Il Tigray: una polveriera che rischia di esplodere

Un faro sulla crisi etiope, la guerra che sta sconvolgendo il Tigray. I molteplici rischi che potrebbero influire sul conflitto che sembra essere dimenticato dal mondo. L'intervista al dottor Luca Mainoldi, responsabile del settore Africa per l'Agenzia Fides

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Tigray

Lontano dagli occhi lontano dal cuore. Un vecchio detto che potrebbe calzare a pennello per la situazione che si sta vivendo nella regione del Tigray dove, dallo scorso 4 novembre, è in corso un conflitto sul quale sembra essere stata fatta calare un’imponente cortina di fumo. Un conflitto che sembra essere sconosciuto alla maggior parte dell’opinione pubblica, anche a causa dell’isolamento che il governo di Addis Abeba ha imposto nella regione. Notizie frammentarie, foto di massacri che in alcuni casi sembrerebbero essere state definite come false, nessuna prima pagina su quella che potrebbe essere una catastrofe umanitaria di imponenti dimensioni ma di cui non si conoscono i reali dettagli.

Etiopia
La regione autonoma del Tigrè, in Etiopia

L’allarme dell’Unhcr

Già nello scorso dicembre, l’Unhcr – l’Agenzia Onu per i rifugiati – aveva lanciato un preoccupante allarme accendendo così i riflettori su quello che rischia di diventare un dramma nel dramma. Secondo gli ultimi dati forniti dall’Agenzia Onu, infatti il numero dei rifugiati etiopi espatriati in Sudan supera le 40 mila unità.

La crisi umanitaria

Il governo federale ha lanciato un’offensiva militare contro le forze armate della regione etiope che sta causando moltissime vittime tra la popolazione civile e una conseguente crisi umanitaria che sembra essere dimenticata dal mondo, ma non dalla Chiesa. Come hanno raccontato i missionari Salesiani all’Agenzia Fides, da quando è esploso il conflitto “molte persone hanno perso la vita. O le loro proprietà. Molti sono senza casa. Migliaia di persone fuggono. Scappano dai bombardamenti. Dalle sparatorie. E diventano rifugiati o sfollati all’interno del loro paese. Ricchi e poveri sono alla nostra porta ogni giorno. Supplicando un po’ di cibo per sopravvivere. “Il giorno in cui sono iniziati i conflitti ad Adua, molti corpi esanimi giacevano per le strade. E molti feriti cercavano di fuggire dalla guerra. Sono tempi bui. Perché per più di due mesi la gente non ha avuto elettricità, acqua, reti, cibo”.

L’intervista

Ma per capire qual è la reale situazione nel Tigray, il perché del blackout mediatico e quale ruolo potrebbero avere l’Europa e la comunità internazionale, Interris.it ha intervistato il dottor Luca Mainoldi, responsabile del settore Africa per l’Agenzia Fides.

Dott. Mainoldi, qual è attualmente la situazione nel Tigray?

“E’ molto difficile stabilire la situazione perché nella regione è in atto quello che si chiama una ‘nebbia di guerra’: sono tagliate le comunicazioni, la stampa non ha accesso e non ci sono osservatori indipendenti, a parte qualche convoglio umanitario ai quali in rare occasioni viene concesso di passare. E’ difficile avere informazioni di prima mano”.

Qual è la situazione umanitaria? Si rischia la catastrofe?

“Questa guerra ha già provocato una grande crisi umanitaria che coinvolge almeno 4,5 milioni di persone. Da quello che si sa, ci sono una decina di migliaia di vittime, 2 milioni di sfollati interni e decine di migliaia di rifugiati nel vicino Sudan. A suo volta il Tigray accoglieva dei rifugiati eritrei sui quali è calato un po’ il sipario: le truppe etiopiche sono appoggiate da quelle eritree. I rifugiati che fuggivano dal regime eritreo si ritrovano con l’esercito del loro Paese di origine nei campi profughi. E’ un dramma nel dramma. Queste persone hanno bisogno di assistenza, ma le organizzazioni internazionali hanno bisogno dell’autorizzazione del governo e, molto spesso, la macchina dei soccorsi non sempre riesce ad attivarsi in tempo”.

Dove affondano le radici del conflitto?

“Nella composizione etnica e politica dell’Etiopia che è ha oltre 100 milioni di abitanti, divisi in 80 etnie. Le più importanti che si contendono il potere sono gli Amara, i Tigrini e gli Oromo. I Tigrini sono andati al potere nel 1991 quando è stato rovesciato il regime marxista di Menghistu che, a sua volta, nel 1974 aveva rovesciato la monarchia dominata dagli Amara. I Tigrini hanno un po’ trasformato il Paese e avviato uno sviluppo economico. A causa di alcune vicissitudini legate alle questioni etniche, nel 2018 c’è stato l’arrivo al potere di un nuovo primo ministro, Abyi Ahmed Ali, che è un Oromo, la principale etnia del Paese che rappresenta circa il 35% della popolazione. Non hanno mai avuto accesso al potere, se non affiancandosi ad altre etnie. Con il suo arrivo c’è stato un rimescolamento di carte, il sistema sviluppato dai tigrini è stato messo in discussione, ma così c’è il rischio di favorire l’etnia predominante a livello numerico. Si sono create nuove tensioni e, quando c’è stata la sospensione del voto regionale – ufficialmente a causa della pandemia da coronavirus – la regione del Tigray ha protestato e, ufficialmente secondo il racconto del governo etiope, il 4 novembre delle milizie tigrine hanno attaccato una base dell’esercito. Per rispondere a questo attacco c’è stata un’operazione militare che ha scatenato la guerra”.

Come è la situazione con i Paesi confinanti?

“Ci sono delle tensioni tra Etiopia, Sudan e Egitto, soprattutto per quanto riguarda la diga sul Nilo. Se dovesse essere chiusa si ridurrebbe la portata dell’acqua a valle, ossia quella verso l’Egitto e sappiamo l’importanza storica del Nilo per questo Paese, a partire dall’epoca dei Faraoni ad oggi. Ci sono state anche manovre militari tra i sudanesi e gli egiziani proprio per mostrare la loro unità all’Etiopia. L’invaso della diga dovrebbe essere riempito a luglio: se viene ridotta la portata di acqua verso il Sudan e l’Egitto, questi Paesi lo potrebbe considerare un atto di guerra. E’ chiaro che questa crisi etiopica rischia di essere sfruttata da attori esterni”.

I media raccontano in maniera molto dettagliata i conflitti in corso in altri Paesi, perché nel Tigray, invece, sembra essere in atto una sorta di blackout mediatico?

“Si tenga presente che grazie ai social network, come Twitter, tutte le parti sul campo cercano di veicolare la propria propaganda: quella più sofisticata si fa mescolando verità e menzogna. C’è un rischio di intossicazione delle informazioni, soprattutto quando le fonti giornalistiche non hanno accesso al territorio. Ci sono alcuni gruppi che cercano di seguire la situazione su Twitter e si basano sulle immagini dei satelliti: si possono vedere se i villaggi sono stati distrutti, il grado dei danni, ma sempre di una fotografia dall’alto si tratta, non è una testimonianza diretta sul terreno”.

L’Europa e la comunità internazionale che ruolo hanno o potrebbero avere nella risoluzione di questo conflitto?

In questa fase l’Europa la vedo molto ripiegata su se stessa a causa del Covid, non sembra che abbia intenzione di intervenire. Chi potrebbe farlo è l’Unione Africana che ha la sede ad Addis Abeba. Essendo coinvolto il Paese che la ospita e importanti attori come l’Egitto, la situazione sembra essere bloccata. In genere, i Paesi africani hanno la tendenza a non intromettersi nelle questioni degli Stati membri. Quella etiope viene ancora considerata come problema interno, anche se c’è già stato un intervento dell’Eritrea. Ma è chiaro che quando si inizia ad avere un debordamento verso gli altri Paesi di profughi e rifugiati la crisi inizia a internazionalizzarsi e può innescarsi nella vicenda che riguarda il Nilo. E’ da tenere sotto osservazione, i fattori di rischio sono molteplici in questa fase”.

Nella regione del Tigray sono presenti i cristiani? Qual è la loro condizione?

“Sì, ci sono delle organizzazioni missionarie, tra cui i Salesiani che sono rimasti sul posto e stanno cercando di aiutare gli sfollati. Quando si parla di guerra, non ci sono solo coloro che espatriano, ma anche quelli che rimangono all’interno del Paese. Molti sono andati in altre zone dell’Etiopia, ma c’è anche chi è ancora all’interno della regione e forse sono quelli più abbandonati a loro stessi”.

Il premier etiope, Abiy Ahmed Ali

Pensa che si arriverà mai alla pace nella regione?

“E’ difficile, al momento, vedere una luce in fondo al tunnel. Forse, un altro motivo per cui la comunità internazionale si trova in imbarazzo è l’assegnazione del premio Nobel per la pace al primo ministro Ahmed che ha risolto il conflitto con l’Eritrea. Dopo un anno circa ha scatenato questa guerra, magari pensando di fare un’operazione che avrebbe portato all’arresto dei capi tigrini pensando di risolvere in maniera rapida le tensioni, invece ha innescato questo conflitto di cui non si conosce l’evoluzione. Bisognerà capire se ci saranno altre regioni dell’Etiopia che entreranno in fibrillazione”.

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