Gli auguri del Papa alla curia romana: “Questo Natale è il Natale della pandemia”

Papa alla curia: "Se un certo realismo ci mostra la nostra storia recente solo come la somma di tentativi non sempre riusciti, di scandali, di peccati ...non dobbiamo spaventarci"

ULTIMO AGGIORNAMENTO 10:43

Questa mattina, nell’Aula della Benedizione del Palazzo Apostolico Vaticano, il Santo Padre Francesco ha ricevuto in Udienza i Cardinali e i Superiori della Curia Romana per la presentazione degli auguri natalizi. Nel corso dell’incontro, il Papa ha rivolto alla Curia il discorso che riportiamo di seguito.

Discorso del Santo Padre alla curia

“Cari fratelli e sorelle – esordisce Papa Francesco rivolgendosi alla curia romana – il Natale di Gesù di Nazaret è il mistero di una nascita che ci ricorda che ‘gli uomini, anche se devono morire, non sono nati per morire, ma per incominciare’ come osserva in maniera tanto folgorante quanto incisiva Hannah Arendt, la filosofa ebrea che rovescia il pensiero del suo maestro Heidegger, secondo cui l’uomo nasce per essere gettato nella morte”.

“Sulle rovine dei totalitarismi del novecento, Arendt riconosce questa verità luminosa: ‘Il miracolo che preserva il mondo, la sfera delle faccende umane, dalla sua normale, “naturale” rovina è in definitiva il fatto della natalità. […] È questa fede e speranza nel mondo che trova forse la sua più gloriosa ed efficace espressione nelle poche parole con cui il Vangelo annunciò la “lieta novella” dell’avvento: “Un bambino è nato fra noi‘”.

Mistero dell’incarnazione

“Davanti al Mistero dell’Incarnazione, accanto al Bambino adagiato in una mangiatoia come pure davanti al Mistero Pasquale, al cospetto dell’uomo crocifisso, troviamo il posto giusto solo se siamo disarmati, umili, essenziali; solo dopo aver realizzato nell’ambiente in cui viviamo – compresa la Curia Romana – il programma di vita suggerito da San Paolo: ‘Scompaiano da voi ogni asprezza, sdegno, ira, grida e maldicenze con ogni sorta di malignità. Siate invece benevoli gli uni verso gli altri, misericordiosi, perdonandovi a vicenda come Dio ha perdonato a voi in Cristo’; solo se “rivestiti di umiltà”, imitando Gesù ‘mite e umile di cuore’; solo dopo essersi messi ‘all’ultimo posto’ ed essere diventati “servi di tutti”. A questo proposito, Sant’Ignazio nei suoi Esercizi arriva fino al punto di chiedere di immaginarci nella scena del presepe, ‘facendomi io – scrive – poverello e indegno servitorello che li guarda, li contempla e li serve nelle loro necessità’.

Il Natale della pandemia

“Questo Natale è il Natale della pandemia, della crisi sanitaria, economica sociale e persino ecclesiale che ha colpito ciecamente il mondo intero. La crisi ha smesso di essere un luogo comune dei discorsi e dell’establishment intellettuale per diventare una realtà condivisa da tutti. Questo flagello è stato un banco di prova non indifferente e, nello stesso tempo, una grande occasione per convertirci e recuperare autenticità”.

“Quando il 27 marzo scorso, sul sagrato di San Pietro, davanti alla piazza vuota ma piena di un’appartenenza comune che ci unisce in ogni angolo della terra, ho voluto pregare per tutti e con tutti, ho avuto modo di dire ad alta voce il possibile significato della “tempesta” che si era abbattuta sul mondo: ‘La tempesta smaschera la nostra vulnerabilità e lascia scoperte quelle false e superflue sicurezze con cui abbiamo costruito le nostre agende, i nostri progetti, le nostre abitudini e priorità. Ci dimostra come abbiamo lasciato addormentato e abbandonato ciò che alimenta, sostiene e dà forza alla nostra vita e alla nostra comunità’.

Benedetta appartenenza comune

“La tempesta pone allo scoperto tutti i propositi di ‘imballare’ e dimenticare ciò che ha nutrito l’anima dei nostri popoli; tutti quei tentativi di anestetizzare con abitudini apparentemente ‘salvatrici‘, incapaci di fare appello alle nostre radici e di evocare la memoria dei nostri anziani, privandoci così dell’immunità necessaria per far fronte all’avversità. Con la tempesta, è caduto il trucco di quegli stereotipi con cui mascheravamo i nostri ‘ego’ sempre preoccupati della propria immagine; ed è rimasta scoperta, ancora una volta, quella (benedetta) appartenenza comune alla quale non possiamo sottrarci: l’appartenenza come fratelli“.

Fratelli tutti

“La Provvidenza ha voluto che proprio in questo tempo difficile potessi scrivere Fratelli tutti, l’Enciclica dedicata al tema della fraternità e dell’amicizia sociale. E una grande lezione che ci viene dai Vangeli dell’infanzia, dove è narrata la nascita di Gesù, è quella di una nuova complicità e unione che si crea tra coloro che ne sono i protagonisti: Maria, Giuseppe, i pastori, i magi e tutti quelli che, in un modo o nell’altro, hanno offerto la loro fraternità, la loro amicizia affinché potesse essere accolto nel buio della storia il Verbo che si è fatto carne”.

“Così scrivevo all’inizio di questa Enciclica: ‘Desidero tanto che, in questo tempo che ci è dato di vivere, riconoscendo la dignità di ogni persona umana, possiamo far rinascere tra tutti un’aspirazione mondiale alla fraternità. Tra tutti: ‘Ecco un bellissimo segreto per sognare e rendere la nostra vita una bella avventura. Nessuno può affrontare la vita in modo isolato […]. C’è bisogno di una comunità che ci sostenga, che ci aiuti e nella quale ci aiutiamo a vicenda a guardare avanti. Com’è importante sognare insieme! […] Da soli si rischia di avere dei miraggi, per cui vedi quello che non c’è; i sogni si costruiscono insieme’. Sogniamo come un’unica umanità, come viandanti fatti della stessa carne umana, come figli di questa stessa terra che ospita tutti noi, ciascuno con la ricchezza della sua fede o delle sue convinzioni, ciascuno con la propria voce, tutti fratelli!”.

Crisi come evento propizio

“La crisi della pandemia è un’occasione propizia per una breve riflessione sul significato della crisi, che può aiutare ciascuno. La crisi è un fenomeno che investe tutti e tutto. È presente ovunque e in ogni periodo della storia, coinvolge le ideologie, la politica, l’economia, la tecnica, l’ecologia, la religione. Si tratta di una tappa obbligata della storia personale e sociale. Si manifesta come un evento straordinario, che causa sempre un senso di trepidazione, angoscia, squilibrio e incertezza nelle scelte da fare. Come ricorda la radice etimologica del verbo krino: la crisi è quel setacciamento che pulisce il chicco di grano dopo la mietitura“.

La crisi di Gesù

Dopo Mosè, Elia, san Giovanni il Battista e san Paolo apostolo, il Papa parla della crisi di Gesù,  la “più eloquente” di tutte. “I Vangeli sinottici – dice il Papa – sottolineano che Egli inaugura la sua vita pubblica attraverso l’esperienza della crisi vissuta nelle tentazioni. Per quanto possa sembrare che il protagonista di questa situazione sia il diavolo con le sue false proposte, in realtà il vero protagonista è lo Spirito Santo; è Lui, infatti, che conduce Gesù in questo tempo decisivo per la sua vita: ‘Fu condotto dallo Spirito nel deserto, per essere tentato dal diavolo’. Gli Evangelisti sottolineano che i quaranta giorni vissuti da Gesù nel deserto sono segnati dall’esperienza della fame e della debolezza”.

“Ed è proprio al fondo di questa fame e di questa debolezza che il Maligno cerca di giocare la sua carta vincente, facendo leva sull’umanità stanca di Gesù. Ma in quell’uomo provato dal digiuno il Tentatore sperimenta la presenza del Figlio di Dio che sa vincere la tentazione mediante la Parola di Dio. Gesù non dialoga mai con il diavolo: o lo caccia via, o lo obbliga a manifestare il suo nome; con il diavolo, mai si dialoga. Successivamente Gesù affrontò una indescrivibile crisi nel Getsemani: solitudine, paura, angoscia, il tradimento di Giuda e l’abbandono degli Apostoli. Infine, venne la crisi estrema sulla croce: la solidarietà con i peccatori fino a sentirsi abbandonato dal Padre. Nonostante ciò, Egli con piena fiducia ‘consegnò il suo spirito nelle mani del Padre’. E questo suo pieno e fiducioso abbandono aprì la via della Risurrezione”.

“Non giudicare la Chiesa in base agli scandali”

“Questa riflessione sulla crisi ci mette in guardia dal giudicare frettolosamente la Chiesa in base alle crisi causate dagli scandali di ieri e di oggi”, aggiunge il Papa, nel discorso alla Curia Romana per gli auguri natalizi. “Quante volte anche le nostre analisi ecclesiali sembrano racconti senza speranza”, il monito di Francesco, secondo il quale “una lettura della realtà senza speranza non si può chiamare realistica”. “La speranza dà alle nostre analisi ciò che tante volte i nostri sguardi miopi sono incapaci di percepire”, la tesi del Papa: “Non è vero che è solo, è in crisi. Dio continua a far crescere i semi del suo Regno in mezzo a noi”.

“Qui nella Curia sono molti coloro che danno testimonianza con il loro lavoro umile, discreto, senza pettegolezzi, silenzioso, leale, professionale, onesto”, l’omaggio di Francesco: “Anche il nostro tempo ha i suoi problemi, ma ha anche la testimonianza viva del fatto che il Signore non ha abbandonato il suo popolo, con l’unica differenza che i problemi vanno a finire subito sui giornali – questo è di tutti i giorni – invece i segni di speranza fanno notizia solo dopo molto tempo, e non sempre”.

Grazia nascosta nel buio

“Chi non guarda la crisi alla luce del Vangelo, si limita a fare l’autopsia di un cadavere”, ha denunciato il Santo Padre: “Guarda la crisi, ma senza l’annuncio del Vangelo. “Siamo spaventati dalla crisi non solo perché abbiamo dimenticato di valutarla come il Vangelo ci invita a farlo, ma perché abbiamo scordato che il Vangelo è il primo a metterci in crisi. Ma se troviamo di nuovo il coraggio e l’umiltà di dire ad alta voce che il tempo della crisi è un tempo dello Spirito, allora, anche davanti all’esperienza del buio, della debolezza, della fragilità, delle contraddizioni, dello smarrimento, non ci sentiremo più schiacciati, ma conserveremo costantemente un’intima fiducia che le cose stanno per assumere una nuova forma, scaturita esclusivamente dall’esperienza di una Grazia nascosta nel buio”.

La Chiesa non è “destra e sinistra, progressisti e tradizionalisti”

“Non confondere la crisi con il conflitto. Sono due cose diverse”. È l’invito del Papa, nella parte centrale del discorso alla Curia, tutto dedicato ai conflitti nellaChiesa. “La crisi generalmente ha un esito positivo, mentre il conflitto crea sempre un contrasto, una competizione, un antagonismo apparentemente senza soluzione fra soggetti divisi in amici da amare e nemici da combattere, con la conseguente vittoria di una delle parti”, ha spiegato Francesco: “La logica del conflitto cerca sempre i ‘colpevoli’ da stigmatizzare e disprezzare e i ‘giusti’ da giustificare per introdurre la consapevolezza – molte volte magica – che questa o quella situazione non ci appartiene. Questa perdita del senso di una comune appartenenza favorisce la crescita o l’affermarsi di certi atteggiamenti di carattere elitario e di gruppi chiusi che promuovono logiche limitative e parziali, che impoveriscono l’universalità della nostra missione”.

“La Chiesa, letta con le categorie di conflitto – destra e sinistra, progressisti e tradizionalisti – frammenta, polarizza, perverte e tradisce la sua vera natura”, il monito del Santo Padre, riportato dal Sir: “essa è un Corpo perennemente in crisi proprio perché è vivo, ma non deve mai diventare un corpo in conflitto, con vincitori e vinti. Infatti, in questo modo diffonderà timore, diventerà più rigida, meno sinodale, e imporrà una logica uniforme e uniformante, così lontana dalla ricchezza e pluralità che lo Spirito ha donato alla sua Chiesa”.

“La novità introdotta dalla crisi voluta dallo Spirito non è mai una novità in contrapposizione al vecchio, bensì una novità che germoglia dal vecchio e lo rende sempre fecondo”, ha precisato il Papa: “tutte le resistenze che facciamo all’entrare in crisi lasciandoci condurre dallo Spirito nel tempo della prova ci condannano a rimanere soli e sterili. Al massimo in conflitto”.

“Se un certo realismo ci mostra la nostra storia recente solo come la somma di tentativi non sempre riusciti, di scandali, di cadute, di peccati, di contraddizioni, di cortocircuiti nella testimonianza, non dobbiamo spaventarci, e neppure dobbiamo negare l’evidenza di tutto quello che in noi e nelle nostre comunità è intaccato dalla morte e ha bisogno di conversione”, ha detto il Papa, mettendo in guardia da “un modo di essere, di ragionare e di agire che non rispecchia il Vangelo”.

No al chiacchiericcio

“Non conosciamo alcun’altra soluzione ai problemi che stiamo vivendo, se non quella di pregare di più e, nello stesso tempo, fare tutto quanto ci è possibile con più fiducia”, prosegue il Papa. “Non dobbiamo stancarci di pregare sempre”, l’invito ai cardinali. “Sarebbe bello se smettessimo di vivere in conflitto e tornassimo invece a sentirci in cammino, aperti alla crisi”.

La crisi è movimento, fa parte del cammino. Il conflitto, invece, è un finto cammino, è un girovagare turistico, senza scopo e finalità, è rimanere nel labirinto, è solo spreco di energie e occasione di male”, ha ribadito Francesco, secondo il quale “il primo male a cui ci porta il conflitto, e da cui dobbiamo cercare di stare lontani, è proprio il chiacchiericcio – ma stiamo attenti a questo: non è una mia mania, è una denuncia, il chiacchiericcio che entra nella Curia, qui nel palazzo ci sono tante porte e finestre –, il pettegolezzo, che ci chiude nella più triste, sgradevole e asfissiante autoreferenzialità, e trasforma ogni crisi in conflitto”.

“Ognuno di noi, qualunque posto occupi nella Chiesa, si domandi se vuole seguire Gesù con la docilità dei pastori o con l’auto-protezione di Erode, seguirlo nella crisi o difendersi da lui nel conflitto”, l’invito all’esame di coscienza, unito alla “collaborazione generosa e appassionata nell’annuncio della Buona Novella soprattutto ai poveri”.

I poveri al centro del Vangelo

“I poveri sono il centro del Vangelo”, ha aggiunto a braccio il Papa, citando le parole di “quel santo vescovo brasiliano: ‘Quando mi occupo dei poveri dicono di me che sono santo, ma quando mi domando perché c’è tanta povertà mi dicono che sono comunista’”.

“Si deve smettere di pensare alla riforma della Chiesa come a un rattoppo di un vestito vecchio, o alla semplice stesura di una nuova Costituzione Apostolica. La riforma della Chiesa è un’altra cosa”, ha spiegato il Papa, nella parte finale del discorso alla Curia Romana per gli auguri natalizi.

“Non si tratta di rattoppare un abito, perché la Chiesa non è un semplice ‘vestito’ di Cristo, bensì è il suo corpo che abbraccia tutta la storia”, ha proseguito Francesco: “Noi non siamo chiamati a cambiare o riformare il Corpo di Cristo – Gesù Cristo è lo stesso ieri, oggi e per sempre! – ma siamo chiamati a rivestire con un vestito nuovo quel medesimo Corpo, affinché appaia chiaramente che la Grazia posseduta non viene da noi ma da Dio”.

Chiesa come un vaso di creta

La Chiesa è sempre un vaso di creta, prezioso per ciò che contiene e non per ciò che a volte mostra di sé”, l’immagine scelta dal Papa: “Questo è un tempo in cui sembra evidente che la creta di cui siamo impastati è scheggiata, incrinata, spaccata. Dobbiamo sforzarci affinché la nostra fragilità non diventi ostacolo all’annuncio del Vangelo, ma luogo in cui si manifesta il grande amore con il quale Dio, ricco di misericordia, ci ha amati e ci ama”.

“Se noi togliessimo il Dio ricco di misericordia nella nostra vita, la nostra vita sarebbe una tragica menzogna”, ha aggiunto a braccio. “Il tesoro è la Tradizione che, come ricordava Benedetto XVI, è il fiume vivo che ci collega alle origini, il fiume vivo nel quale sempre le origini sono presenti. Il grande fiume che ci conduce al porto dell’eternità”, ha proseguito il Papa, che poi fuori testo ha menzionato “una frase di un grande musicista tedesco: la tradizione è la salvaguardia del futuro, e non un museo, cioè custodia delle ceneri”.

“Nessuna modalità storica di vivere il Vangelo esaurisce la sua comprensione”, ha ricordato Francesco: “Se ci lasciamo guidare dallo Spirito Santo, ogni giorno ci avvicineremo sempre di più a tutta la verità. Al contrario, senza la grazia dello Spirito Santo, si può persino cominciare a pensare la Chiesa in una forma sinodale che però, invece di rifarsi alla comunione, arriva a concepirsi come una qualunque assemblea democratica fatta di maggioranze e minoranze – come un parlamento ad esempio – e questa non è la sinodalità. Solo la presenza dello Spirito Santo fa la differenza”.

“Non vi sia nessuno che ostacoli volontariamente l’opera che il Signore sta compiendo in questo momento, e chiediamo il dono dell’umiltà del servizio affinché lui cresca e noi diminuiamo”, l’auspicio finale, unito agli auguri e al “grazie per il vostro lavoro”.

Il Papa regala due libri per Natale ai cardinali

Olotropia. I verbi della familiarità cristiana”, di Gabriele Maria Corini è il volume edito dalla Libreria editrice vaticana – Dicastero per la Comunicazione della Santa Sede, che il Papa ha scelto di regalare alla Curia romana in occasione del Natale 2020.

Il libro fa parte della collana Ispirazioni (sezione Spiritualità), ha una prefazione di Pierbattista Pizzaballa, patriarca di Gerusalemme dei latini, e una postfazione di Matteo Maria Zuppi, cardinale arcivescovo metropolita di Bologna.

L’altro libro donato da Papa Francesco ai membri della Curia Romana, al termine del suo discorso, è la biografia di Charles de Foucauld, curato da padre Bernard Ardura, postulatore della causa di canonizzazione.

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