I benefici e gli effetti di 20 anni di Euro

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In questi giorni chiunque di noi avrà letto qualche articolo o sentito qualche trasmissione discutere dei primi 20 anni di Euro e, a parte i giovanissimi che della Lira abbiano sentito solo parlare, ognuno potrebbe ricordare la sua esperienza e la sua percezione della moneta unica, tra entusiasti, qualcuno, nostalgici della vecchia valuta, tanti, e indifferenti, probabilmente i più.

Proviamo, però, a ragionare a mente fredda su cosa sia stata l’introduzione della nuova valuta nel 2002, fisicamente, anche se l’approdo sui mercati, almeno a livello finanziario, risale a tre anni prima, al 1999 e le tappe per la sua adozione sono da far risalire addirittura al Trattato di Maastricht del 1992.

Diciamo, quindi, che il processo che ha portato alla dismissione delle valute nazionali per giungere a una unità monetaria sia stato un lungo percorso a tappe e non un’operazione svoltasi in poco tempo e non ponderata anche se il cambio ha provocato diversi problemi, soprattutto in certe zone del continente e in Italia in particolare. Chi ha ragione, quindi?

Paul Krugman ad esempio, che disse “adottando l’Euro, l’Italia si è ridotta allo stato di una nazione del Terzo Mondo che deve prendere in prestito una moneta straniera, con tutti i danni che ciò implica.”, o Romano Prodi, che disse “con l’euro lavoreremo un giorno di meno guadagnando come se lavorassimo un giorno di più”?. Con la scienza esatta chiamata “il senno di poi” possiamo ben dire che entrambi abbiano completamente sbagliato.

Innanzitutto l’Euro non è stata una disgrazia in sé, perché ha portato stabilità valutaria che in uno stato come l’Italia dell’ultimo quarto del ‘900 non era esattamente una cosa scontata; nella stessa maniera ha permesso di ridurre drasticamente i tassi di interesse sul debito pubblico, con sommo dispiacere dei “BOT people” che erano abituati ad alti rendimenti dei titoli di stato, verso cui si indirizzava buona parte degli investimenti, ma con un profondo respiro di sollievo da parte della finanza pubblica.

Il problema vero, che molti imputano all’Euro, giunge invece dalla struttura stessa del sistema economico italiano che da decenni soffre di una certa rigidità sia dal lato del lavoro sia dal lato delle dinamiche industriali. Non è un mistero per nessuno che la burocrazia, l’elevata pressione fiscale, il costo dell’energia e le difficoltà e i costi logistici siano un forte ostacolo non solo alla nascita di nuove attività industriali ma anche allo sviluppo di quelle già esistenti. Il nanismo medio dell’impresa italiano e la sua scarsa capitalizzazione diventano, poi, altri elementi che impediscono una reale crescita in termini di produzione e di fatturato e, quindi, l’unico elemento verso cui si possa agire in tempi brevi è il lavoro, svalutandolo e riducendone al minimo il costo.

Questo processo è stato avviato proprio nei primi anni 90 del secolo scorso tramite un processo di rinnovi contrattuali parametrato, per la parte salariale, a un valore politico, l’inflazione programmatica, che ha permesso, tempo per tempo, di ridurre il costo reale del lavoro e garantire quella competitività che non poteva essere raggiunta in altro modo, salvo nuovi e copiosi investimenti da parte degli imprenditori, che invece solitamente avevano sempre lavorato sugli affidamenti bancari massimizzando, così, i propri guadagni, e una riduzione del costo dello stato per poter operare quel taglio di imposte su ogni livello che avrebbe restituito un risultato, probabilmente, migliore ma sicuramente con meno attrattiva politica, dovendo ragionare, come dal secondo dopoguerra in avanti, a breve termine, come se si fosse in una campagna elettorale continua.

Poco importa che i tassi di interesse si siano schiantati, sia per i finanziamenti ai privati e sia per il rinnovo del debito pubblico, poco importa che l’export sia aumentato sempre di più per il minor costo valutario e doganale verso l’Europa, il punto più importante delle discussioni sulla moneta unica è “i prezzi sono raddoppiati”.

Bene, è una percezione sbagliata perché da quel fatidico 1 gennaio 2002 a oggi i prezzi in media sono aumentati complessivamente del 40%, sono i salari ad essere diminuiti in termini reali. Si dice che la differenza tra un ricco e un povero sia che il primo guadagni 100 e spenda 99, il secondo guadagni 100 e spenda 101. Così è oggi.

L’inflazione media di questo quinto di secolo è stata del 1,7% circa che porta, appunto, ad un aumento medio dei prezzi del 40% circa dal 2001 al 2021 (anche se esiste una varianza importante tra beni che siano effettivamente raddoppiati di prezzo e altri che, invece, abbiano avuto un calo significativo di quest’ultimo) mentre i salari hanno visto una riduzione in termini reali di circa il 3% negli ultimi 30 anni.

È evidente che in questa situazione la percezione dell’effetto della nuova moneta sia stato quello del continuo aumento dei prezzi, cosa che è sì avvenuta ma a un ritmo molto meno marcato rispetto a quanto successe, ad esempio, nel corso degli anni 80 del ‘900.

È altresì logico che con l’avvento della moneta unica e la progressiva accelerazione nell’apertura del mercato unico delle merci molti prezzi siano andati via via ad uniformarsi in tutti gli Stati membri portando a una diminuzione del costo di talune categorie merceologiche e ad un aumento di quelli di altre; quello che è restato “al palo”, però, è stato il “costo del lavoro” portando a una continua riduzione del reddito disponibile, medio e mediano, degli italiani che si ritrovano, oggi, ad avere dei salari non più in linea con il costo della vita o, meglio, che non garantiscano più il potere di acquisto di quelli che si percepivano prima dell’avvio del processo di unificazione della moneta.

In definitiva, quindi, la moneta unica non ha portato quelle criticità che molti detrattori hanno denunciato in questi anni, anzi è stata un toccasana per la finanza pubblica e per l’export al di là di ogni suggestione sovranista, il problema che si è incontrato nel Paese è, come già detto, interno e strutturale che va dalla sostenibilità della spesa pubblica, in perenne aumento nonostante l’evoluzione tecnologica e le varie “privatizzazioni” (che, però, non sono state seguite da altrettante liberalizzazioni, creando, quindi, una diminuzione media di utilità da parte del sistema) effettuate nel corso dell’ultimo terzo di secolo, alle rivendicazioni salariali che non sono state in linea né con l’integrazione europea né con l’evoluzione dello scenario economico.

Qualcuno, un tempo, disse che “Fatta l’Italia, bisogna fare gli italiani”, oggi sarebbe da dire “fatta la moneta unica, bisogna realizzare veramente un mercato unico” ma qui c’è ancora molto da lavorare.

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