GIOVEDÌ 25 LUGLIO 2019, 16:04, IN TERRIS

GEOPOLITICA

Libano: l'inferno dei campi profughi

Presentato il report di Operazione Colomba: le violenze contro i rifugiati Siriani sono in aumento

WILLIAM VALENTINI
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Uno scatto da furi il campo
Uno scatto da furi il campo
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l Libano è un piccolo Paese di circa 6 milioni di abitanti. A partire dal 2012, dopo l'esplosione della crisi siriana, è stato oggetto di un importante flusso migratorio proveniente proprio dalla vicina Siria. E così, nel giro di pochi anni, una regione grande la metà della Lombardia si è trovata ad accogliere quasi due milioni di disperatii che scappavano dalla guerra. “La crisi dei profughi siriani nel Paese ha aspetti di assoluta novità, estremamente interessanti”, spiega ai microfoni di In Terris Alberto Capannini, il volontario di “Operazione Colomba” che giovedì 25, nel corso di una conferenza stampa alla Camera dei Deputati ha presentato un dossier sulle condizione di vita dei Siriani nei campi profughi libanesi. “La guerra in Siria ha rotto un'illusione: ovvero credere che le guerre rimangono dove sono. Da questa crisi in poi tutte le guerre arriveranno in Europa. Per cui, o impariamo a gestire le guerre, o avremo milioni di profughi che premono ai confini dell’Europa”, ha concluso il volontario.


Le condizioni

I volontari di Operazione Colomba, il corpo non violento di pace della Comunità Papa Giovanni XXIII, vivono direttamente nei campi profughi del paese mediorientale: “Noi viviamo lì dal 2013-2014. La prima volta che abbiamo chiesto di mettere una tenda vicino nel campo dove vivevano i profughi ci hanno detto di no, perché non si può vivere così. Questa ci è sembrata una certificazione del fatto che in quanto Siriani loro erano meno di noi, che invece siamo importanti, venendo dall'Europa”. Per questo siamo rimasti a vivere con loro, racconta Capannini nella saletta dove si tiene la conferenza stampa. Una situazione che, come fotografa il report, si deteriora ogni giorno di più. “La situazione non è mai stata così drammatica. Le famiglie sono intrappolate tra la paura dell'arresto e la leva militare obbligatoria se tornano in Siria, l'impossibilità di sopravvivere in Libano e i rischi delle pericolose rotte via mare verso l'Europa”, si legge nel dossier presentato da Operazione Colomba.


Le violenze

Il 15 aprile di quest'anno il Consiglio Supremo di Difesa Libanese ha preso una serie di decisioni che coinvolgono i Siriani in Libano. Queste misure sono state criticate in maniera molto puntuale dai volontari di operazione Colomba. Secondo i loro dati, infatti, sarebbero circa 400 i Siriani rimandati in patria. “I rifugiati che vengono spediti in patria in zone controllate dal regime sono in pericolo”, dichiarava a novembre Mouin El Meherebi, ex ministro libanese per gli Affari dei Rifugiati. Mentre è del 13 maggio la misura più odiosa: l'Ufficio per la Sicurezza Generale ha emesso un ordine del giorno in cui si procede a espellere o consegnare in maniera coatta, senza nessuna indagine giudiziaria, tutti i Siriani entrati nel paese dopo il 24 aprile. Queste misure coercitive hanno accentuato un fenomeno già in essere: il progressivo peggioramento delle condizioni di vita nei campi libanesi, infatti, aveva già portato, tra il 2016 e l'inizio del 2019, 32.272 profughi a lasciare le tendopoli nel Paese dei cedri per tornare in patria sono stati. Ebbene, tra dicembre 2018 e marzo 2019 si calcola che addirittura 172.046 Siriani abbiano scelto di abbandonare i campi, segno che le condizioni di vita in Libano sono diventate insostenibili. A contribuire a questo clima di tensione crescente intorno ai rifugiati, ci sono le incursioni militari, soprattutto nella valle di Beqqua e nelle aree intorno alla capitale Beirut. Gli abitanti dei campi raccontano di un numero crescente di raid militari indiscriminati che vengono vissuti come veri e propri abusi dalla popolazione. Il dossier raccoglie la testimonianza di un siriano, che racconta di essere stato imprigionato e torturato per 24 ore. “Il giorno dopo, i soldati si sono resi conto che mi avevano confuso con qualcun altro e così mi hanno lasciato tornare a casa”. In questo contesto di insicurezza si crea anche un altro problema, ovvero lo smantellamento delle strutture in pietra dove possono dormire i rifugiati: dal 15 aprile le case distrutte sono state 5.682. La maggior parte di queste strutture sono state abbattute dai profughi stessi, dopo il divieto decretato dall'esercito per i Siriani di vivere in costruzioni di pietra. Un problema enorme, se si considera la geografia del piccolo paese affacciato sul Mediterraneo: con le sue montagne e la vicinanza al mare, infatti, il Paese ha inverni freddi e spesso nevosi, ciò che rende la vita nei campi ancora più difficile. Ma è complessivamente il clima intorno ai rifugiati siriani ad essere peggiorato: dalla formazione del nuovo governo, infatti, la propaganda anti siriana ha compiuto un evidente salto di qualità, diventando, in pochi mesi, una questione centrale nell'agenda politica di Beirut. Alcune formazioni politiche come il Free Patriotic Movement accusano ormai da mesi i Siriani di essere la causa della crisi economica che attanagliando Libano.


La proposta

Operazione Colomba rilancia la soluzione nata dal confronto con i rifugiati Siriani, che consiste nella creazione di zone umanitarie in Siria, ovvero di territori che scelgono la neutralità rispetto al conflitto, sottoposti a protezione internazionale, in cui non abbiano accesso attori armati, sul modello, ad esempio, della Comunità di Pace di San José di Apartado in Colombia. Un territorio che, come sottolinea Capannini, “non è disponibile per nessun gruppo militare armato”.

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