Slovacchia, le parole del Papa all’incontro coi sacerdoti nella Cattedrale di San Martino

ULTIMO AGGIORNAMENTO 10:46

“Vengo come vostro fratello e perciò mi sento uno di voi. Sono qui per condividere il vostro cammino, le vostre domande, le attese e le speranze di questa Chiesa e di questo Paese”. Così Papa Francesco nell’incontro con i Vescovi, Sacerdoti, Religiose, Religiosi, Seminaristi e Catechisti nella Cattedrale di San Martino, a Bratislava, nel suo 34esimo viaggio apostolico in Slovacchia.

“E parlando sul Paese, vengo di dire alla signora presidente che la Slovacchia è una poesia”, ha aggiunto a braccio: “Condividere era lo stile della prima comunità cristiana: erano assidui e concordi, camminavano insieme: litigavano pure, ma camminavano insieme. È la prima cosa di cui abbiamo bisogno: una Chiesa che cammina insieme, che percorre le strade della vita con la fiaccola del Vangelo accesa”. “Non può crescere il Vangelo se non è radicato nella cultura di un popolo, cioè nei suoi simboli, nelle sue domande, nelle sue parole, nel suo modo di essere”.

Il discorso integrale del Santo Padre ai religiosi

Cari fratelli Vescovi,
Cari sacerdoti, religiose, religiosi e seminaristi,
Cari catechisti, fratelli e sorelle, buongiorno!

Vi saluto con gioia e ringrazio Mons. Stanislav Zvolenský per le parole che mi ha rivolto.
Grazie per l’invito a sentirmi a casa: vengo come vostro fratello e perciò mi sento uno di voi. Sono qui per condividere il vostro cammino, le vostre domande, le attese e le speranze di questa Chiesa e di questo Paese. Questo era lo stile della prima Comunità cristiana: erano assidui e concordi, camminavano insieme (cfr At 1,12-14).

È la prima cosa di cui abbiamo bisogno: una Chiesa che cammina insieme, che percorre le strade della vita con la fiaccola del Vangelo accesa. La Chiesa non è una fortezza, un potentato, un castello situato in alto che guarda il mondo con distanza e sufficienza. Qui a

Bratislava il castello già c’è ed è molto bello! Ma la Chiesa è la comunità che desidera attirare a Cristo con la gioia del Vangelo, è il lievito che fa fermentare il Regno dell’amore e della pace dentro la pasta del mondo. Per favore, non cediamo alla tentazione della magnificenza, della grandezza mondana! La Chiesa deve essere umile come Gesù, che si è svuotato di tutto, che si è fatto povero per arricchirci (cfr 2 Cor 8,9): così è venuto ad abitare in mezzo a noi e a guarire la nostra umanità ferita.

Ecco, è bella una Chiesa umile che non si separa dal mondo e non guarda con distacco la vita, ma la abita dentro. Abitare dentro, non dimentichiamolo: condividere, camminare insieme, accogliere le domande e le attese della gente. Questo ci aiuta a uscire dall’autoreferenzialità: il centro della Chiesa non è la Chiesa! Usciamo dalla preoccupazione eccessiva per noi stessi, per le nostre strutture, per come la società ci guarda. Immergiamoci invece nella vita reale della gente e chiediamoci: quali sono i bisogni e le attese spirituali del nostro popolo? che cosa si aspetta dalla Chiesa? A me sembra importante provare a rispondere a queste domande e mi vengono in mente tre parole.

La prima è libertà. Senza libertà non c’è vera umanità, perché l’essere umano è stato creato libero per essere libero. I periodi drammatici della storia del vostro Paese sono un grande insegnamento: quando la libertà è stata ferita, violata e uccisa, l’umanità è stata degradata e si sono abbattute le tempeste della violenza, della coercizione e della privazione dei diritti. Allo stesso tempo, però, la libertà non è una conquista automatica, che rimane tale una volta per tutte. La libertà è sempre un cammino, a volte faticoso, da rinnovare continuamente. Non basta essere liberi esteriormente o nelle strutture della società per esserlo davvero. La libertà chiama in prima persona a essere responsabili delle proprie scelte, a discernere, a portare avanti i processi della vita. E questo è faticoso e ci spaventa. Talvolta è più comodo non lasciarsi provocare dalle situazioni concrete e andare avanti a ripetere il passato, senza metterci il cuore, senza il rischio della scelta: meglio trascinare la vita facendo ciò che altri – magari la massa o l’opinione pubblica – decidono per noi.

Ricordiamo la storia del popolo di Israele: soffriva sotto la tirannia del faraone, era schiavo; poi viene liberato dal Signore, ma per diventare veramente libero, non solo liberato dai nemici, deve attraversare il deserto, un cammino faticoso. E veniva da pensare: “Quasi quasi era meglio prima, almeno avevamo un po’ di cipolle…”. Una grande tentazione: meglio un po’ di cipolle che la fatica e il rischio della libertà.

A volte anche nella Chiesa questa idea può insidiarci: meglio avere tutte le cose predefinite, le leggi da osservare, la sicurezza e l’uniformità, piuttosto che essere cristiani responsabili e adulti, che pensano, interrogano la propria coscienza, si lasciano mettere in discussione.

Nella vita spirituale ed ecclesiale c’è la tentazione di cercare una falsa pace che ci lascia tranquilli, invece del fuoco del Vangelo che ci inquieta e ci trasforma. Le sicure cipolle d’Egitto sono più comode delle incognite del deserto. Ma una Chiesa che non lascia spazio all’avventura della libertà, anche nella vita spirituale, rischia di diventare un luogo rigido e chiuso. Forse alcuni sono abituati a questo; ma tanti altri – soprattutto nelle nuove generazioni – non sono attratti da una proposta di fede che non lascia loro libertà interiore, da una Chiesa in cui bisogna pensare tutti allo stesso modo e obbedire ciecamente.

Carissimi, non abbiate timore di formare le persone a un rapporto maturo e libero con Dio. Questo forse ci darà l’impressione di non poter controllare tutto, di perdere forza e autorità; ma la Chiesa di Cristo non vuole dominare le coscienze e occupare gli spazi, vuole essere una “fontana” di speranza nella vita delle persone. Lo dico soprattutto ai Pastori: voi esercitate il ministero in un Paese nel quale tante cose sono rapidamente cambiate e sono stati avviati molti processi democratici, ma la libertà è ancora fragile. Lo è soprattutto nel cuore e nella mente delle persone. Per questo vi incoraggio a farle crescere libere da una religiosità rigida.

Nessuno si senta schiacciato. Ognuno possa scoprire la libertà del Vangelo, entrando gradualmente nel rapporto con Dio, con la fiducia di chi sa che, davanti a Lui, può portare la propria storia e le proprie ferite senza paura e senza finzioni, senza preoccuparsi di difendere la propria immagine. L’annuncio del Vangelo sia liberante, mai opprimente.

E la Chiesa sia segno di libertà e di accoglienza!

Seconda parola: creatività. Siete figli di una grande tradizione. La vostra esperienza religiosa trova il suo luogo sorgivo nella predicazione e nel ministero delle luminose figure dei Santi Cirillo e Metodio. Essi ci insegnano che l’evangelizzazione non è mai una semplice ripetizione del passato. La gioia del Vangelo è sempre Cristo, ma le vie perché questa buona notizia possa farsi strada nel tempo e nella storia sono diverse. Cirillo e Metodio percorsero insieme questa parte del continente europeo e, ardenti di passione per l’annuncio del Vangelo, arrivarono a inventare un nuovo alfabeto per la traduzione della Bibbia, dei testi liturgici e della dottrina cristiana. Fu così che divennero apostoli dell’inculturazione della fede presso di voi. Furono inventori di nuovi linguaggi per trasmettere il Vangelo, furono creativi nel tradurre il messaggio cristiano, furono così vicini alla storia dei popoli che incontravano da parlarne la loro lingua e assimilarne la cultura.

Non ha bisogno di questo anche oggi la Slovacchia? Non è forse questo il compito più urgente della Chiesa presso i popoli dell’Europa: trovare nuovi “alfabeti” per annunciare la fede? Abbiamo sullo sfondo una ricca tradizione cristiana, ma per la vita di molte persone, oggi, essa rimane il ricordo di un passato che non parla più e non orienta più le scelte dell’esistenza. Dinanzi allo smarrimento del senso di Dio e della gioia della fede non giova lamentarsi, trincerarsi in un cattolicesimo difensivo, giudicare e accusare il mondo; serve la creatività del Vangelo.

Ricordiamo cosa fecero quegli uomini che volevano portare un paralitico davanti a Gesù e non riuscivano a passare dalla porta di ingresso. Aprirono un varco sul tetto e lo calarono dall’alto (cfr Mc 2,1-5). Furono creativi! Che bello quando sappiamo trovare vie, modi e linguaggi nuovi per annunciare il Vangelo! Se con la nostra predicazione e con la nostra pastorale non riusciamo a entrare più per la via ordinaria, cerchiamo di aprire spazi diversi,sperimentiamo altre strade.

Cirillo e Metodio lo hanno fatto e ci dicono questo: non può crescere il Vangelo se non è radicato nella cultura di un popolo, cioè nei suoi simboli, nelle sue domande, nelle sue parole, nel suo modo di essere. I due fratelli furono ostacolati e perseguitati molto, lo sapete. Venivano accusati di eresia perché avevano osato tradurre la lingua della fede. Ecco l’ideologia che nasce dalla tentazione di uniformare. Ma l’evangelizzazione è un processo di inculturazione: è seme fecondo di novità, è la novità dello Spirito che rinnova ogni cosa.

Infine, il dialogo. Una Chiesa che forma alla libertà interiore e responsabile, che sa essere creativa immergendosi nella storia e nella cultura, è anche una Chiesa che sa dialogare con il mondo, con chi confessa Cristo senza essere “dei nostri”, con chi vive la fatica di una ricerca religiosa, anche con chi non crede. È una Chiesa che, sull’esempio di Cirillo e Metodio, unisce e tiene insieme l’Oriente e l’Occidente, tradizioni e sensibilità diverse.

Una Comunità che, annunciando il Vangelo dell’amore, fa germogliare la comunione, l’amicizia e il dialogo tra i credenti, tra le diverse confessioni cristiane e tra i popoli. L’unità, la comunione e il dialogo sono sempre fragili, specialmente quando alle spalle c’è una storia di dolore che ha lasciato delle cicatrici.

Il ricordo delle ferite può far scivolare nel risentimento, nella sfiducia, perfino nel disprezzo, invogliando a innalzare steccati davanti a chi è diverso da noi. Le ferite, però, possono essere varchi, aperture che, imitando le piaghe del Signore, fanno passare la misericordia di Dio, la sua grazia che cambia la vita e ci trasforma in operatori di pace e di riconciliazione. So che voi avete un bel proverbio: «A chi ti tira un sasso, tu dona un pane».

È molto evangelico questo! È l’invito di Gesù a spezzare il circolo vizioso e distruttivo della violenza, porgendo l’altra guancia a chi ci percuote, per vincere il male con il bene (cfr Rm 12,21). Mi colpisce un particolare della storia del Cardinale Korec. Era un Cardinale gesuita, perseguitato dal regime, imprigionato, costretto a lavorare duramente finché si ammalò.

Quando venne a Roma per il Giubileo del 2000, andò nelle catacombe e accese un lumino per i suoi persecutori, invocando per loro misericordia. Questo è Vangelo! Cresce nella vita e nella storia attraverso l’amore umile e paziente.

Carissimi, ringrazio Dio di essere tra voi, e ringrazio di cuore voi per quello che fate e per quello che siete! Vi auguro di continuare il vostro cammino nella libertà del Vangelo, nella creatività della fede e nel dialogo che sgorga dalla misericordia di Dio, che ci ha resi fratelli e sorelle, e ci chiama ad essere artigiani di pace e di concordia. Vi benedico di cuore. E, per favore, pregate per me. Grazie!

Il programma della giornata

Il Papa è arrivato nel palazzo presidenziale di Bratislava, seconda città visitata nel suo 34° viaggio apostolico, dove è arrivato ieri pomeriggio dopo la messa conclusiva del Congresso eucaristico internazionale a Budapest.

Al suo arrivo, il Santo Padre è stato accolto dalla Presidente della Repubblica di Slovacchia, Zuzana Čaputová, all’ingresso del palazzo dove ha luogo la cerimonia di benvenuto. Due bambini hanno offerto al Santo Padre il pane e il sale. Poi il Papa e la presidente raggiungono la postazione per la foto ufficiale.

Dopo l’esecuzione degli inni, la Guardia d’Onore e la presentazione delle rispettive delegazioni, il Papa e la presidente si recano nella Sala d’Oro del palazzo presidenziale, dove alle 9.30 ha luogo la visita di cortesia.

La Firma del Libro d’Onore

“Pellegrino a Bratislava, abbraccio con affetto il popolo slovacco e prego per questo Paese dalle radici antiche e dal volto giovane, perché sia un messaggio di fraternità e di pace nel cuore dell’Europa”. Lo ha vergato di suo pugno Papa Francesco firmando il libro d’onore del Palazzo presidenziale di Bratislava durante la sua visita alla presidente della Repubblica slovacca Zuzana Čaputová [qui il messaggio integrale alle autorità, ndr].

Al termine, dopo la Firma del Libro d’Onore e l’incontro privato, la presidente della Repubblica accompagna Papa Francesco nella Sala Verde adiacente dove avviene lo scambio dei doni e la presentazione della famiglia. Quindi si recano nel giardino del palazzo presidenziale per l’Incontro con le autorità, i rappresentanti della società civile e i membri del Corpo Diplomatico.

Il pomeriggio

Alle 16.00 il Pontefice visita privatamente il “Centro Betlemme” delle suore di Madre Teresa, mentre alle 16.45 incontra la comunità ebraica in Piazza Rybné námestie. Alle 18.00 e alle 18.15 sono invece il presidente del Parlamento Boris Kollar e poi il primo ministro Eduard Heger a recarsi in visita al Papa presso la Nunziatura apostolica.

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