Matthias Martelli: “Il mio Raffaello, Figlio del vento”

L'attore racconta il suo spettacolo, tra musica, immagini e tradizione giullaresca: "C'è molto teatro nella pittura di Raffaello. I suoi personaggi danzano"

ULTIMO AGGIORNAMENTO 16:47

Il “pittore della grazia” fu Raffaello. Ma è una categorizzazione forse riduttiva per un artista che, in sé, incarna lo spirito più completo del Rinascimento. Il cui talento brillò intensamente, seppur per un tempo breve, segnando indelebilmente la storia dell’arte del nostro Paese, prendendosi quello spazio di immortalità fondendo nel suo pennello genialità e poesia. Un pittore divino, sì, ma anche un animo avventuriero, esplosivo, che dalle vie di Urbino partì per scolpire il suo nome nella storia, con schizzi e colori celestiali. Uno spirito sospinto dal vento, da cui, secondo l’attore Matthias Martelli, fu accompagnato lontano dalla città che lo forgiò. E che ora rivive nello spettacolo Raffaello. Il figlio del vento (dal 16 al 18 ottobre al Teatro Sanzio di Urbino) in cui narratore e personaggi si fondono, lasciando spazio a una poetica fatta di immagini, musica (affidata a Matteo Castellano) e interpretazione, nella migliore tradizione giullaresca.

Matthias Martelli, portare Raffaello sul palco è una sfida impegnativa. Ancora di più se si sceglie di darne una chiave di lettura del tutto innovativa, scegliendo di accostare la sua figura a un preciso elemento naturale. Cosa ti ha ispirato a definirlo “Il figlio del vento”?
“Il Figlio del vento perché Raffaello nasce a Urbino, una città ventosa. Addirittura una poesia di Pascoli la presenta in questo modo. E’ come se dentro Raffaello bambino ci fosse una scintilla, quella dell’arte. E il vento, soffiando sulle vie della città, abbia fatto crescere questa fiammella. Come se la sua città l’avesse protetta, permettendole di crescere nel periodo del Rinascimento, attraverso le persone che l’hanno alimentata come paglia, facendo diventare una piccola fiammella grande come un incendio. Per me il vento è sinonimo di spostamento e Raffaello ha condotto una vita all’insegna del viaggio: da Urbino all’Umbria, poi a Firenze e Roma. Il vento è quindi sinonimo di viaggio, di movimento continuo. Grazie a cui ha appreso dai suoi maestri e dai pittori dell’epoca, per poi reinventare tutto in maniera geniale”.

Uno spettacolo che cade nell’anno del cinquecentesimo anniversario della morte del pittore. La tua lettura si inserisce nella tradizione giullaresca, portandone di fatto in vita i personaggi dei dipinti…
“Il narratore sono io, nell’oggi. Ma in realtà cosa succede? Come nella tradizione giullaresca io divento i personaggi che narro. Ci sono momenti di narrazione, altri molto lunghi in cui divento Raffaello, o Perugino, suo primo maestro, o Leonardo. Passo da personaggi abbozzati alla narrazione. Una tradizione giullaresca nel senso che con il corpo, i gesti, con la mimica, tutto partecipa alla narrazione giullaresca. La diversità dal teatro di narrazione classico è che quest’ultimo, di solito, racconta e basta. Raramente c’è la parte gestuale e mimica del corpo. Qui invece c’è, assieme alla parte poetica, lirica, che si interseca con una molto ironica, talvolta anche dissacrante. Questo, per me, è riprendere la tradizione giullaresca”.

E’ complicato riuscire a conciliare una tradizione fatta di immagini con una rappresentazione? Oppure partire da immagini concrete aiuta a entrare meglio nei personaggi?
“C’è molto teatro nella pittura di Raffaello. Una delle caratteristiche che lo fa emergere rispetto ai pittori quattrocenteschi precedenti è proprio il fatto che i personaggi danzano, si muovono, c’è molto più dinamismo, c’è molta più profondità dentro i volti. E alcuni quadri sono proprio delle rappresentazioni teatrali. La Madonna sistina, ad esempio, sembra che stia entrando in scena da dietro il sipario. E poi ci sono molti spunti dentro la sua vita, che ci appare in un certo senso più banale di quella di Michelangelo o Leonardo, ma è solo un’idea che viene fuori da una moda. In realtà la vita di Raffaello è travolgente, quindi si presta molto al racconto teatrale. Basti pensare che lui, a 11 anni, rimasto orfano se ne vada in Umbria, imparando lì, dal Perugino, per poi spostarsi a Firenze, per incontrare Leonardo e Michelangelo. Poi Roma… In realtà, la figura del pittore della grazia e delle Madonne perfette è veramente riduttiva rispetto a Raffaello. Questo ho scoperto studiandolo”.

“Portare a un nuovo Rinascimento dell’arte” è un obiettivo primario. C’è necessità di riscoprire il valore delle arti visive in un momento storico in cui, nonostante la grande quantità di immagini, fatichiamo a inquadrare veri spazi di bellezza?
“Assolutamente sì. Sia da un punto di vista del patrimonio visivo, visuale, sia dell’arte in generale. E’ importante rendersi conto che, in quel periodo storico, tutte le fiammelle dei talenti esplodevano. E sono nati in quel periodo, non a caso, artisti straordinari. Era un periodo in cui si investiva sull’arte, sui pittori. Le famiglie investivano sui ragazzi. Raffaello a 17 anni viene inquadrato con un contratto magister… Era un clima culturale che spingeva a investire nell’arte come elemento importantissimo del patrimonio, sia quello delle famiglie che quello comune. E’ questo che andrebbe riscoperto: la cultura, l’arte, il teatro, le arti performative non come uno spreco di soldi pubblici, come a volte vengono considerate, ma come qualcosa che è nel Dna di questo Paese. Da riscoprire, valorizzare e anche da finanziare”.

All’interpretazione dei personaggi si inserisce il piano musicale. La presenza di una melodia dal vivo aiuta a conciliare la bellezza delle immagini con il lato emozionale della recitazione?
“Certamente, Matteo Castellano ha scritto delle musiche originali per questo spettacolo al pianoforte, che aiutano sia a entrare dentro ai personaggi ma anche dentro alcune opere. Alcune opere sono talmente belle, dolci o tragiche che basta una musica che trasporti ancora più dentro di essa che inizia a esplodere nella mente del pubblico, e nella nostra di artisti, qualcosa di molto forte. Quando la musica accompagna delle immagini del genere, e insieme ci sono delle parole evocative, veramente l’idea è che l’immaginazione del pubblico deflagri. Per questo la musica è un elemento veramente importanti”.

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