La “Casa tra le Nuvole” per proteggere le vittime della tratta

L’esperienza vissuta in una casa rifugio per ex schiave della Giovanni XXIII di don Oreste Benzi

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Immagine realizzata dall'artista afghana Shamsia Hassani

Certi argomenti letti solo nei libri non possono trasmettere quelle sensazioni che ti commuovono aprendoti gli occhi come l’esperienza che mi sono ritrovato a vivere per alcuni giorni in una casa rifugio per le vittime della tratta della Comunità Papa Giovanni XXIII.

La “Casa tra le Nuvole”

Sono entrato in un luogo ricolmo di amore dove le ragazze salvate dalla tratta degli esseri umani trovano accoglienza e libertà nel solco tracciato da Don Oreste Benzi che, con una sua instancabile opera, per decenni ha percorso le strade italiane per salvare le schiave dai loro sfruttatori. La Comunità ne ha liberate oltre settemila, donando loro una nuova vita piena di dolcezza e speranza attraverso un percorso di condivisione e integrazione sociale.

Immagine realizzata dall’artista afghana Shamsia Hassani

La “Casa tra le Nuvole”, fondata da Don Aldo Buonaiuto, ha questo nome particolare perché, negli anni ‘90, quando Don Oreste – con il suo carisma e alla sua esperienza fatta nel corso degli anni – aveva imparato come avvicinare e salvare queste donne vittime di un’ingiustizia insopportabile. Portar via una giovane dal marciapiede equivale ad un vero miracolo perché, il salvataggio di una persona da questa schiavitù, comporta un grande coraggio per la ragazza stessa, per chi la libera e anche per i suoi famigliari, che sono i più esposti a pericoli e ritorsioni da parte del racket. Le ritorsioni nei confronti delle famiglie rappresentano delle catene molto pesanti, a volte più forti delle botte e delle torture a cui queste donne vengono sottoposte.

In quegli anni, la Comunità Papa Giovanni XXIII era composta prevalentemente da case-famiglia e quindi era molto difficile trovare ospitalità per un gran numero di ragazze, a causa dei limiti logistici preesistenti. Per questo, don Benzi darà vita a delle case di pronta accoglienza per rifugiare questa tipologia di persone. Con l’aiuto di Don Aldo e di un vescovo marchigiano, le vittime della prostituzione coatta potevano trovare una casa e una protezione sicura, in un ex asilo dismesso collocato in un luogo isolato sull’Appennino, dove l’unica cosa che si vedeva alzando gli occhi al cielo erano le nuvole. Da qui deriva il nome di Casa tra le Nuvole che, poche settimane dopo l’apertura, ospitava già venti donne.

In quegli anni la criminalità organizzata non si faceva scrupoli nel minacciare coloro che si prodigavano a liberare le donne, tentando in tutti i modi di riprendere quelle che erano scappate grazie all’operato della Comunità. Il fenomeno della tratta non era conosciuto e così le poche realtà che si occupavano di questa difficile missione erano esposte sia all’indifferenza sociale che alle minacce dei delinquenti.

Ad oggi, dopo oltre vent’anni dalla sua nascita, la Casa tra le Nuvole prenderà il nome di “Casa Papa Francesco”. È stato lo stesso Pontefice lo scorso anno a donare una somma ingente per permettere dei lavori di ristrutturazione e migliorie che stanno facendo sì che numerose ragazze possano essere accolte in una struttura più confortevole e dignitosa.

Quando sono giunto in questo luogo ho percepito subito un grande amore e altruismo da parte di Marina e Sergio, Titina ed altri operatori che, da oltre vent’anni, dedicano la loro vita a queste ragazze e stanno loro vicino nel quotidiano, come in una una vera famiglia, permettendo loro di acquisire nuova fiducia nei confronti delle persone che, fino ad ora, le hanno sempre sfruttate e vilipese. Il primo contatto visivo con queste donne ha generato in me una sensazione molto forte perché, nonostante la loro cortesia e il loro sorriso ho toccato con mano le profonde ferite di esistenze segnate per sempre.

Dopo i primi giorni trascorsi nella Casa tra le Nuvole ho avuto modo di parlare con le ragazze, delle loro storie e di come sono giunte in questo luogo, sono emersi dei racconti drammatici, connotati da inganni e sfruttamento senza alcun rispetto per la dignità umana.

Immagine realizzata dall’artista afghana Shamsia Hassani

La testimonianza delle vittime della tratta

Stefania, proveniente da un piccolo paese della Bulgaria, a soli 17 anni, con la promessa di un lavoro stabile per poter aiutare i suoi genitori viene, portata in Italia e sottoposta al racket della prostituzione ma, per il suo rifiuto, viene picchiata brutalmente, le vengono strappati i capelli, i lobi delle orecchie e viene gettata dalle scale. In seguito a questo, dopo due mesi di ospedale, viene salvata e portata nella Casa tra le Nuvole. Oggi anche lei è impegnata a salvare altre ragazze che hanno vissuto il suo stesso calvario. Nicolina vive in questa casa da molti anni. Fu Don Benzi a salvarla dopo essere stata ridotta a cavia dai magnaccia. Infatti, la giovane donna doveva subire percosse, torture e violenze davanti alla alle giovani arrivate, al fine di mostrare loro cosa sarebbe accaduto qualora avessero trasgredito i comandi che venivano impartiti. Patricia riesce a sopravvivere soltanto grazie agli psicofarmaci che le tolgono il desiderio di uccidersi. Per quattro anni ha subito torture inenarrabili mostrando sul suo corpo le profonde cicatrici che ci lasciano senza fiato. Anna dalla Moldavia mi ha descritto la sera del suo rapimento e di come abbia scoperto di essere stata venduta dai suoi cugini per soli tremila euro, drogata e poi buttata in un marciapiede della Capitale. Maria dopo sei aborti forzati clandestinamente decide, durante una nuova gravidanza, di scappare dai suoi aguzzini e incontra Don Aldo, che la farà scappare quella notte stessa. Blessing mi ha mostrato le grandi cicatrici nella sua schiena inflitte durante i riti vodoo. Dopo essere scappata dalla strada, il racket ha mantenuto la promessa di ritorcersi verso i suoi famigliari, incendiando la loro piccola casa e gambizzando i suoi fratelli. Joy era arrivata in Europa con la promessa di lavorare come modella in una agenzia di sfilate. Viene rinchiusa invece in un locale sotterraneo, torturata e sfruttata per due anni. Viene ritrovata una notte in un fosso, mezza morta, oggi pesa 150 chili e riesce a camminare con grande difficoltà. Anche lei non vorrebbe più vivere e solo i farmaci e il grande amore di questi “Santi della porta accanto” (come li definisce Papa Francesco) la tengono in vita nella speranza che possa un giorno reagire essendo ancora così tanto giovane.

Queste e tante altre storie ho ascoltato e sono entrate nel mio cuore. Ho capito e attraverso questa esperienza ho rivissuto in parte il senso del drammatico libro “Donne crocifisse” scritto da Don Aldo Buonaiuto con la prefazione di Papa Francesco, il quale definisce questa schiavitù come “una malattia dell’umanità, un modo sbagliato di pensare della società…un vizio schifoso che confonde il fare l’amore con lo sfogare i propri istinti torturando una donna inerme. È patologica la mentalità per cui una donna vada sfruttata come se fosse una merce da usare e poi gettare.”

Immagine realizzata dall’artista afghana Shamsia Hassani

Prima di salutarmi quelle che sono diventate le mie sorelle mi hanno regalato una corona del Santo Rosario realizzato da loro attraverso venti metri di filo. Mi sono commosso e ho ringraziato il Don per avermi dato il privilegio di trascorrere questi giorni in quella che ho visto come una “casa-tabernacolo”. Persone fragili come l’Ostia ma che ti trasmettono una potenza d’amore facendoti rivedere le vere necessità della vita dalla giusta dimensione. Le parole della testimonianza di Stefania oggi diventano anche le mie: “Arrivare qui per me è stata una rinascita, una seconda vita”.

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