Quell’immagine che rappresenta lo sport che unisce e non divide

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E anche quest’anno arriva il giorno della celebrazione della giornata Internazionale dello Sport per lo Sviluppo e la Pace. Eppure, anche questo, dopo il precedente, è un anno segnato in rosso. Lo scorso anno la pandemia, quest’anno la guerra con l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia. Ma lo sport ne soffre perché sa bene di non essere, almeno in questa circostanza, lo strumento di pace e legame tra i popoli come dovrebbe essere.

Quella del 6 aprile, è una ricorrenza monca, che cade nella data dei primi Giochi Olimpici dell’era moderna, quelli del 1896, svolti ad Atene. Ma quest’anno, niente segnali di pace, con il Mondo turbato e sconvolto dall’invasione russa all’Ucraina. Non c’è un motivo per sorridere, da qualsiasi angolazione si guardi questa situazione. Perché nel suo valore onirico, lo sport dovrebbe contribuire nel perseguire gli obiettivi della pace nel mondo. Da qualsiasi angolo, stavolta è una sconfitta. L’intero universo sportivo, ha condannato la Russia, non solo sul piano politico, ma anche sportivo. Cio, Fifa e Uefa, hanno messo un semaforo rosso davanti alla porta d’uscita dello sport di Mosca. Nazionale di calcio russa estromessa dalle qualificazioni per il prossimo mondiale in Qatar, atleti costretti a riporre nel cassetto sogni e ambizioni, non solo quelli calcistici. Scelta condivisibile, non fosse che la guerra non la fanno gli atleti, molti dei quali sostengono a gran voce, mettendoci anche la faccia, la fine delle ostilità. Eppure, sono stati i primi a pagare, come i primi a pagare sono stati gli atleti ucraini, costretti loro malgrado a rinviare ad altra data i loro impegni internazionali.

La guerra è orrore, va fermata, lo ha ribadito anche il Papa con parole d’amore verso un mondo che si sta perdendo. Eppure non sono ancora maturi i tempi di una pace che Mosca vuole a determinate condizioni e che Kiev non vuole accettare. E’ la guerra di due mondi paralleli, quello russo e ucraino, che la diplomazia non riesce a fermare. Poi ci sono le correnti di pensiero, sulla necessità o meno di chiudere agli atleti russi. Quella ucraina è una tragedia globale che investe tutti, nessuno escluso. E’ terrificante pensare ai milioni di ucraini che hanno lasciato il Paese per scappare dalla guerra, come è terrificante pensare agli innocenti che hanno perso la vita in questa guerra che forse un senso non ce l’ha. Si muore in Ucraina, come si muore nello Yemen, giovani anziani, donne, bambini. Non possiamo più permettercelo, perché la morte ha lo stesso colore nero, ovunque, in Ucraina, come nello Yemen, come in altre parti del mondo dove la parola pace è solo un vocabolo di un dizionario ingiallito.

L’immagine recente dei Giochi Invernali di Pechino, con due atleti, uno russo l’altro ucraino, abbracciati sul podio, rappresentano l’immagine che veramente lo sport unisce e non divide. Poi si può discutere sull’opportunità o meno di estromettere la Russia come Nazione da ogni competizione internazionale. Ma così facendo si penalizza l’anima bella dello sport, quella di atleti che lottano, corrono, sudano per raggiungere un obiettivo, che sia Olimpiade o Mondiale di Calcio. Estrometterli ha significato buttare nel cestino dell’indifferenziata i loro sogni, di uomini e atleti, che non hanno nulla a che vedere con questa maledetta guerra. Ma il rovescio della medaglia dice invece che di fronte all’onnipotenza russa, non poteva essere presa decisione diversa. Con i russi non serve la diplomazia, ma c’è solo bisogno di sanzioni.

E allora la Giornata Internazionale dello Sport per lo Sviluppo e la Pace, anche quest’anno nasce monca, perché la diplomazia ha fallito. Non entro in questioni geopolitiche che non mi rappresentano e farei torto a qualcuno, ma anche stavolta lo sport non ha aiutato a quella pace sbandierata ai quattro venti ma che forse interessa solo chi la violenza la subisce. E a pensarci bene, anche stavolta, il vero sconfitto è lo sport, anche se davanti ad un bambino morto, qualcuno, prima di fermare lo sport, dovrebbe interrogarsi e chiedersi cosa ha fatto per impedirlo.

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