero attorno al capo. Poi presero a salutarlo: «Salve, re dei Giudei!». E gli percuotevano il capo con una canna, gli sputavano addosso e, piegando le ginocchia, si prostravano davanti a lui. (Mc 15, 15. 17-19)

“La nostra casa è grande, non solo in termini di spazio, ma soprattutto per la ricchezza umana che vi abita. Sin dall’inizio del matrimonio non siamo mai stati solo in due. La nostra vocazione all’accoglienza del dolore è stata ed è tutt’ora, a distanza di 42 anni di matrimonio e tre figli naturali, nove nipoti e cinque figli adottivi non autosufficienti e con gravi difficoltà psichiche, tutt’altro che triste. Non meritiamo tanta benedizione di vita. Per chi crede che non sia umano lasciare solo chi soffre, lo Spirito Santo muove nell’intimo la volontà ad agire e a non rimanere indifferenti, estranei. Il dolore ci ha cambiato. Il dolore riporta all’essenziale, ordina le priorità della vita e restituisce la semplicità della dignità umana, in quanto tale. Sulla via dolorosa della vita di tanti flagellati e crocifissi, accanto a loro, sotto il peso della loro croce, abbiamo scoperto che il vero re è colui che si dona e si dà in pasto, anima e corpo”.

VII stazione. Gesù è caricato della Croce (una famiglia con un genitore malato)

Dopo essersi fatti beffe di Gesù, lo spogliarono della porpora e gli fecero indossare le sue vesti, poi lo condussero fuori per crocifiggerlo.

“Una mattina come tante mia moglie è svenuta due volte. La corsa in ospedale e la scoperta di una malattia che nella sua testa già stava insinuando il veleno. L’operazione, la riabilitazione, le cure…; e oggi una quotidianità completamente nuova per tutti noi. Il Signore ci parla attraverso accadimenti che non sempre comprendiamo e ci conduce per mano verso lo sviluppo della parte migliore di noi. Aveva un ruolo, una posizione, una ‘veste’, e si è ritrovata completamente diversa. Nuda, indifesa, crocifissa. E io con lei. Attraverso questa malattia, su questa croce, siamo diventati il pilastro sul quale i figli sanno di potersi appoggiare. Prima non era così. Potrei quasi dire che oggi, con i suoi occhi penetranti nel loro glabro dolore, è pienamente madre e moglie. Senza orpelli, nell’essenzialità di una vita più difficile e nuova. Essere bloccati, inchiodati da un pensiero martellante costringe soprattutto me, che ero così cocciutamente orgoglioso, a scoprire nelle altre famiglie il meraviglioso dono che sono: chi prova a farti ridere, chi ti aiuta in cucina, chi ti accompagna i figli a catechismo, chi ti ascolta, chi ti capisce con uno sguardo, chi pur avendo situazioni altrettanto se non più complicate si preoccupa costantemente per te”.

VIII stazione. Gesù è aiutato dal Cireneo a portare la Croce (una coppia di nonni)

Mentre i soldati lo conducevano via, fermarono un certo Simone di Cirene, che tornava dai campi, e gli misero addosso la croce, da portare dietro a Gesù. (Lc 23, 26)

“Siamo andati in pensione due anni fa e proprio mentre iniziavamo a fantasticare su come spendere le energie recuperate, ci è giunta la notizia del licenziamento di nostro genero. Durante la pandemia abbiamo assistito inermi alla crisi del matrimonio della nostra figlia maggiore. I nipoti hanno iniziato a inondare di vitalità e confusione la nostra casa non più solo la domenica e, soprattutto, come non accadeva da quando erano piccoli i nostri tre figli. Abbiamo montato in auto un seggiolino e comprato una lavagna su cui trascrivere gli impegni dei nostri cinque nipoti per non rischiare di dimenticare qualcosa. I nostri muscoli non sono quelli di una volta, ma il bagaglio delle esperienze ci rende più docili alla vita rispetto a quando avevamo la forza di correre. La croce della precarietà delle famiglie e del lavoro ci preoccupa. E oggi, che saremmo naturalmente portati ad occuparci delle nostre stanchezze e della innegabile paura della morte, siamo caricati di una croce inaspettata, postaci sulle spalle nostro malgrado. Il passo si fa spesso lento e la notte, dopo aver sorriso, ci troviamo a piangere di compassione. Ma essere ‘ossigeno’ per le famiglie dei nostri figli è un dono che ci riporta alle emozioni provate quando erano piccoli. Non si finisce mai di essere mamma e papà”.

IX stazione. Gesù incontra le donne di Gerusalemme (una famiglia adottiva)

Seguiva Gesù una grande moltitudine di popolo e di donne che si battevano il petto e facevano lamenti su di lui. Ma Gesù, voltandosi verso di loro, disse: «Figlie di Gerusalemme, non piangete su di me, ma piangete su voi stesse e sui vostri figli». (Lc 23, 27-28)

“Adesso siamo in quattro. Per lunghi anni siamo stati in due, e abbiamo affrontato la croce della solitudine e la gestazione di una genitorialità diversa da come l’avevamo sempre immaginata. L’adozione è la storia di una vita segnata dall’abbandono che viene guarita da un’accoglienza. Ma l’abbandono è una ferita che sanguina sempre. E l’adozione è una croce che genitori e figli si caricano insieme sulle spalle, sopportandola, cercando di alleviarne il dolore e anche amandola, in quanto parte della storia del figlio. Ma fa male vedere un figlio che soffre per il suo passato. Fa male provare ad amarlo senza riuscire a scalfire minimamente il suo dolore. Ci siamo adottati a vicenda. E non c’è un giorno in cui non ci svegliamo pensando che ne è valsa la pena; che tutta questa fatica non è vana; che questa croce, anche se dolorosa, nasconde un segreto di felicità”.

X stazione. Gesù è crocifisso (una vedova con figli)

Quando giunsero sul luogo chiamato Cranio, vi crocifissero lui e i malfattori, uno a destra e l’altro a sinistra. Gesù diceva: «Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno». Poi dividendo le sue vesti, le tirarono a sorte. Il popolo stava a vedere; i capi invece lo deridevano dicendo: «Ha salvato altri! Salvi se stesso, se è lui il Cristo di Dio, l’eletto». Anche i soldati lo deridevano, gli si accostavano per porgergli dell’aceto e dicevano: «Se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso». Sopra di lui c’era anche una scritta: «Costui è il re dei Giudei». (Lc 23, 33-38)

“Siamo una madre e due figli. Da oltre sette anni siamo una sedia a tre gambe invece che quattro: bellissima e di valore, anche se un pochino instabile. Sotto la croce ogni famiglia, anche la più sbilenca, la più dolente, la più strana, la più monca, trova il suo senso profondo. Anche la nostra. Abbiamo sperimentato, non senza lacrime e dolore, che Gesù in quell’abbraccio di travi inchiodate ci guarda e non ci lascia mai soli. Ci affida non solo a un generico amore del creatore rispetto alle sue creature ma ci consegna a un amico, a una madre, a un figlio, a un fratello. A una Chiesa che, con tutti i suoi difetti, tende la mano e, per quanto impossibile possa sembrare, sostiene a tratti il peso per noi consentendoci di tanto in tanto di riprendere fiato. L’amore si moltiplica perché è gratuito, anche quando ho la tentazione di capire perché, se ‘ha salvato gli altri… se è il Cristo di Dio, il suo eletto’, non abbia potuto salvare anche mio marito. Ma la ferita di Uno sulla croce è eredità, legame e relazione insieme. L’Amore si fa reale, perché, nel nostro abisso e nei nostri disagi, non siamo abbandonati”.

XI stazione. Gesù promette il Regno al buon ladrone (una famiglia con un figlio consacrato)

Quando giunsero sul luogo chiamato Cranio, vi crocifissero Gesù e i malfattori, uno a destra e l’altro a sinistra. Uno dei malfattori disse: «Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno». Gli rispose: «In verità io ti dico: oggi sarai con me nel paradiso». (Lc 23, 33. 42-43)

“Solo adesso sorridiamo ricordandoci tutte le aspettative che avevamo messo su nostro figlio. Lo avevamo cresciuto perché fosse felice, perché si realizzasse. Perché seguisse le orme del nonno. Sì, forse, avremmo voluto per lui una vita diversa. Una famiglia, un lavoro, dei figli, dei nipoti. Insomma la ‘normalità’. Avevamo già vissuto la sua vita al posto suo. E invece sei arrivato Tu e hai sconvolto tutto. Hai distrutto i nostri sogni per qualcosa di più grande. Hai fatto in modo che la sua vita non seguisse la logica del ‘si è sempre fatto così’ e lo hai chiamato a Te. Ma come? Perché proprio lui? Perché proprio nostro figlio? All’inizio non l’abbiamo presa bene. Lo abbiamo contrastato. Lo abbiamo abbandonato. Credevamo che la nostra freddezza lo avrebbe fatto tornare sui suoi passi. Abbiamo provato a insinuare nella sua testa il dubbio che stesse sbagliando tutto. Come due malfattori. Ma abbiamo capito che non si può lottare contro di Te. Noi siamo un vaso e Tu sei il mare. Noi siamo una scintilla e Tu sei il fuoco. E allora, come il buon ladrone, anche noi ti chiediamo di ricordarti di noi quando entrerai nel tuo Regno”.

XII stazione. Gesù dona la Madre al discepolo amato (una famiglia che ha perso una figlia)

Stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria di Clèopa e Maria di Màgdala. Gesù allora, vedendo la madre e accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: «Donna, ecco tuo figlio!». Poi disse al discepolo: «Ecco tua madre!». E da quell’ora il discepolo l’accolse con sé. (Gv 19, 25-27)

“Eravamo in cinque in casa: io, mio marito e i nostri tre figli. Cinque anni fa la vita si è complicata. Una diagnosi difficile da accettare, una malattia oncologica scritta ogni istante sul volto della figlia più piccola. Una malattia che, pur non avendo mai spento il suo sorriso, ha reso lo stridore dell’ingiustizia che vivevamo ancora più doloroso. Malgrado le ‘beffe’ di cui il dolore sembrava averci già ricoperto, dopo solo sei anni di matrimonio mio marito ci ha lasciato per una morte improvvisa, mettendoci su una strada di solitudine straziante, durante la quale in due anni abbiamo accompagnato la piccola di casa al suo ultimo saluto. Sono passati cinque anni dall’inizio di questa avventura che non abbiamo assolutamente compreso razionalmente, ma la certezza è che questa grande croce è stata abitata dal Signore e lo è ancora oggi. ‘Dio non chiama chi è capace ma rende capace chi chiama’: questo ci disse un giorno una suora, e queste parole ci hanno cambiato la prospettiva di vita negli ultimi anni. La menzogna più grande con cui abbiamo combattuto era quella di non essere più famiglia. Non conosco altro modo per rispondere al mio cuore e al mio dolore nella carne, se non quello di affidarmi al Signore che vive questo pezzo di strada terrena con me. Tante volte, nelle sedute di chemioterapia di mia figlia, mi sono sentita come Maria sotto la croce; ed è quella esperienza che mi fa sentire oggi – anche se solo per un pezzetto – madre del mio Signore”.

XIII stazione. Gesù muore sulla Croce

Alle tre, Gesù gridò a gran voce: «Eloì, Eloì, lemà sabactàni?», che significa: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?». Uno corse a inzuppare di aceto una spugna, la fissò su una canna e gli dava da bere, dicendo: «Aspettate, vediamo se viene Elia a farlo scendere». Ma Gesù, dando un forte grido, spirò. (Mc 15, 34. 36-37)

“Di fronte alla morte il silenzio è più eloquente delle parole. Sostiamo pertanto in un silenzio orante e ciascuno nel cuore preghi per la pace nel mondo.”

XIV stazione. Il corpo di Gesù è deposto nel sepolcro (una famiglia di migranti)

Giuseppe prese il corpo, lo avvolse in un lenzuolo pulito e lo depose nel suo sepolcro nuovo, che si era fatto scavare nella roccia; rotolata poi una grande pietra all’entrata del sepolcro, se ne andò. Lì, sedute di fronte alla tomba, c’erano Maria di Màgdala e l’altra Maria. (Mt 27, 59-61)

“Ormai siamo qui. Siamo morti al nostro passato. Avremmo voluto vivere nella nostra terra, ma la guerra ce lo ha impedito. È difficile per una famiglia dover scegliere tra i suoi sogni e la libertà. Tra i desideri e la sopravvivenza. Siamo qui dopo viaggi in cui abbiamo visto morire donne e bambini, amici, fratelli e sorelle. Siamo qui, sopravvissuti. Percepiti come un peso. Noi che a casa nostra eravamo importanti, qui siamo numeri, categorie, semplificazioni. Eppure siamo molto di più che immigrati. Siamo persone. Siamo venuti qui per i nostri figli. Moriamo ogni giorno per loro, perché qui possano provare a vivere una vita normale, senza le bombe, senza il sangue, senza le persecuzioni. Siamo cattolici, ma anche questo a volte sembra passare in secondo piano rispetto al fatto che siamo migranti. Se non ci rassegniamo è perché sappiamo che la grande pietra sulla porta del sepolcro un giorno verrà rotolata via”.

Preghiera finale

Il Pontefice ha poi pronunciato la preghiera finale del rito:

“Padre misericordioso,
che fai sorgere il sole sui buoni e sui cattivi,
non abbandonare l’opera delle tue mani,
per la quale non hai esitato
a consegnare il tuo unico Figlio,
nato dalla Vergine,
crocifisso sotto Ponzio Pilato,
morto e sepolto nel cuore della terra,
risuscitato dai morti il terzo giorno,
apparso a Maria di Magdala,
a Pietro, agli altri apostoli e discepoli,
sempre vivo nella santa Chiesa,
suo Corpo vivente nel mondo.

Tieni accesa nelle nostre famiglie
la lampada del Vangelo,
che rischiara gioie e dolori,
fatiche e speranze:
ogni casa rifletta il volto della Chiesa,
la cui legge suprema è l’amore.
Per l’effusione del tuo Spirito,
aiutaci a spogliarci dell’uomo vecchio,
corrotto dalle passioni ingannatrici,
e rivestici dell’uomo nuovo,
creato secondo la giustizia e la santità.

Tienici per mano, come un Padre,
perché non ci allontaniamo da Te;
converti al tuo cuore i nostri cuori ribelli,
perché impariamo a seguire progetti di pace;
porta gli avversari a stringersi la mano,
perché gustino il perdono reciproco;
disarma la mano alzata del fratello contro il fratello,
perché dove c’è l’odio fiorisca la concordia.

Fa’ che non ci comportiamo da nemici della croce di Cristo,
per partecipare alla gioia della sua risurrezioneEgli vive e regna con Te,
nell’unità dello Spirito Santo,
per tutti i secoli dei secoli”.

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