L’antidoto al coronavirus è la solidarietà

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Nel tempo sospeso che viviamo, nel quale non è dato di cogliere alcuna certezza sia per quanto concerne l’uscita dall’emergenza sanitaria che per le strategie di contrasto alle plumbee prospettive economiche sociali, emerge con forza la relatività del concetto di giusto. A ben vedere proprio le esperienze concrete inducono a dubitare dell’assunto secondo il quale ciò che è legale è sempre un bene e che le leggi siano comunque giuste per il solo fatto di essere state promulgate da un legislatore democraticamente eletto. Si tratta di perplessità che si possono ben comprendere, essendo storicamente comprovato il contrario. Così è avvenuto, per esempio, nel caso delle leggi razziali che pur avendo causato lo sterminio di migliaia di ebrei, nessuno può dubitare che siano state firmate da governanti legalmente insediati.

Se si considera che nella tragedia di Sofocle, Antigone era combattuta tra la solidarietà umana che le imponeva di dare sepoltura al fratello Polinice e la legge di Creonte, il sovrano, che la negava perché suo nemico, si può ben capire che quello tra il bene ed il giusto è un contrasto antico del quale tuttavia in questo periodo, avendo avuto possibilità di toccarlo con mano, possiamo coglierne l’attualità. Tra le conseguenze più strazianti dell’epidemia vi è senza dubbio il distacco dalle persone care, reso ancora più lacerante dalla mancanza di cerimonie funebri, la prima importante fase di elaborazione del lutto. Pur comprendendo la necessità di tutelare la salute dei singoli e della collettività attraverso il rispetto delle leggi emanate in proposito, è evidente che queste disposizioni sono eticamente inaccettabili poiché ci proiettano in una condizione regressiva, dal punto di vista culturale, analoga a quella del passato dove, in assenza di terapie, le epidemie venivano considerate con rassegnazione e, talvolta, come una volontà punitiva superiore.

Soltanto in futuro si potrà valutare con obiettività l’efficacia e la tempestività dei numerosi provvedimenti di questi giorni. Non di meno, già da ora è possibile rilevare un significativo cambiamento delle gerarchie valoriali che lascia ben sperare nella possibilità che il bene ed il giusto possano finalmente seguire un percorso comune ed avere le stesse finalità. Un risultato straordinario che, in primo luogo, dissolverebbe ogni dubbio sul fatto che la salute debba essere considerata il primo e più importante dei diritti fondamentali, essendo ormai evidente a chiunque che la violazione dello stesso comporta la compromissione del godimento di tutti gli altri.

Il raggiungimento di questo obiettivo consentirebbe di superare molti conflitti e si ribalterebbe a favore dell’intera comunità. Affinché ciò possa realizzarsi, potremmo utilizzare strumenti legislativi già esistenti. Primo tra tutti, il Principio di precauzione. Una delle più importanti innovazioni culturali e giuridiche che pur essendo stata inizialmente introdotta nella normativa internazionale per il solo settore ambientale, ha gradualmente esteso la propria operatività come strumento di protezione anche della salute umana. La sua forza è rappresentata dalla possibilità di coniugare le diverse prerogative del diritto alla salute e della libertà di iniziativa economica. Ma anche di consentire un’effettiva interazione dei beni salute ed ambiente. Non è un caso, infatti, che a partire dal Trattato di Maastricht il Principio in questione sia stato recepito come caratterizzante le politiche dell’Unione, sia nel settore ambiente che della salute umana. E’ realistico supporre che usciremo vittoriosi dal grave momento che ci affligge. Ma perché ciò accada, da subito dobbiamo superare il nostro radicato individualismo anarchico e proiettarci verso un rinnovato approdo ideologico fondato sulla solidarietà.

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