L’eutanasia è un atto di morte, il mondo cattolico non si lasci convincere

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C’è un diffuso terrorismo psicologico che in modo subdolo trapela dalla campagna referendaria di raccolta firme per l’eutanasia legale. Assistiamo ad approcci all’apparenza pacati ed eleganti, ma che allo stesso tempo usano la sottile strategia di suscitare profonda inquietudine di fronte ai temi del fine vita.

Il popolo pro-eutanasia legale fa leva sulle paure della malattia gravissima, della perdita di libertà e delle capacità decisionali. Prospetta malattie terminali vissute come un inferno terrificante di cui nessuno (neanche io) vorrebbe essere vittima. Insomma liberano una vipera velenosa che possa serpeggiare tra i sentimenti più sensibili dell’animo umano. Di fatto si mette l’accento sulla paura di sopravvivere in condizioni di malattie altamente invalidanti, piuttosto che intercettare quali possibili cure poter riservare alla persona a noi cara. Si calca la mano sull’angoscia e sulla disperazione della malattia, sulla perdita di coscienza e di libertà. Come se la malattia, seppur grave ed inguaribile, rendesse la nostra vita una non-vita. Si va giù pesanti sulla perdita di autodeterminazione, come se dipendere dalla cura amorevole di un’altra persona ci renda “vegetali”.

Mi sembra un approccio a dir poco “anaffettivo”, poiché si trattano persone vive e morte come un rigido protocollo d’intervento, dimenticando lo spessore delle relazioni che ci legano ai nostri cari ammalati. L’eutanasia non è la soluzione alla malattia e al dolore delle persone che amiamo e che, nell’arco di un giro di luna, si ritrovano una diagnosi infausta sul comodino. L’eutanasia è una brutale scorciatoia, che preferisce rendere inutile la vita di chi è malato, piuttosto che curarla. L’eutanasia è un vero e proprio atto di morte, intriso di violenza perché intenzionalmente cerca la morte dell’altro. L’eutanasia si appropria indebitamente della scienza medica e dei mezzi sanitari per violentare il codice etico del personale sanitario. Denigra e violenta il giuramento di Ippocrate che impegna a perseguire la difesa della vita e il sollievo della sofferenza, a non provocare deliberatamente la morte di una persona. È inammissibile che la scienza medica, dopo aver sacrificato e impegnato storie, persone e menti illuminate per progredire nella cura delle persone, sia messa a servizio delle cliniche della morte. L’eutanasia non ci renderà più liberi, ma più morti!

Il mondo cattolico, e non solo, non si lasci persuadere dai toni convincenti dei promotori dell’eutanasia legale. L’eutanasia nega le verità più profonde dell’esistenza dell’uomo. E cioè che la vita umana merita di essere vissuta fino in fondo, perché sempre è meraviglia. Verità universale, verità per ogni uomo. I nostri corpi, le nostre stesse vite non smettono mai di raccontare la bellezza che portiamo dentro, neanche quando si ritrovino addosso un male incurabile o una prognosi infausta.

Non lasciamoci sfilare di tasca le verità dell’esistenza umana, universalmente riconosciute. Dobbiamo morire bene! Si lancia un appello ad umanizzare la morte attraverso la cura. Anche quando non sarà possibile guarire, sarà sempre possibile curare, alleviare il dolore, lenire le angosce, sostare al fianco del letto delle sofferenze.
Non è inutile la cura di chi è inguaribile. Non è da cestinare la vita malata, fosse anche la nostra. Anche quando non potremo aggiungere anni alla vita, potremo però aggiungere vita agli anni.

Frequento gli ospedali, non come medico, ma come padre di figli fragili. Consulto le debolezze dei miei figli come pagine di Vangelo, ritrovo nelle loro malattie bellezze inaudite. La sofferenza del corpo scava dentro di noi e scova pagine inedite della nostra vita. Verità assolute scritte con la stessa calligrafia del dolore. Non mi spaventa l’uomo dei dolori, perché porta con sé una salvezza inaspettata. Non possiamo cedere alla violenza dell’eutanasia, anche quando indossa il camice bianco. L’eutanasia si macchia di sangue innocente.

Non mi sarei dato pace se avessi ascoltato le voci di chi, di fronte al mio piccoletto di 10 anni in stato di veglia aresponsiva, attaccato al ventilatore per la respirazione assistita con tracheostomia, mi diceva che quella non era più vita. Un padre si siede al fianco del letto e a mani nude fa a cazzotti con il dolore della persona che ama. Poi se ne prende cura e la carica sulle sue spalle come se quel dolore fosse suo. Non la uccide, mai.

È il tempo dell’unità. Siamo chiamati a difendere la vita, alle soglie dell’imminente discussione parlamentare sulla proposta di legge dell’eutanasia legale. Politici cattolici e uomini tutti, alla ricerca della verità sull’uomo e del significato della sua esistenza, siamo chiamati ad essere alleati. Di fronte alla deriva eutanasica che a spallate intende liberarsi di chi viene considerato un peso per la società, noi possiamo sostenere le migliori metodologie per umanizzare la cura delle persone. Possiamo testimoniare che curare, pur con sacrificio, è carità umana. Il mondo cattolico, e non solo, ritrovi unità di fronte alle verità esistenziali dell’uomo. Ciascuno di noi si senta personalmente interpellato a ricomporre la grammatica della cura e a scrivere che la buona morte è morire tra le braccia di chi ci ha amato. E nulla di ciò che abbiamo amato andrà perduto.

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