Il coronavirus in Europa soffia venti di guerra

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Se facciamo fede ai “tempi di guerra” paventati dal presidente francese Emmanuel Macron, accaparrarsi di mascherine e presidi di protezione è una “corsa agli armamenti” che rischia di danneggiare i Paesi meno avvantaggiati. Le logiche, per certi versi, sono le stesse dell’economia di guerra, con gli Stati con meno materiale a disposizione che finiranno con il dover convertire gli stabilimenti per poter produrre autonomamente dispositivi di sicurezza.

Appare chiaro che i tempi dell’Europa non sono quelli del virus, che corre più veloce. In questa situazione di emergenza, infatti, si rivela la tendenza a mettere in sicurezza il proprio Paese ed alzare le barriere. L’Italia è la più colpita da quest’ondata pandemica nel Vecchio Continente, ma gli altri Stati hanno capito che nessuno è immune.

Ciò che non è riuscito a fare l’immigrazione lo sta facendo il coronavirus. La chiusura delle frontiere esterne o la questione del Patto di stabilità, persino la deroga agli aiuti di Stato, che un tempo avrebbe fatto staccare multe da parte Bruxelles, ora sono atteggiamenti leciti, consolidati da un decreto dietro l’altro. Sono più fragili i pilastri dell’Europa e il Covid-19 li sta facendo cadere.

Se li butterà giù, sarà l’occasione per un’Europa meno burocratica e più elastica, davanti all’emergenza e non solo. Il Vecchio Continente ha sempre paura di mettere mano ai trattati, però il tempo di guerra tutto cambia, inclusi i margini di azione. E nessuno può non-decidere con un virus ancora in circolazione.

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