La disputa sulla Messa

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Oggi non di rado il primo gesto dei frettolosi pellegrini entrati in una Chiesa non è tanto il segno della croce quanto lo scatto di una foto o di un selfie. Il tentativo di catturare l’immagine, l’anelito a “fermare” il tempo, a primo acchito sembrano prevalere sull’esigenza dello spirito, sullo slancio dell’interiorità ad entrare nel silenzio per rivolgersi a Dio.

Sembrerebbe dunque aver colto nel segno l’ultimo testo del cardinale guineano Robert Sarah, con il suo “La forza del Silenzio“. È vero, mancano oggi parole generate dal silenzio e si registra un certo disagio ad entrare dentro un processo di riflessione, che poi significa flettersi due volte, forse per il prevalere di un pensiero veloce, come suggerisce Kanhemann, oppure per lo stesso diktat dell’immagine che ha indebolito ogni dimensione simbolico rappresentativa. Non mancano gli interrogativi che si estendono anche alla stessa liturgia della Chiesa. La riforma liturgica del Concilio Vaticano II ha generato una tensione “troppo” orizzontale della Messa? E quindi sarebbe necessaria una “riforma della riforma”, reinserendo alcuni momenti del rito di prima in quello di adesso, come sembra auspicare il cardinal Sarah?

Con la lettera apostolica Summorum Pontificum di Benedetto XVI c’è possibilità di esprimere la secolare e sempre feconda tradizione della Chiesa ma forse quello che sfugge alla nostra generazione è il processo che ha portato allo stesso Concilio e quindi le motivazioni che hanno suggerito il passaggio da un rito all’altro. Considerazioni che si possono sviluppare osservando esempi “vissuti”, presi sul campo, come quello della Messa di Padre Pio. Sacerdote dal 1910 necessariamente, per più di cinquant’anni, dovette seguire il rito di San Pio V, ma poi non fu un problema per lui celebrare alla luce della riforma del Concilio. La sua Messa attraeva tutti, vicini e lontani, era percepita come l’irruzione del soprannaturale nel tempo, una finestra aperta sull’infinito, la manifestazione di una credibile connessione tra lex orandi e lex credendi, tuttavia, malgrado tutto questo, nella gente non si registrava una partecipazione piena, attiva e consapevole, come avrebbe insegnato il Concilio.

Per molti, infatti, la Messa dagli anni ’20 all’inizio degli anni ’60, più che un mistero era un vero e proprio enigma. Forse per la rarità dei messalini o per l’uso della lingua latina, che poteva procurare difficoltà di comprensione e comunicazione, ma soprattutto perché la Messa poteva essere interpretata come un’azione esclusiva del sacerdote, con la gente a fare da spettatrice. Era lui che in processione portava il calice, entrava nel recinto sacro e ascendeva i gradini che conducevano all’altare e quindi vi poggiava l’offerta. Come Mosè sul monte, il sacerdote appariva proteso in un dialogo intimo e quasi personale con Dio, mentre il popolo stava a valle.

Ne era consapevole anche Padre Pio e il rito di San Pio V gliene offriva una certa ermeneutica, affidando al sacerdote il “carico” iniziale del pane e del calice, in quella che per l’umile Frate era una faticosissima processione, sotto il peso della croce, e i piedi già piagati, che “giustificava” il suo grido d’invocazione del cireneo, la ricerca cioè di qualcuno con cui condividere la croce, e poi, specialmente dopo la stigmatizzazione (20 settembre 1918), il suo potersi sentire vittima immolata posta sull’altare, fino a gridare Consummatum est. C’era dunque un Frate che pregava e solo gradualmente si ebbe una Chiesa che pregava insieme a lui. Fu questa la fatica che vide l’umile Frate come paziente mediatore.

Quando la Chiesa infatti in tutte le sue membra vive e celebra la centralità dell’Eucarestia (si dirà nel Concilio quando l’Eucarestia è fons et culmen della vita della Chiesa SC, 10; PO, 5), allora “riscopre” i poveri e il servizio. Alla centralità dell’Eucarestia tuttavia si arriva attraverso la guida della Parola, ancora poco accessibile al popolo santo di Dio in quegli anni. Per educare e formare il “popolo” di Padre Pio, a partire dal 1955 la rivista “La Casa Sollievo della Sofferenza“, iniziò ad ospitare degli scritti del Cardinal Giacomo Lercaro, che il 5 maggio del 1956 aveva inaugurato l’Ospedale di Padre Pio, e che sette anni dopo, al Concilio Vaticano II, sarebbe stato uno dei principali propositori della riforma liturgica della Messa. Il Cardinale si premurò di presentare la Messa come “Sinassi” o “Adunanza”, “Convocazione”; come “scuola” e come “Chiesa dei consacrati per il culto legittimo a Dio”.

L’idea di “sinassi” o “adunanza”, avrebbe detto il Concilio “assemblea”, indicava la prospettiva cosmica e universale di una partecipazione ampia al sacrificio di Cristo; la messa come “scuola”, quella in cui “la Chiesa compie la sua funzione di magistero” utilizzando “il libro di testo” (la Bibbia) e “la viva parola del maestro” (omelia); poi il Concilio parlerà delle “grazie abbondanti” della liturgia (SC, 21) e inviterà a riscoprire ed aprire “più largamente i tesori della Bibbia” (SC, 51); e infine la Messa come “Ecclesia dei santificati, dei consacrati per il culto legittimo a Dio“. Nell’Eucarestia infatti Cristo “offre ancora se stesso tramite il ministero dei sacerdoti” (SC, 7), associando “a sé la sua Chiesa” (SC, 7). Era questo il passaggio che andava oggettivato anche nella messa di Padre Pio, lasciando che il popolo maturasse l’esperienza di una Chiesa che vive dell’Eucarestia (cfr. EE, 1) e dal “Cristo eucaristico, da Lui è nutrita, da Lui è illuminata” (EE, 6), come avrebbe ricordato agli inizi del terzo millennio Giovanni Paolo II, amico e conoscitore dell’umile Frate.

E allora forse la questione della “messa” non si risolve con l’adesione a un rito o a un altro, ma recuperando quell’intima circolarità tra Parola ed Eucarestia, l’unica che svela il senso della diaconia e del servizio. Inoltre, se guardiamo al Concilio e alle sue “riscoperte”, è forse la linea della sacramentalità del diaconato quella che più eloquentemente potrebbe parlare oggi alle chiese e a tutti i fedeli.

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