Quella decadenza che ci schiavizza

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Sapere di non sapere”, come insegna Socrate, è il primo passo per uscire dall’ignoranza. Fingere di non sapere, invece, è la reiterazione diabolica di una piaga sociale come la violenza sulle donne. Malgrado i media riportino quotidianamente notizie di femminicidi e scempi compiuti contro l’altra metà del cielo, il filosofo greco è più che mai attuale proprio nel suo inascoltato richiamo alla libertà di coscienza e alla necessità di condividere le esigenze interiori del prossimo. Ricevere oggi (nei giorni che la Chiesa dedica a Santa Bakita e alla preghiera mondiale contro la tratta) il premio per la scrittura intitolato al maestro della maieutica mi consente di richiamare l’attenzione dell’opinione pubblica sulla tragedia, ormai coperta da assuefazione generalizzata, delle “donne crocifisse”, da me narrate nell’omonimo libro che raccoglie le crude testimonianze dall’inferno della prostituzione coatta. Attenzione però a non ripetere il grave errore di chi tende a differenziare le vittime della tratta dalle altre donne violate. Qualsiasi violenza perpetrata sul genere femminile è sempre un crimine contro l’umanità, un’ingiustizia odiosa che merita riparazione terrena e divina. Nell’occidente sedicente civilizzato si sconta un tragico problema di mentalità, che arma la mano degli aguzzini misogini. La donna sta subendo le conseguenze di una mutazione antropologica che spinge il maschio globalizzato a sottacere le responsabilità e le istanze sociali connesse alla propria posizione. E’ una fallace ricezione della doverosa emancipazione femminile a distorcere la percezione di una naturale ripartizione di ruoli. E ciò, nelle menti patologicamente fragili e delinquenzialmente instabili, può persino scatenare reazioni violente che fanno regredire l’umanità ad uno stadio ferino, vanificando tutte le asserite conquiste del terzo millennio. Qui, tra identità “liquide” e confusioni individuali e collettive, si annidano i carnefici delle donne violate, in particolare i cosiddetti clienti delle schiave che sulle strade percorrono il loro quotidiano calvario.

Nel mio impegno di educatore ravviso un preoccupante fenomeno che può diventare concausa dell’endemica escalation di violenza: l’assenza della figura materna. Per generazioni si è denunciata l’eclissi del padre, spesso latitante, impegnato altrove, inconsistente sotto il profilo educativo e formativo. Adesso si somma a questo vuoto quello, psicologicamente persino più devastante, provocato da mamme che da chiocce si tramutano in coetanee della loro stessa prole. Ciò, oltre a un effetto involontariamente comico, provoca uno smarrimento identitario nei figli, bisognosi di modelli credibili ed equilibrati per sviluppare la loro personalità. L’indifferenza e l’insufficiente accompagnamento da parte del mondo adulto si nota anche nel drammatico scollamento tra le generazioni. Sei anni fa Papa Francesco, durante il volo per Strasburgo, ha invocato un patto intergenerazionale per impedire ai ragazzi di sentirsi abbandonati o costretti a iniziative spontanee per farsi ascoltare. Sia per la difesa dell’ambiente sia per altre istanze sociali, le nuove generazioni non fanno riferimento alle strutture ricevute in eredità da predecessori egoisti e poco lungimiranti. Il fallimento di un’epoca si misura sull’abisso che tiene distanti, come due continenti inconciliabili, i baby boomers (cioè i nati nel dopoguerra) dai millenials. Hanno visioni del mondo opposte. E’ appena uscito un dato impressionante: il 75% dei giovani chiede investimenti ecologicamente ed eticamente sostenibili a fronte di un misero 30% dei loro genitori e nonni inquinatori. Ne è l’immagine plastica lo sguardo torvo tra Greta e Trump al summit dei grandi del pianeta. Insomma la violenza sulle donne è la punta di un iceberg insanguinato che ha come basamento esattamente la mancanza di quel dialogo per il quale Socrate ha speso la sua vita. Ecco perché dedico alle giovani donne violate questo riconoscimento che rappresenta per me un’esortazione a proseguire la delicata ma indispensabile opera di ricucitura di un tessuto socio-relazionale lacerato dalle coltellate inferte alla contemporaneità dalla cultura dello scarto e dall’esclusione degli ultimi. Mi sia consentita una postilla conclusiva nella settimana in cui l’Italia rende omaggio alla canzone italiana attraverso il festival di Sanremo, che un tempo veicolava messaggi valoriali attraverso uno strumento di comunicazione popolare. Oggi che, al contrario, si magnificano principalmente le virtù estetiche, vorrei ricordare un brano profetico nel quale vent’anni fa, quando ancora non esistevano i corridoi umanitari che salvano tante donne innocenti dal loro olocausto, un brano ingiustamente dimenticato raccomandava di rispettare la dignità di chi “viene dal mare e quindi è come te”.

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