Per la gestione della pandemia servono scelte politiche secondo scienza e coscienza

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La storia dell’uomo è caratterizzata da diverse pandemie, infatti, è da quando l’essere umano ha iniziato a organizzarsi in nuclei di persone che convivono insieme in comunità che le malattie contagiose hanno assunto un ruolo particolare. Le pandemie hanno talvolta trasformato le società in cui sono comparse e, molto probabilmente, hanno cambiato o influenzato in modo decisivo il corso della storia. Così sta avvenendo in questi mesi, dove la pandemia da Covid-19 sta segnando profondamente il nostro periodo. Dopo quasi un anno dal primo contagio certificato sono ancora tante le persone che ogni giorno vengono contagiate e troppe, ancora, continuano a morire.

Dopo una leggera tregua estiva dovevamo aspettarci una seria ripresa dei contagi, cosa naturalmente avvenuta. Al contrario di febbraio, quando nessuno di noi era preparato per affrontare un’emergenza simile, oggi non è ammesso più sbagliare, occorre decisione e visione strategica nelle scelte.

Se oggi ci troviamo in questa situazione è anche colpa della continua e sterile politica di contrapposizione tra maggioranza e opposizione che continua ad anteporre l’urlo all’ascolto e alla condivisione delle idee.

Attenuata la prima fase della pandemia a maggio dovevamo subito riorganizzare la macchina della sanità, bisognava non solo incrementare le terapie intensive, e già qui ci sarebbe tanto da dire, ma soprattutto occorreva assumere e formare nuovo personale sanitario: senza le professionalità difficilmente si riesce a mandare avanti un reparto di terapia intensiva.

Stando ai dati dell’OECD la Germania è il Paese con il più alto tasso di posti letto in terapia intensiva rispetto alla popolazione, circa 34 ogni 100 mila abitanti. L’Italia, per fare un paragone, ne ha circa un quarto (8,6 secondo dati del 2020) della Germania, sotto anche la media europea che è di 12.

Il rilassamento estivo, la superficialità nell’organizzazione a livello centrale e regionale della sanità territoriale e delle politiche di screening, il tutto accoppiato alla mancata formazione e assunzione del personale sanitario, sta creando affanno e caos nei Pronto Soccorso e nei reparti Covid.

I dati al 20 novembre ci dicono che su 6981 posti in terapia intensiva ne sono occupati 3748 ovvero il 53,7%. Guardando i dati Regionali abbiamo: la Lombardia, Piemonte, Marche, Abruzzo e Umbria sopra il 60%; Toscana, Campania, Liguria, Puglia e Sicilia sopra il 50%, solo per citarne alcune; siamo ben sopra la soglia d’allerta del 30% per numero di posti letto in terapia intensiva. Questo dimostra anche l’elevato numero di decessi avvenuti nell’ultima settimana, uno dei dati più alti in termini assoluti rispetto agli altri Stati europei.

Non può esserci dubbio o confusione nella gestione di un’emergenza sanitaria così ampia e importante, servono certezze e strategie che guidino il Paese, lo traghettino fino alla fine di questo momento e che pensino al futuro. Stiamo accumulando debito, abbiamo per questo una duplice responsabilità quella del presente e quella del futuro dei nostri figli. A questo punto viene spontaneo fare dei parallelismi con un altro Paese Ue, vicino a noi, la Germania e a come sta gestendo l’emergenza.

Il sistema tedesco, a differenza nostra, ha reagito con fermezza, visione e ponderazione del rischio limitando ogni margine d’errore. Ciò nonostante, come in Italia, la Germania ha visto un rapido aumento dei contagi dopo l’estate ma è riuscita ad abbassare drasticamente il numero dei decessi causati dal Covid-19 e a contenere, meglio di noi va detto, il numero dei contagiati. La formula tedesca, vista ai più come un esempio, è semplicemente quella usata da sempre nella storia di ogni pandemia: cercare i positivi, isolarli e curarli tempestivamente. E’ così che la Germania, grazie alla rete di sanità territoriale, ha fatto tamponi a tappeto per cercare i positivi asintomatici, ha ricostruito i contatti, ha attuato una severa distinzione tra i percorsi Covid e non Covid negli ospedali e soprattutto ha raddoppiato le terapie intensive. Solo così è riuscita e riesce a curare meglio e più veloce i malati.

Noi, che ancora oggi siamo il quarto Paese al mondo per numero di contagi, oltre 1 milione e 308mila, con più di 47 mila decessi e abbiamo la necessità di cambiare qualcosa, avere un approccio diverso, perché è chiaro che qualcosa non sta funzionando.

Bisognerebbe comunicare forse meno numeri e concentrarsi sulla gestione dell’emergenza che prevede come prima opzione una comunicazione chiara ai cittadini e soprattutto scelte politiche secondo scienza e coscienza.

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