Esportazioni di armi: il giro di affari miliardario sulla pelle dei bambini

Quanto vale l'esportazioni di armi dall'Italia? La dottoressa Silvia Gison, dell'advocacy di Save The Children fa il punto con Interris.it

ULTIMO AGGIORNAMENTO 0:04

Stop alla guerra sui bambini” è la petizione che Save The Children ha lanciato per chiedere la fine dell’esportazioni di tutte le armi italiane in Yemen e per chiedere che ai bambini che vivono in zone di conflitto siano garantiti cibo, acqua, cure e protezione.

Costretti a diventare soldati, mutilati, uccisi, rapiti e abusati: è questa la sorte di oltre 415 milioni di bambini che vivono in zone di guerra, spesso colpiti in quei luoghi che, invece, dovrebbero essere per loro un luogo sicuro, come le loro case, le scuole e gli ospedali.

L’embargo deciso dall’Italia

Come spiega Save The Children, da parte del Governo italiano sono stati registrati dei passi positivi come la decisione di sospendere per 18 mesi l’esportazione di bombe da aereo e missili diretti verso l’Arabia Saudita. Embargo che scadrà il prossimo 31 dicembre, data molto vicina se si pensa dal punto di vista politico. Interris.it ha affrontato l’argomento con la dottoressa Silvia Gison, dell’advocacy di Save The Children.

Perché avete lanciato una petizione per chiedere lo stop dell’esportazione delle armi in Yemen?
“Per proteggere tutti i bambini che vivono in zone di conflitto. In particolare ci siamo concentrati sullo Yemen, paese che è in guerra dal 2015, verso il quale l’Italia esporta armi, in particolare verso la coalizione a guida saudita”.

E’ possibile quantificare quante armi esporta l’Italia e che giro economico genera?
“Come save The Children non abbiamo questo mandato, ma ci affidiamo ai dati che vengono forniti da Rete Italiana per il Disarmo e Rete per la pace, entità più vicine al controllo dell’esporto di armamenti. Grazie a loro sappiamo che, da quando è nata la legge 185/90, l’Italia ha esportato circa 97,75 miliardi di euro verso altri Paesi, il 56% dei quali è al di fuori delle alleanze politiche militari dell’Italia, quindi Stati che non fanno parte della Nato e dell’Ue. Per quanto riguarda l’Arabia Saudita e gli Emirati, i dati dell’ultimo anno non sono disponibili, in quanto è stato bloccato l’export di bombe e missili. Sappiamo che l’Arabia Saudita è stato il primo Paese per numero di importazioni nel 2013, dal 2013 in poi è sempre stato nella top ten tra coloro che hanno ricevuto dall’Italia. L’ultima commessa che è stata autorizzata era di enorme valore, composta principalmente da bombe da aereo e missili fabbricati in Sardegna, autorizzazioni pluriennali che portano un continuo traffico di armi dalle nostre fabbriche verso la coalizione a guida saudita che le utilizza poi per bombardare in Yemen vari target, militari e non”.

Proprio pochi giorni fa ricorreva il 30esimo anniversario dell’approvazione della legge 185/90 che proibisce l’esportazioni di materiali di armamento verso Paesi che violano i diritti umano. Come è possibile, che nonostante ci sia questa legge, l’Italia continui ad esportare armi?
“La legge c’è, nasce da anni e anni di pressione sul Parlamento affinché si legiferasse su questo ambito visto l’enorme flusso di armi verso l’esterno delle alleanze Nato e Ue. Dal 1990 ad oggi ha passato vari processi di revisione. A partire dal 2006 ci sono state una serie di limitazioni alla leggibilità sui dati delle esportazioni di materiali di armamento; nel 2012 è stata istituita l’Uama – l’Unità per le autorizzazioni dei materiali di armamento – che si doveva incaricare che le autorizzazione che venivano rilasciate andassero solamente verso i Paesi con i quali l’Italia aveva alleanze o accordi di collaborazione militare. E’ su questo punto che si instaura tutto quello che secondo noi è un’interpretazione differente che si dà della legge: attraverso vari passaggi in Parlamento si autorizzano export con Paesi terzi per collaborazioni, training delle forze armate, difesa, missioni di pace. A causa di tutto ciò, si è un po’ depauperata la legge, è diventata meno leggibile, sempre meno tracciabile”.

Qual è la situazione in Yemen?
“E’ chiaramente critica, molti dei dati disponibili che non sono poi così aggiornati, indicano 12 milioni di bambini attualmente in conflitto, l’80% della popolazione ha bisogno di aiuti umanitari per poter sopravvivere e inizia ad esserci in tutto il Paese, la diffusione del Covid. Dalle ultime informazioni che ci sono pervenute dal nostro ufficio nella regione, il 93% dei bambini ha bisogno di assistenza umanitaria, circa un bambino su 5 ha perso la propria casa, 7,4 milioni di bambini hanno bisogno di protezione diretta; 2 milioni sono fuori dalla scuola. Ma i dati sono in continuo peggioramento. Lo scorso anno sono stati registrati numerosi attacchi contro scuole e ospedali, sono stati uccisi centinaia di bambini; attualmente 2 milioni di minori sono gravemente malnutriti, oltre 10 milioni sono sulla soglia della fame e altri 30mila bambini nei prossimi due mesi potrebbero rischiare la vita a causa della malnutrizione acuta. La situazione sul terreno è tragica. A questo si aggiunge l’emergenza causata dal coronavirus: 6.600 bambini non avranno accesso alle cure sanitarie di base. Hanno paura di recarsi in ospedale e quei pochi ospedali che ci sono, sono pieni di malati di covid, con il personale sanitario che è totalmente sguarnito anche dei più basilari dispositivi di protezione. Negli ultimi mesi sono stati attaccati numerosi scuole e ospedali. Le bombe dall’Italia, in teoria, non arrivano più dallo scorso anno, ma chiaramente n sono state fornite molte, e alcune spedizione non sono facilmente tracciabili perché usano il sistema della triangolazione”.

Vuole lanciare un appello?
“Al governo italiano chiediamo in particolare di finanziare e supportare l’appello delle Nazioni Unite per il cessate il fuoco in Yemen e di investire fondi per l’assistenza umanitaria in questo Paese. Inoltre, chiediamo la riconferma dell’embargo sulle bombe d’aereo e missili che scade il 31 dicembre 2020”.

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