Quale potrebbe essere il corso della Bce per la politica monetaria dell’Eurozona

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“But there is another message I want to tell you. within our mandate, the ECB is ready to do whatever it takes to preserve the euro. And believe me, it will be enough.”

Con queste semplici parole, pronunciate durante in un discorso durante la Global Investment Conference di Londra nel 2012, l’allora governatore della Banca centrale europea Mario Draghi disinnescò la crisi del debito dei Paesi periferici in cui era caduta l’Euroarea, dando il via a un’inedita politica monetaria accomodante nel Vecchio Continente.

Fin dai primi mesi dopo questa dichiarazione hanno iniziato a sollevarsi diversi allarmi su possibili focolai inflazionistici, se non iperinflazionistici, in Europa per via della massa di liquidità che, mese dopo mese, veniva immessa sul mercato per scongiurare il rischio di default dei debiti sovrani dei c.d. PIIGS e stimolare la ripresa del sistema economico.

Inutile dire che, a oggi, di queste fosche previsioni non se ne è avverata nessuna e i tassi di inflazione continuano a restare, in media, ben al di sotto del valore obiettivo del 2% indicato nel mandato della banca centrale.

Questo, ovviamente, non indica che sia possibile “stampare” moneta “come non ci fosse un domani”, le esperienze nel passato dell’iperinflazione vista durante la Repubblica di Weimar, dello Zimbabwe di Mugabe o del Venezuela oggi restano a monito per tutti, ma che una visione manichea di una politica monetaria rigida non sia realmente efficiente.

Per chiarezza vediamo cosa si intenda con inflazione.

Sebbene si consideri, solitamente, per inflazione un prolungato aumento di prezzi di beni e servizi che vada a erodere il potere di acquisto della moneta, è proprio in quest’ultima che si deve ricercare la causa primaria.

Un mero aumento dei prezzi dovuto alla quotazione delle materie prime o dal rincaro dei prodotti agricoli, anche se nel comune sentire viene chiamato anch’esso inflazione, prende infatti il nome di agflazione.

In pratica l’inflazione rappresenta uno squilibrio nel mercato della moneta che avviene quando l’offerta superi la domanda di quest’ultima, in pratica l’abbondanza di liquidità presente sul mercato non trova impiego e, così, il valore del circolante diminuisce spingendo i prezzi ad adeguarsi per raggiungere un nuovo equilibrio.

In questo contesto l’azione della Banca centrale risulta importantissima perché ad essa è demandato il compito di mantenere il sistema in equilibrio, infatti se una moderata inflazione è sintomo di un’economia in crescita, un elevato tasso di inflazione rappresenta una distorsione che va a colpire i redditi fissi, quelli meno elastici all’andamento dei prezzi, spingendo una maggiore concentrazione di ricchezza mentre il caso opposto, quello della deflazione, va a colpire la produzione di ricchezza generando così un’ulteriore distorsione che andrebbe a rallentare la produzione di beni e servizi andando anche a colpire l’occupazione.

Per queste ragioni le visioni opposte dei cosiddetti “rigoristi” e quelle “di manica larga” come dei sostenitori del cartalismo potrebbero avere degli effetti ampiamente negativi a livello di sistema.

In risposta alla crisi economica apertasi nel 2008, già sotto la presidenza Trichet, la BCE aveva iniziato a mettere in atto delle operazioni di rifinanziamento del settore creditizio, attraverso le LTRO (Long Term Refinancing Operation) per evitare un credit crunch; poi sotto Draghi iniziarono, come già indicato, iniziarono delle operazioni non convenzionali tramite azioni di alleggerimento quantitativo (Quantitative Easing), cioè di acquisto di titoli di stato sul mercato secondario emettendo liquidità, e dei TLTRO (Targeted Long Term Refinancing Operations) per sovvenzionare quelle banche che stessero sostenendo privati e imprese per stimolare l’inflazione unita a un taglio senza precedenti dei tassi di interesse, che da allora arrivarono in area negativa, per amplificare il moltiplicatore del credito ed espandere ulteriormente M3, cioè la massa monetaria circolante; il mercato venne, quindi, letteralmente sommerso da nuova liquidità ma, nonostante tutto, l’inflazione restò ben al di sotto del valore obiettivo.

Le previsioni di inflazione da parte dei rigoristi, come i “falchi” tedeschi e nordici non si sono mai verificate anche perché, ormai, la situazione di tassi schiantati è data per strutturale come mostra l’IRS, lo swap sui tassi di interesse, a 30 anni che si attesta intorno allo 0.3%, che rimane, inoltre, in area non positiva fino al termine dei 10 anni, e perché le operazioni di emissione di moneta sono tutte, più o meno, a somma zero.

Già in un altro articolo, qualche tempo fa, si era indicato che “I vari tipi di LTRO o di QE, infatti, non hanno effetto permanente perché i primi sono meri finanziamenti a termine, per quanto di medio periodo, mentre il secondo, almeno come strutturato in Eurozona, consiste nell’acquisto di titoli obbligazionari sul mercato secondario (non in fase di asta per non distorcere troppo i meccanismi di emissione) e mantenuti a scadenza, incassando le cedole e, al termine, il rimborso dell’obbligazione chiudendo la partita contabile.

Per queste ragioni non è credibile un mutamento di indirizzo nell’azione della BCE a breve termine e il proseguimento delle politiche monetarie accomodanti come ancora indicato da Christine Lagarde solo a giugno scorso quando si definì rischioso e prematuro il ritiro degli stimoli e che le “misure [adottate] aiutano a preservare condizioni di finanziamento favorevoli per tutti i settori dell’economia, necessarie per una ripresa economica sostenuta e per salvaguardare la stabilità dei prezzi”.

Il momentaneo rialzo di questi ultimi, infatti, che porta la rilevazione da paniere a un +1.7% anno su anno è stato causato, come rilevato dalla stessa BCE, all’aumento dei prezzi energetici ed ai “colli di bottiglia” verificatisi sul fronte della fornitura di materie prime, quindi più che di inflazione occorrerebbe parlare di agflazione, come descritta in precedenza.

L’inflazione reale resta bassa soprattutto per la debolezza del livello medio salariale che non permette una ripresa della domanda interna e, in effetti, va a indicare ancora un livello di crescita economica insufficiente.

Difficilmente, quindi, l’attuale governatore cederà alle pressioni dei soliti “paesi frugali” per l’inizio di un tapering sulla politica monetaria ma continuerà con il corso che aprì, anni fa, Mario Draghi di stimolo all’economia per evitare pericolosi contraccolpi sia dal lato della sostenibilità della finanza pubblica, post crisi pandemica, sia dal lato dell’erogazione del credito a privati e imprese.

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