Chi nega il Covid nega la Croce di Cristo

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Da sempre la scuola è lo specchio della società. L’incertezza sulla ripresa delle lezioni impedisce a milioni di genitori una qualsiasi programmazione di vita e di lavoro. La Germania ha già chiuso di nuovo gli istituti scolastici per il nuovo picco dei contagi.  Su un punto concordano gli scienziati: la seconda ondata sono i nostri errori. Un tragico sbaglio è stato riaprire le discoteche per poi dover fare precipitosamente marcia indietro a causa dell’escalation di infezioni. Un altro errore imperdonabile è demandare alle famiglie la misurazione della temperatura di dieci milioni di studenti. Non è certo l’insicurezza ad aiutarci nella tempesta che stiamo attraversando. Il lockdown, ormai è evidente, non è finito per motivi sanitari, bensì per ragioni meramente economiche. Il drammatico conflitto di competenze tra centro e periferia sta diventando un’intollerabile costante. Su salute e migranti, Stato e Regioni si rimbalzano responsabilità e si contendono poteri.

In pratica rischiamo di precipitare nuovamente nella logica particolaristica delle città stato medievali nelle quali ognuno faceva ciò che gli pareva a dispetto di una sempre più debole autorità comune. In pratica sappiamo che non è ripartito nulla se non i contagi e, per ragioni di opportunismo e tornaconto elettorale, le forze politiche diffondono messaggi estremistici, giocando irresponsabilmente sulla pelle dei più fragili. A cominciare appunto dalla campagna propagandistica per riportare in tutta fretta i nostri ragazzi in classe, a qualunque costo umano. Le istituzioni hanno avuto sei mesi di tempo per pianificare un ritorno a scuola in sicurezza e si sono ridotte all’ultimo istante, costringendo di fatto presidi e insegnanti a ridefinire spazi e modalità per la didattica. Non era meglio occuparsi meno dei banchi monoposto e colmare invece le voragini negli organici dei docenti, a cominciare da quelli di sostegno? Non sarebbe utile prevedere un’ora a settimana di formazione sul senso di quanto stiamo vivendo in pandemia? La crisi educativa, di cui i giovani sono vittime ed ostaggi, non richiederebbe forse figure specializzate, come accade in nord Europa per il supporto psicologico alle scolaresche?

In una grave crisi diplomatico-interreligiosa, la Santa Sede coniò un’espressione divenuta proverbiale: “Chi nega l’Olocausto, nega la Croce di Cristo”. Quindi, possiamo dire con piena ragione,  e nel rispetto di 800 mila morti, chi nega il Covid, nega la Croce di Cristo!

Cessino i negatori dell’emergenza di mettere a repentaglio il bene comune oppure si ridurranno a “cattivi maestri”, come lo erano altri sedicenti intellettuali all’epoca delle brigate rosse.

Sono quotidiane le testimonianze di famiglie devastate dal coronavirus e domenica Papa Francesco ha ricordato all’Angelus le loro indicibili sofferenze. Non meritano il rispetto di coloro che in queste ore mercanteggiano riaperture di attività non fondamentali, a fronte della fosca prospettiva di una nuova chiusura generalizzata? E qui entra in gioco la spada di Damocle delle odiose ingiustizie sociali. Siamo tutti nel mezzo della stessa tempesta, ma non tutti sulla stessa barca. Su In Terris, il governatore di una Regione del sud faceva notare, all’inizio della pandemia, che nel suo territorio ( con 115 comuni di montagna isolati ) poteva disporre solo di 61 posti di terapia intensiva. Oggi il virus è diffuso in tutta Italia. Cosa potrebbe accadere il 14 settembre se il ritorno a scuola alimentasse migliaia di nuovi focolai?

Noi cattolici dovremmo rispondere al Vangelo e non ai partiti. Chi in coscienza è disposto a rendere conto di potenziali infezioni a raffica nelle classi scolastiche? Chi è pronto a immaginare reparti ospedalieri gremiti di bambini strappati ai genitori e intubati per effetto di una frettolosa e mal organizzata riapertura delle scuole? Non era meglio, per il momento, proseguire la didattica a distanza limitando a un paio di volte a settimana la presenza in classe di piccolo gruppi a rotazione e nel rispetto del controllo anti-covid? In un Paese che finge di poter organizzare lezioni per i bambini nei cinema e nei teatri, chi si farà garante della salute quando sono stati smantellati da decenni i presidi sanitari interni degli istituti? In piena pandemia, con lo stato di emergenza prorogato a gran voce fino a metà ottobre non si configura come un’inquietante contraddizione rimettere in circolazione milioni di nostri figli senza alcuna sicurezza né ragione immune ai calcoli sbagliati della politica?  Rimettere nella stessa stanza bambini che per indole socializzano sperando che restino immobili al loro posto con la mascherina risponde solo all’astrusa ricostruzione che viene fatta negli uffici studi. Ma dov’è in tutto questo la vita reale? Se il virus è una minaccia, non si espongano i minori al pericolo. Se invece i “pianificatori astratti” ritengono che riavviare le lezioni in presenza sia un’astuta operazione di marketing politico, giù le mani dall’infanzia. Nessuno si permetta di strumentalizzare il bene supremo della salute pubblica.

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