“Non esiste civiltà senza difesa dei fragili”. L’urgenza dei centri antiviolenza

Sulla "necessità di ampliare la rete dei centri di assistenza e la diffusione territoriale" intervista di Interris.it al presidente del Consiglio Regionale delle Marche, avvocato Dino Latini, già sindaco di Osimo, in provincia di Ancona, e presidente delle commissione Bilancio della Regione Marche

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L’urgenza in pandemia dei centri antiviolenza: “Non esiste civiltà senza difesa dei fragili”. Sulla “necessità di ampliare la rete dei centri di assistenza e la diffusione territoriale” Interris.it ha intervistato il presidente del Consiglio Regionale delle Marche, avvocato Dino Latini, già sindaco di Osimo, in provincia di Ancona, e presidente delle commissione Bilancio della Regione Marche.centri

Centri antiviolenza a difesa delle donne

Il Rapporto annuale sul fenomeno della violenza contro le donne nella Regione Marche è stato al centro di una seduta straordinaria del Consiglio regionale. Con la partecipazione dei vertici istituzionali e dei testimoni del  terzo settore che soccorrono l’universo femminile vittima di soprusi e schiavitù, come don Aldo Buonaiuto. Il sacerdote di frontiera della Comunità Papa Giovanni XXIII è impegnato da molti anni nel soccorso e nell’accoglienza delle “donne crocifisse“, raccontate nel suo omonimo libro d’inchiesta da Rubbettino con la prefazione di papa Francesco.Presidente Latini, fin dall’inizio suo mandato alla guida del Consiglio Regionale delle Marche, lei si è impegnato contro la violenza sulle donne. L’Italia è ai primi posti in Europa per femminicidi, abusi e discriminazioni ai danni della popolazione femminile. In che modo possono cooperare le istituzioni pubbliche e le associazioni di volontariato a difesa delle donne?

“Possono essere molte. Ma vanno divise fra quelle di assistenza. Quelle di prevenzione. E quelle invece di modello civico. Le prime sono già in atto da diverso tempo. Con tutta la serie di centri antiviolenza. E altre servizi di molte pubbliche amministrazioni locali e non. Tese a sostenere le donne già vittime di violenze. In questa direzione si dovrebbe ampliare  la rete dei centri di assistenza. La sua diffusione territoriale. La pubblicizzazione di tale  rete. La certezza della risposta ai bisogni di chi ha subito violenza. La certezza della privacy. E la sicurezza di una risposta”.CentriPuò farci un esempio?

“Ci vuole un impegno economico importante. Servono misure che possano far capire un fatto. In ogni comune come esiste il servizio anagrafe, esiste un centro di aiuto alle donne. Cioè alle vittime. Colpite da ogni forma di violenza possibile. Occorre anche prendere un impegno”.CentriQuale?

“Che il programma di ampliamento della rete di assistenza sia un punto indiscusso. Per qualunque amministrazione succeda all’altra. Così da non essere  una scelta politica. Ma  una determinazione istituzionale e comunitaria. La collaborazione in termini di prevenzione comprende tutta una serie di presupposti. Che ancora oggi non ci sono. Nell’ambito della scuola. Del lavoro. Della vita familiare o di coppia. E di relazioni”. A cosa si riferisce?

“Si dovrebbe pensare a corsi obbligatori di educazione contro la violenza sulla donna. Un protocollo nei luoghi di lavoro. Una relazione di supporto in ambito sociale e familiare. Ma credo che le istituzioni debbano sopratutto intervenire nella vita di tutti i giorni. Per prescrivere e promuovere un nuovo stile di vita”.

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In che modo?

“In modo continuo. Sotto ogni forma. E con ogni mezzo. A cominciare dai social  network.   Affinché la violenza sulle donne sia bandita definitivamente. Solo un continuo proliferare di gesti positivi antiviolenza potrà avviare un cambiamento culturale. Un processo che non si fermi ad assistere e solidarizzare con chi è colpita da violenza. Ma diventi modello civico”.centriQuali pregiudizi culturali vanno superati per arrivare ad un’effettiva parità tra uomo e donne in società, tra le mura domestiche e nei contesti lavorativi?

“Soprattutto quello atavico che la donna non abbia lo stesso valore dell’uomo. E che può quindi essere vittima di violenza senza che ciò provochi conseguenze. Non sarà facile sconfiggere questo gravissimo pregiudizio culturale. Ci vorrà molto tempo. Ma dobbiamo cooperare a tutto campo per raggiungere un così determinante obiettivo di civiltà”.

La tratta della prostituzione coatta non si ferma neppure in pandemia. Quali politiche pubbliche possono essere messe in campo per contrastare lo sfruttamento di quelle che il sacerdote anti-tratta don Aldo Buonaiuto ha definito “donne crocifisse” nel suo libro con la prefazione di papa Francesco?

“Quelle della rinascita come persone. Con percorsi diversi dalla ‘vendita’ del proprio corpo. Offrendo la certezza della possibilità di una vita diversa. A ciò vanno che aggiunte misure nette. Affinché sia punito con pene certe chi sfrutta e schiavizza le donne”.Da cattolico impegnato in politica fin dai tempi della Democrazia Cristiana, quale progressione o involuzione ha visto nella sensibilizzazione dell’opinione pubblica sulla difesa delle donne?

“Vedo una progressione nel parlare del dramma. Affrontarlo ormai costantemente nel dibattito pubblico avvia un processo di crescita. E favorisce l’individuazione di mezzi da opporre ai tentativi di violenza. Però nel contempo vedo anche continue ferite al valore della donna. La centralità della persona è troppo spesso messa in discussione. Con facilità inaccettabile viene lesa la sua dignità. Anche in forme e modalità che non sono quelle della violenza fisica”.

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