Polisportiva Castellinsieme: lo sport che unisce

Le vittorie sportive ed umane della Polisportiva Castellinsieme onlus nelle parole ad Interris.it del presidente Fabrizio Izzo

ULTIMO AGGIORNAMENTO 23:05
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La squadra della Polisportiva Sociale Castellinsieme Onlus

“La ringrazio perché c’è bisogno di dare la giusta importanza al terzo settore” asserisce al cellulare Fabrizio Izzo, presidente della Polisportiva Castellinsieme onlus. La sua è una realtà fatta di solidarietà, di amicizia amalgamata dal sudore dello sport. La fatica che unisce ragazzi normodotati con coetanei portatori di handicap. Li unisce e li conduce, gloriosi e sorridenti, alle vette dello sport integrato nazionale e non solo.

L’intervista

presidente Izzo, come nasce la Polisportiva Castellinsieme?
“La Polisportiva nasce nel 2015 sul territorio dei Castelli Romani. Le persone che la compongono sono professionisti del terzo settore ed in particolare delle dinamiche che interessano la disabilità. Mi sono reso conto che lo sport era un’attività che in qualche modo poteva prescindere dalla disabilità. Bisognava far diventare i ragazzi degli atleti”.

Che tipo di attività svolgete?
“Noi ci dedichiamo ad una molteplicità di discipline sportive tra cui calcio a 5 integrato con atleti normodotati ed atleti con disabilità cognitivo-relazionali all’interno del campionato Special Olympics Italia, Calcio a 7 riconosciuto dalla Figc e denominato ‘Quarta categoria’. In quest’ultima, siamo adottati dal Frosinone Calcio. Non lo si pensa mai, ma questi ragazzi sono dei veri e propri atleti: c’è molta competizione e voglia di vincere. Noi abbiamo ottenuto vari successi: secondi nel campionato quarta categoria, abbiamo vinto la medaglia d’oro al campionato Special Olympics Italia e un argento con la squadra di basket sempre integrato”.

Che interazione nasce tra ragazzi normodotati e i ragazzi portatori di handicap?
“Essendo il normodotato un atleta definito ‘atleta partner’, la relazione è quella del compagno di squadra. Si vive lo spogliatoio normalmente. Ovviamente, l’atleta normodotato che si avvicina a questo mondo deve essere dotato di una sensibilità spiccata o deve aver intrapreso un corso di studi particolare. Da qualche anno, siamo riusciti ad inserire come atleti partners, dato che le nostre attività sono gratis, alcuni adolescenti che non avevano le possibilità economiche per giocare a calcio o a basket. Alla fine, la squadra è composta da maschi e femmine, normodotati e ragazzi con disabilità. Questa eterogeneità si traduce in grandi amicizie e in pratiche educative uniche”.

Quali sono i risultati della partecipazione alle vostre attività?
“Al nostro interno, abbiamo una responsabile psico-pedagogica che gestisce il progetto educativo. Per ogni atleta che entra a far parte delle nostre squadre viene redatto un profilo individuale con degli obiettivi a breve, medio e lungo termine. Obiettivi sportivi ma anche relativi alle autonomie. Ci sono ragazzi che non sanno ancora vestirsi e spogliarsi da soli: all’interno degli spogliatoi affianchiamo loro degli operatori esperti così da supportare anche le famiglie. I primi risultati sono di carattere relazionale. Perché spesso questi ragazzi e le loro famiglie vivono in uno stato di solitudine a causa della disabilità. Nella nostra associazione ci sono 70 atleti, quindi 70 nuclei familiari che interagiscono, vanno a cena fuori”.

Quali accortezze si prendono per allenare un ragazzo con disabilità?
“Una sola è l’accortezza fondamentale: non bisogna portare i ragazzi in situazioni di frustrazione. L’obiettivo deve essere personificato ed individuale. Chiedere troppo genera frustrazione, chiedere troppo poco farebbe pensare all’atleta di essere sottovalutato”.

Da presidente c’è un’immagine con i suoi ragazzi indelebile nella sua mente?
“Ce ne sono due. Ogni anno ci sono le finali nazionali. Nel 2016 siamo arrivati in finale. Non ce lo aspettavamo di potervi accedere subito. La prima medaglia ha significato tantissimo. Essendo il presidente, i ragazzi credono che tutti gli sforzi che come associazione facciamo siano dovuti al mio operato. Subito dopo l’ultimo fischio, che significava per noi una bella medaglia d’oro, mi hanno abbracciato e baciato tutti. Mi hanno, poi, chiesto di andare a tifare la squadra di basket che giocava in un altro campo. I pullman ci hanno condotto al palazzetto. Anche loro hanno vinto. Il tutto si è concluso con un abbraccio tra i ragazzi, gli operatori, i mister e le famiglie. Il secondo ricordo invece è più personale. Lo scorso anno, abbiamo mandato un nostro atleta a Chicago con la federazione italiana di Calcio a 11 integrato. Mi chiama e mi dice: ‘Presidé, io non sono mai uscita da Ariccia e mi hai mandato a Chicago. Ma come hai fatto?’. Il terzo settore, come si può capire, è fondamentale”.

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