“Bisogna tornar a guardare le stelle”: la ricostruzione dopo la devastazione dell’Umbria

La storia di due parroci molto amati dalla comunità. I sacerdoti si misurano quotidianamente con le ricadute della devastazione che comportano una ricostruzione difficile

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Norcia è stata distrutta 7 volte dai terremoti. Ma non c’era memoria di uno come quello del 30 ottobre 2016”. Racconta Don Marco Rufini, 53 anni, che è stato a lungo l’unico sacerdote per il paese e le sue 18 frazioni, prima che nel 2018 lo raggiungesse don Davide Tononi. Sfollato tra gli sfollati Don Marco ha confortato la popolazione in un percorso difficile di ripresa. Al momento della scossa di magnitudo 7.4 si trovava all’aperto: “Era impossibile restare in piedi la terra si è sollevata e mi sono ritrovato aggrappato ad un albero. La città “ballava’” credevo di avere le allucinazioni. Quando è finito, non avevo più davanti agli occhi Norcia, solo polvere. Per fortuna non abbiamo avuto vittime, la buona ricostruzione del ’79 ha evitato il peggio. I morti li fa l’uomo e non il sisma”. Per la dedizione verso la popolazione, dispersa per oltre 56 chilometri quadrati, con dislivelli da 400 a 1.600 metri, gli è stato assegnato, nel 2017, il Global education award, il prestigioso riconoscimento del Festival mondiale della creatività nella scuola, “per il coraggio dimostrato nel condividere il dolore dei ragazzi e delle famiglie colpite dagli eventi sismici del Centro Italia, rimanendo sempre al fianco della popolazione di Norcia, custode della spiritualità della città di San Benedetto, patrono d’Italia”.

 

Il senso dell’essere sacerdote

Tra la distruzione ed una comunità lacerata il terremoto non ha cambiato il senso dell’essere sacerdote. “Le modalità dell’essere parroco sono sempre le stesse, – sottolinea Don Marco – cambiano le condizioni esteriori o le cose che concretamente si fanno. La “missione” però, resta la stessa”. Oggi ha abbandonato la roulotte che lo ha accolto nei primi anni e abita in una casa in legno, presso il centro pastorale “Papa Francesco”. I segni del sisma del 2016 sono ancora visibili nel paesaggio e negli occhi delle persone che hanno deciso di restare. Ma da una tragedia si può costruire una comunità. Don Marco insieme a Don Davide, si impegna ogni giorno per portare Gesù alle famiglie che non hanno più un luogo di preghiera. Sopra la città sorge ora la chiesa prefabbricata, luminosa e sicura. Accanto, i container per le attività parrocchiali.

Un riparto sicuro per gli anziani

“La casa perduta per i nostri anziani è il vero dramma, l’avevano costruita per le generazioni future: era il simbolo dell’affrancamento dalla povertà dopo una vita durissima – spiega don Rufini – Mio nonno, contadino, nella vita cambiò in 20 anni 5 casali, portando con sé le sue povere cose. Nelle casette coibentate col cartongesso, chi ha potuto ha portato un comò o un tavolino, per ritrovare intorno a sé qualcosa di familiare. Per noi preti le comunità sono la nostra forza così come quella più grande dei donatori del sovvenire. La vita i suoi terremoti ce l’ha sempre. La nostra opera non è rifare quel che c’era prima, ma renderlo migliore”. In un territorio così duramente colpito c’è urgenza di centri pastorali anche per delocalizzare i luoghi di culto: “– È pieno il mondo di posti senza comunità, – chiarisce don Davide Tononi, parroco in solido – noi almeno abbiamo fedeli e relazioni salde anche se per ora senza mura per il culto”.

Quando la Chiesa attraversa i social

Nato nel Bresciano, umbro d’adozione, 36 anni, dal 2018 i fedeli lo vedono arrivare ovunque con la sua Vespa 50 Special gialla. Don Davide vive in un container, che gli è stato affidato quando è arrivato a Norcia. In questi anni non ha mai smesso di lottare per tenere alta l’attenzione sulla ricostruzione e, nel luglio scorso, ha inviato un videomessaggio al presidente del Consiglio Giuseppe Conte per sollecitare l’attenzione del governo e non far cadere nel dimenticatoio la situazione del Centro Italia dopo il sisma. Parroco social, Don Davide pubblica e commenta tutti i giorni sui social il Vangelo del giorno. “Il Signore diceva di gridare la parola di Dio dai tetti delle città, – spiega il sacerdote –  io nel mio piccolo lo faccio attraverso i social”. Con un seguito crescente spiega che l’idea gli è venuta pensando che magari a qualcuno avrebbe fatto piacere leggere la parola di Dio. E l’iniziativa, infatti, con il passare del tempo ha riscosso sempre più successo.

La difficile ricostruzione dopo la devastazione

Molto amati dalla comunità i due parroci si misurano quotidianamente con le ricadute della devastazione che comportano una ricostruzione difficile, rallentata in questo difficile 2020 anche dall’emergenza coronavirus. Tra sisma e pandemia Don Marco e Don Davide sono passati in due anni da un’emergenza all’altra. “Il terremoto aveva tolto l’aspetto materiale – sottolinea Don Davide –  ma rimaneva comunque lo stare insieme, che era quello che ti dava forza per aver perso le proprie cose. Adesso la pandemia ha colpito la relazione che qui era quella che ti salvava”.

Le priorità della vita

Adesso bisogna rivedere le priorità e capire cosa si vuole mettere al centro della propria vita. C’è bisogno di restare uniti, anche se a distanza, contro la paura di essere dimenticati, di cercare la felicità nelle piccole cose per riscoprire la bellezza dello stupore. “Dobbiamo ritornare – dice Don Davide a Giovanni Panozzo nel docufilm della serie Insieme ai sacerdoti-  a insegnare ai nostri figli a guardare le stelle. Se riesci a vivere la tua ordinarietà, come qualcosa di straordinario, se riesci a vivere la realtà come un dono, allora sei una persona felice”.

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