La pandemia non è ancora sconfitta. Ecco chi rischia di più

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Il virus è ancora pericoloso e alcune fasce di popolazione restano più a rischio di altre. Un’analisi condotta a livello mondiale ha permesso di definire in modo incontrovertibile che l’età rappresenta un fattore di rischio critico sia per una maggiore frequenza di contagio (per esempio i residenti nelle RSA) sia, se molto avanzata, per la letalità. In Italia l’età media dei soggetti che sono deceduti sia nel corso della prima (primavera 2020) che della seconda ondata (autunno 2020) è stata di 85 anni per le donne e di 80 anni per gli uomini. Di converso, le forme sintomatiche sono infrequenti nei soggetti in età pediatrica e solo una percentuale inferiore al 2% di essi manifesta forme gravi e letali. Una revisione sistematica con meta-analisi di 278 studi ha indicato i seguenti valori di letalità in rapporto all’età: 0,002% a 10 anni, 0,01% a 25 anni, 1,4% a 65 anni, 4,6% a 75 anni, 15% a 85 anni.

La vaccinazione riduce grandemente sia il rischio di forme gravi sia il rischio di morte. Per cercare di comprendere e predire quali sono i parametri che possono determinare un aggravamento delle manifestazioni cliniche con un decorso a prognosi più grave si sono analizzati vari aspetti. Certamente un ruolo importante è svolto dalle comorbosità che aggravano il quadro clinico e peggiorano la prognosi. Le forme morbose più rilevanti ai fini della prognosi di COVID-19 sono le malattie cardiovascolari, il diabete, l’ipertensione, le pneumopatie croniche, la patologia onco-ematologica, l’insufficienza renale, l’obesità e il fumo. Tutte queste condizioni aumentano il rischio di ricorso alla ventilazione meccanica e di morte e sono particolarmente rilevanti e gravi ai fini prognostici se si associano con un’età avanzata.

Per quanto attiene al ruolo del sesso, studi di coorte effettuati dapprima in Cina e successivamente confermati in Italia, Olanda e Stati Uniti hanno indicato un maggior rischio di morte per i maschi rispetto alle femmine. È stato anche osservato, soprattutto negli Stati Uniti e nel Regno Unito, che alcune etnie (neri, ispanici, asiatici) presentano un aumento della mortalità legato in parte anche alla difficoltà di accesso alle strutture sanitarie. Non vi sono sostanziali differenze per quanto riguarda la prevenzione, la diagnosi, il trattamento delle donne gravide o che allattano affette da COVID. Nelle persone HIV-positive si segnala che il quadro clinico osservato è identico a quello della popolazione generale, così come, secondo alcuni studi, anche l’evoluzione e la prognosi della malattia non sono dissimili. Per quanto attiene alla mortalità per COVID-19 nei soggetti HIV-positivi, uno studio multicentrico spagnolo ha indicato un indice di letalità pari al 3,7 per 10.000soggetti rispetto a 2,1 per 10.000 osservato nella popolazione spagnola HIV-positiva generale. Per spiegare questa mortalità più elevata si sono invocati i seguenti fattori: la presenza più frequente di comorbosità all’interno della popolazione HIV positiva, come le malattie cardiovascolari ed epatiche, e il basso numero di linfociti T CD4+ che potrebbe favorire l’insorgenza di forme più gravi di COVID-19. Ad analoghe conclusioni di una maggiore gravità clinica di COVID-19 sono giunti anche altri studi europei e statunitensi.

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