L’alleanza emotiva (saldata dalla riconoscenza) tra il paziente e il suo caregiver

Caregiver-paziente: intervista al professor Roberto Trignani. Direttore del reparto di neurochirurgia degli Ospedali Riuniti di Ancona è celebre nel mondo per gli interventi straordinari in “awake surgery”

ULTIMO AGGIORNAMENTO 0:05
Napoli

Caregiver e paziente: le ragioni di una fondamentale alleanza emotiva. “L’essere umano non è un semplice potenziale serbatoio di virus Covid-19!”, afferma a Interris.it il professor Roberto Trignani. Direttore del reparto di neurochirurgia degli Ospedali Riuniti di Ancona è celebre nel mondo per gli interventi straordinari in “awake surgery”.caregiver

Caregiver-paziente

“Quando le riflessioni sui rischi di diffusione dell’infezione prendono il sopravvento, aumentano gli sforzi logistico-organizzativi che tendono a isolare, distanziare, creare il vuoto attorno al virus. Il corpo umano diventa una scatola da chiudere, impacchettare e sterilizzare”, sottolinea a Interris.it uno dei più autorevoli neurochirurghi italiani. “Questa tendenza a concentrarsi sul virus, qualunque sia l’ospite, si fa strada anche in ambito sanitario- evidenzia il professor Trignani-. Anzi il management sanitario, quando si rafforzano i focolai infettivi, aumenta la produzione di protocolli che hanno il fine di tagliare i ponti di collegamento tra esseri umani, che sono anche le vie di trasmissione delle emozioni, degli affetti e di quella parte spirituale che ha bisogno di interagire”. Da qui l’importanza del “patto emotivo” tra caregiver e paziente.

Senza contatti diretti

“Il mondo tecnico giustamente utilizza gli strumenti che possiede per risolvere i problemi che si presentano- spiega il neurochirurgo Trignani-. Ho un ospite ostile, le armi eziologiche per contrastarlo sono poche e scarsamente efficaci in attesa del vaccino, lo devo isolare ed impedirgli di diffondersi. Così in ospedale creo percorsi protetti anti-Covid per consentire ai pazienti di raggiungere in sicurezza la struttura che deve curarli. Impedisco i contatti diretti con familiari. Metto in campo tutta una serie di misure fredde e razionali, vestire di dpi (dispositivi di protezione individuale), formalmente inattaccabili”.Poi, però, cosa accade concretamente?

“Ma poi ti incroci con gli occhi della persona che soffre, lo specchio dell’anima, quella parte del nostro viso che fortunatamente i dpi non hanno coperto. Gli occhi del malato sono una porta di accesso a quella parte immateriale della nostra esistenza che ti racconta con immediatezza lo stato di salute di una persona e chiede aiuto a chi indossa la divisa bianca per occuparsi a 360 gradi della persona che ha di fronte e non solo della parte malata”.caregiverA cosa si riferisce?

“Capisci come medico, come operatore sanitario che sei lì come un mediatore che deve trovare la quadra tra i bisogni logistici di isolamento dell’organizzazione e i bisogni del malato di comunicare, interagire, far muovere le sue energie interiori i cui snodi si accendono solo quando entrano in contatto con altre persone. Capisci che questa è la strada giusta anche come potenziatore del sistema immunitario; comunica, tranquillizza, cura nel senso più pieno e totale del termine come la scienza della Pnei (Psico-Neuro-Endocrino-Immunologia) ci insegna”.Può farci un esempio?

“Quando si stabilisce il potente ponte ematico operatore sanitario-paziente, diventa tutto più semplice; si trovano quasi magicamente le soluzioni che ti fanno superare ed attraversare le barriere logistiche. Utilizzi i dpi non per distanziarti ma per avvicinarti al paziente, riduci il contatto fisico ma potenzi quello visivo e verbale, massimizzi gli sforzi per avvicinare chi è ospedalizzato ai suoi affetti: implementi tecnologie di comunicazioni, introduci barriere trasparenti che riducono ai pochi mm del loro spessore la distanza di interazione tra malato e familiari; hanno studiato e messo in uso anche barriere come pellicole morbide trasparenti che consentono un abbraccio tra il malato ed i propri cari”.Da cosa deriva?

“Tutto questo è figlio della cultura umanistica del nostro Paese, un patrimonio che ci ha regalato la ricchezza della nostra storia e che in momenti di difficoltà riesce sempre a tirarci fuori con dignità ed onore come nessun altro paese al mondo. Ho davanti agli occhi le immagini di chi racconta la sua esperienza drammatica con il Covid. L’aspetto costante che raccolgo è sempre un’alleanza emotiva saldata dalla riconoscenza tra il paziente ed il suo caregiver che va al di là del rapporto tecnico di cura e va pescare in quella condivisione di due mondi immateriali che si sono incrociati”.

 

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