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Il Papa alla curia romana: “No alla mondanità spirituale”

Papa alla Curia: "L'umiltà è la capacità di saper abitare senza disperazione, con realismo, gioia e speranza, la nostra umanità; questa umanità amata e benedetta dal Signore. L’umiltà è comprendere che non dobbiamo vergognarci della nostra fragilità"

ULTIMO AGGIORNAMENTO 10:55
Il Papa alla curia romana. Vaticano, 23 dicembre 2021. Fonte: Vatican News

Il mistero del Natale è il mistero di Dio che viene nel mondo attraverso la via dell’umiltà; e questo tempo sembra aver dimenticato l’umiltà, o pare l’abbia semplicemente relegata a una forma di moralismo, svuotandola della dirompente forza di cui è dotata”. Il tradizionale discorso alla Curia Romana per gli auguri natalizi comincia con una denuncia e approfondisce un tema: l’umiltà.

Il discorso di Papa Francesco alla curia romana

“Se dovessimo esprimere tutto il mistero del Natale in una parola, penso che la parola umiltà è quella che maggiormente ci può aiutare”, la tesi del Papa, che ha raccontato la storia di Naaman il Siro, valoroso generale che però nascondeva la lebbra sotto la sua armatura.

“Insieme con la fama, la forza, la stima, gli onori, la gloria, quest’uomo è costretto a convivere con un dramma terribile: è lebbroso”, ha ricordato Francesco: “La sua armatura, quella stessa che gli procura fama, in realtà copre un’umanità fragile, ferita, malata”. “Questa contraddizione spesso la ritroviamo nelle nostre vite”, il commento del Papa: “a volte i grandi doni sono l’armatura per coprire grandi fragilità”.

“Non si può passare la vita nascondendosi dietro un’armatura, un ruolo, un riconoscimento sociale”, il monito di Francesco riportato dal Sir: “Arriva il momento, nell’esistenza di ognuno, in cui si ha il desiderio di non vivere più dietro il rivestimento della gloria di questo mondo, ma nella pienezza di una vita sincera, senza più bisogno di armature e di maschere”.

Naaman guarisce nel momento esatto in cui toglie la sua armatura e si cala nelle acque del Giordano: “La lezione è grande! L’umiltà di mettere a nudo la propria umanità, secondo la parola del Signore, ottiene a Naaman la guarigione”, ha fatto notare il Papa, secondo il quale “La storia di Naaman ci ricorda che il Natale è il tempo in cui ognuno di noi deve avere il coraggio di togliersi la propria armatura, di dismettere i panni del proprio ruolo, del riconoscimento sociale, del luccichio della gloria di questo mondo, e assumere la sua stessa umiltà”.

Come ha fatto il Figlio di Dio, “che non si sottrae all’umiltà di ‘scendere’ nella storia facendosi uomo, facendosi bambino, fragile, avvolto in fasce e adagiato in una mangiatoia. Tolte le nostre vesti, le prerogative, i ruoli, i titoli, siamo tutti dei lebbrosi bisognosi di essere guariti. Il Natale è la memoria viva di questa consapevolezza”. “Non si può andare avanti nell’umiltà senza umiliazioni”, ha aggiunto a braccio Francesco.

Il Papa alla Curia: “No alla mondanità spirituale”

C’è una “pericolosa tentazione” che, a differenza di tutte le altre, “è difficile da smascherare, perché coperta da tutto ciò che normalmente ci rassicura: il nostro ruolo, la liturgia, la dottrina, la religiosità”. Così il Papa, nel discorso alla Curia Romana per gli auguri natalizi, ha stigmatizzato ancora una volta la “mondanità spirituale”, cioè “la vanagloria di coloro che si accontentano di avere qualche potere e preferiscono essere generali di eserciti sconfitti piuttosto che semplici soldati di uno squadrone che continua a combattere”.

Le rassicurazioni sono il frutto più perverso della mondanità spirituale, che rivela la mancanza di fede, di speranza e di carità, e diventano incapacità di saper discernere la verità delle cose”, la denuncia.

“Quante volte sogniamo piani apostolici espansionisti, meticolosi e ben disegnati, tipici dei generali sconfitti!”, ha esclamato Francesco:  “Così neghiamo la nostra storia di Chiesa, che è gloriosa in quanto storia di sacrifici, di speranza, di lotta quotidiana, di vita consumata nel servizio, di costanza nel lavoro faticoso, perché ogni lavoro è sudore della nostra fronte”. “Invece ci intratteniamo vanitosi parlando a proposito di ‘quello che si dovrebbe fare’ – il peccato del ‘si dovrebbe fare’ – come maestri spirituali ed esperti di pastorale che danno istruzioni rimanendo all’esterno”, il monito de Papa, sulla scorta dell’Evangelii gaudium: “Coltiviamo la nostra immaginazione senza limiti e perdiamo il contatto con la realtà sofferta del nostro popolo fedele”.

L’umiltà, invece, “è la capacità di saper abitare senza disperazione, con realismo, gioia e speranza, la nostra umanità; questa umanità amata e benedetta dal Signore. L’umiltà è comprendere che non dobbiamo vergognarci della nostra fragilità. Gesù ci insegna a guardare la nostra miseria con lo stesso amore e tenerezza con cui si guarda un bambino piccolo, fragile, bisognoso di tutto. Senza umiltà cercheremo rassicurazioni, e magari le troveremo, ma certamente non troveremo ciò che ci salva, ciò che può guarirci”.

Papa: “Il clericalismo serpeggia quotidianamente in mezzo a noi”

“Se è vero che senza umiltà non si può incontrare Dio, e non si può fare esperienza di salvezza, è altrettanto vero che senza umiltà non si può incontrare nemmeno il prossimo, il fratello e la sorella che ci vivono accanto”, ha detto il Papa ricordando il percorso sinodale iniziato lo scorso 17 ottobre e “che ci vedrà impegnati per i prossimi due anni”.

Solo l’umiltà può metterci nella condizione giusta per poterci incontrare e ascoltare, per dialogare e discernere”, l’indicazione di rotta di Francesco: “Se ognuno rimane chiuso nelle proprie convinzioni, nel proprio vissuto, nel guscio del suo solo sentire e pensare, è difficile fare spazio a quell’esperienza dello Spirito che, come dice l’apostolo, è legata alla convinzione che siamo tutti figli di ‘un solo Dio, Padre di tutti, che è al di sopra di tutti, agisce per mezzo di tutti ed è presente in tutti’”, come si legge nella Lettera agli Efesini.

Tutti non è una parola fraintendibile!”, ha esclamato il Papa: “Il clericalismo che come tentazione perversa serpeggia quotidianamente in mezzo a noi ci fa pensare sempre a un Dio che parla solo ad alcuni, mentre gli altri devono solo ascoltare ed eseguire”. Il Sinodo, invece, “cerca di essere l’esperienza di sentirci tutti membri di un popolo più grande: il santo popolo fedele di Dio, e pertanto discepoli che ascoltano e, proprio in virtù di questo ascolto, possono anche comprendere la volontà di Dio, che si manifesta sempre in maniera imprevedibile”.

“Sarebbe però sbagliato pensare che il Sinodo sia un evento riservato alla Chiesa come entità astratta, distante da noi”, il monito di Francesco: “La sinodalità è uno stile a cui dobbiamo convertirci innanzitutto noi che siamo qui e che viviamo l’esperienza del servizio alla Chiesa universale attraverso il lavoro nella Curia romana”.

Papa: “L’umiltà è la grande condizione della fede”

“In conclusione desidero augurare a voi e a me per primo, di lasciarci evangelizzare dall’umiltà del Natale, del presepe, della povertà ed essenzialità in cui il Figlio di Dio è entrato nel mondo. Persino i Magi, che certamente possiamo pensare venissero da una condizione più agiata di Maria e di Giuseppe o dei pastori di Betlemme, quando si trovano al cospetto del bambino si prostrano”.

“Non è solo un gesto di adorazione, è un gesto di umiltà. I Magi si mettono all’altezza di Dio prostrandosi sulla nuda terra. Questa kenosi, questa discesa, è la stessa che Gesù compirà l’ultima sera della sua vita terrena, quando «si alzò da tavola, depose le vesti e, preso un asciugatoio, se lo cinse attorno alla vita. Poi versò dell’acqua nel catino e cominciò a lavare i piedi dei discepoli e ad asciugarli con l’asciugatoio di cui si era cinto». Lo sgomento che suscita tale gesto provoca la reazione di Pietro, ma alla fine Gesù stesso dona ai suoi discepoli la chiave di lettura giusta: «Voi mi chiamate Maestro e Signore e dite bene, perché lo sono. Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i vostri piedi, anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri. Vi ho dato infatti l’esempio, perché come ho fatto io, facciate anche voi»”.

“Cari fratelli e sorelle, facendo memoria della nostra lebbra, rifuggendo le logiche della mondanità che ci privano di radici e di germogli, lasciamoci evangelizzare dall’umiltà del Bambino Gesù. Solo servendo e solo pensando al nostro lavoro come servizio possiamo davvero essere utili a tutti. Siamo qui – io per primo – per imparare a stare in ginocchio e adorare il Signore nella sua umiltà, e non altri signori nella loro vuota opulenza. Siamo come i pastori, siamo come i Magi, siamo come Gesù. Ecco la lezione del Natale – conclude il Papa -: l’umiltà è la grande condizione della fede, della vita spirituale, della santità. Possa il Signore farcene dono a partire dalla primordiale manifestazione dello Spirito dentro di noi: il desiderio. Ciò che non abbiamo, possiamo cominciare almeno a desiderarlo. E il desiderio è già lo Spirito all’opera dentro ciascuno di noi. Buon Natale a tutti! E vi chiedo di pregare per me”.

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