Ammazzateli tutti?

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In questo periodo storico di grande insofferenza verso “lo straniero”, di delusione nei confronti della politica, di difficoltà economica costante, di frustrazione nei confronti di un sistema giudiziario che ci sembra non essere all’altezza, viene piuttosto facile sparare a zero sull’Italia. Che la colpa della disaffezione della gente verso il proprio Paese sia della classe politica nel suo complesso (e a tutti i livelli) è innegabile; che ci sia anche da parte dei dirigenti e degli impiegati (ossia di cittadini “normali”), una sorta di connivenza è altrettanto evidente.

Ma che debba necessariamente passare il concetto di una Nazione ingiusta, dove i criminali la fanno sempre franca, incapace di proteggere se stessa a fronte di altre nazioni dove invece va tutto liscio, questo non è accettabile. Pur comprendendo la “pancia” della popolazione, bisogna avere occhi per fare i giusti paragoni.

Nella giornata di ieri Maurizio Falcioni, l’uomo accusato di avere massacrato di botte la fidanzata, Chiara Insidioso Monda, uscita dal coma dopo molti mesi, ha beneficiato di quattro anni di sconto in Appello. In primo grado aveva avuto 20 anni dal giudice per l’udienza preliminare in sede di rito abbreviato. Il papà della ragazza è svenuto in aula alla lettura della sentenza, la madre si è scagliata contro i giudici. Come non capire la rabbia e la frustrazione di chi ha visto trasformare la propria figlia in un’invalida dalla violenza cieca di un uomo? Ma la comprensione del caso umano non equivale al giudizio sull’ordinamento.

Il 24 agosto 2012, ad esempio, è stato condannato a 21 anni di carcere, pena massima prevista dalla legge norvegese Anders Behring Breivik, il terrorista che il 22 luglio 2011 provocò la morte di 77 persone (prima l’innesco di un’autobomba, poi la strage al campus sull’isola di Utøya, che oltre alle vittime provocò 110 feriti di cui 55 gravissimi).

Nella civile Norvegia dunque, modello di efficienza, la pena massima è 21 anni. In Italia, per gli stessi reati, è 30 anni (comminata ieri al marito di Elena Ceste).

A dar retta al popolo, che grida “ammazzateli tutti”, avremmo le carceri vuote anziché piene. Dobbiamo dunque metterci d’accordo una volta per tutte sul concetto di pena. Se deve avere – com’è oggi – finalità rieducative e di reinserimento, allora la legge che esiste è segno di civiltà e democrazia.

Se invece vogliamo la vendetta, la legge del taglione, allora va cambiata radicalmente l’impostazione della nostra società, col rischio però che insieme all’intransigenza aumenti anche la necessità di controllo (e dunque di invasione di privacy), diminuiscano le garanzie e le tutele, dal grande evento delittuoso alla più banale infrazione della legge. Pugno duro sempre e comunque; per tutti, anche quando tocca a noi. Siamo sicuri sia la strada giusta?

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