Riforma della giustizia: cosa serve realmente ai giudici

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L’obiettivo dichiarato della riforma della giustizia proposta dal Guardasigilli Cartabia, passata giovedì in Consiglio dei ministri, è di abbreviare i tempi dei processi per ricondurli nei parametri europei. I giudizi non si celebrano, o si celebrano con ritardi intollerabili perché l’organico dei magistrati italiani è inferiore rispetto alle esigenze della popolazione: la Commissione per l’efficienza della giustizia del Consiglio d’Europa in un report del 2018, con dati riferiti all’anno 2016, riferisce che in Italia sono presenti 10,6 giudici ogni 100.000 abitanti, meno della metà della media europea (21,5) comprensiva dei Paesi non membri UE, e appena 35 ausiliari di cancelleria ogni centomila abitanti, metà rispetto alla media europea (68,7).

Il primo passo da compiere dovrebbe essere allora quello di finalizzare le risorse del PNRR, per la parte relativa al settore, a incrementare il numero di magistrati e di ausiliari. Invece larga parte dei 2,3 miliardi di euro del Recovery plan destinati al settore giustizia saranno impiegati non già per assumere giudici, ma per allestire “uffici per il processo”, ossia – come è spiegato nel PNRR – “un team di personale qualificato di supporto, per agevolarlo nelle attività preparatorie del giudizio”, quali “ricerca, studio, monitoraggio, gestione del ruolo, preparazione di bozze di provvedimenti”. Chi ha pratica di uffici giudiziari sa che ciò che serve ai giudici non è un gruppo di tirocinanti cui far svolgere ricerche giurisprudenziali, o cui affidare un primo esame dei fascicoli: è potersi concentrare personalmente su tali attività con serietà e serenità, in modo tale da emettere decisioni destinate a essere confermate negli eventuali successivi gradi di giudizio. Il giudice ordinario deve trattare molte questioni e confrontare costantemente i fatti con il diritto, e per questo ha necessità di tempo – quindi di qualche collega in più che ne alleggerisca il carico – e di chi segua al suo posto le incombenze di cancelleria, a cominciare dalla verifica degli adempimenti processuali, e quindi qualche unità ausiliaria aggiuntiva.

Quanto deciso dal Governo – che nei prossimi giorni si tradurrà in emendamenti da sottoporre al Parlamento – va oltre, e per un verso sembra rispondere più a esigenze di tenuta della maggioranza che di effettiva rispondenza alle esigenze di velocizzazione, per altro verso introduce soluzioni dannose. Si pensi soltanto al mantenimento del blocco della prescrizione voluto dal precedente ministro della Giustizia, e all’aggiramento dell’ostacolo costituito dalla contemporanea introduzione di limiti temporali entro i quali il mancato completamento del giudizio in Corte di appello (due anni) o in Cassazione (un anno) avrebbe come effetto quello di far cessare il processo. Ci sono importanti Corti di appello che lasciano trascorrere anche 5 o 6 anni dal momento in cui arriva il fascicolo dal primo grado al momento della conclusione del giudizio: tempi così lunghi possono avere cause diverse, dal personale scarso alla voglia di non lavorare. Se non si interviene sulle ragioni effettive dei ritardi e si fissa la ghigliottina ai due anni, il risultato sarà che in quei distretti la riforma si tradurrà in una amnistia generalizzata e senza limiti.

E poi, al di là della buona volontà e delle risorse disponibili, ci sono giudizi che esigono in appello la rinnovazione delle prove: si pensi allo svolgimento di una perizia per una bancarotta con centinaia di milioni di euro di danni, ovvero ad accertamenti tecnici per disastri ambientali. Siamo così sicuri che in due anni si fa in tempo a fissare il processo, farlo iniziare, superare gli sbarramenti procedurali, effettuare consulenze e approfondimenti, e definirlo?

Alfredo Mantovano, vicepresidente del Centro Studi Rosario Livatino

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