Papa Francesco e il progetto riformatore del Vaticano II

Papa

Il pontificato di Jorge Mario Bergoglio riprende il progetto riformatore del Vaticano II. Anche se ora formulato in termini nuovi, e provocatori, per come il Papa poneva l’urgenza di cambiare, di rinnovarsi, insomma, di essere cristiani in maniera autenticamente evangelica. Così come la lettura dei “segni dei tempi” andava al di là dello stesso metodo induttivo impiegato dalla “Gaudium et spes”: non si partiva più dal “centro” ma dalle “periferie”; non più dall’Occidente ma dal Sud, dalla tragica condizione dei poveri.

Tutto questo ovviamente non poteva piacere a un certo mondo cristiano, già sconvolto dallo scandalo dei preti pedofili, e sempre più riottoso all’idea di dover avventurarsi nelle novità, nei cambiamenti. E così, il “sogno” di Francesco ha cominciato, giorno dopo giorno, a scontrarsi con la stessa realtà in cui avrebbe dovuto realizzarsi.

Il Papa si sforzava di recuperare il Concilio, di farlo diventare esperienza quotidiana dei credenti; e invece, verso il Concilio, stava crescendo una insofferenza non più sotterranea ma alla luce del sole. Per capire meglio, bisogna tornare indietro nel tempo. Bisogna ricordare come quello stato di pre-crisi andasse avanti da una ventina d’anni. Cioè, da quando si erano avvertiti i primi scricchiolii, i primi segnali di distacco dalla Chiesa istituzionale.

E, questo, per il passaggio di alcuni settori del conservatorismo conciliare, da una posizione critica, al rifiuto non più solo dello “spirito” ma anche della “lettera” dei documenti del Vaticano II. Dunque, va detto, una situazione che Francesco ereditò dal passato. Ma che si acuì proprio in conseguenza della elezione del Papa argentino, mostratosi subito poco disposto ad ascoltare le rivendicazioni dei tradizionalisti.

E poi, tutto si aggravò pesantemente con l’esplodere della questione liturgica, o, come si è arrivati a chiamarla, della “guerra liturgica”. Prima combattuta ai piani alti della Santa Sede, e successivamente degenerata, soprattutto negli Stati Uniti, in un quasi scisma, ovvero in una messa in discussione dell’autorità del vescovo di Roma.

Prima, la “guerra” in Curia. Forse molti lo hanno dimenticato, ma per alcuni anni c’è stato uno scontro frontale, durissimo, tra Francesco e il cardinale Robert Sarah, allora prefetto della Congregazione per il culto e i sacramenti. E senza che i due protagonisti sentissero mai il bisogno, anzi, il dovere di incontrarsi, di spiegarsi di persona. Uno scontro a colpi di comunicati, di smentite e contro-smentite. Sarah che da Londra lanciava la proposta di “una riforma della riforma liturgica”, come dire che il Vaticano II andava ridiscusso; e il Papa che dal Palazzo apostolico riaffermava la “irreversibilità” della riforma, e ne rigettava le letture “infondate e superficiali” (cioè quelle del cardinale).

Eppure, anche se riprovata ufficialmente in nome della “autorità magisteriale”, o forse proprio per questo, la ribellione di Sarah ha finito per dare più forza, più motivazioni e più visibilità a gruppi e gruppuscoli tradizionalisti. Dove ora c’era un po’ di tutto. Non più solo fedeli e preti rimasti attaccati tenacemente al latino, e perfino giovani attratti dal mistero della “Messa di sempre”. Ma anche sostenitori del ritorno alla talare per i sacerdoti. Nostalgici di un mondo sacralizzato, del genere post-tridentino. Fautori convinti di una religione intesa come ideologia.

E, in particolare negli Stati Uniti, un forte schieramento – con dentro molti vescovi – per l’esclusione dall’Eucarestia dei politici cattolici che non si pronunciavano decisamente contro l’aborto. Tutti rivendicando le proprie idee, conducendo le proprie battaglie. Ma, a far da collante a questo caleidoscopio di focolai, c’era sempre l’opposizione alla riforma liturgica conciliare e al Papa che la difendeva. Lo scontro fra gli uomini – comunque sconcertante, se non penoso – poteva anche continuare. Ma, a guardare con gli occhi della fede, stava accadendo qualcosa di scandaloso.

Era uno scandalo che, quello che per il cristianesimo rappresenta il vincolo più profondo di unità, fosse diventato motivo di divisione nel popolo di Dio. Il Papa non poteva più permettere una simile deriva. E così, ha cominciato a denunciarla pubblicamente. “O tu stai con la Chiesa e pertanto segui il Concilio, e se tu non segui il Concilio o tu l’interpreti al tuo modo, alla tua voglia, tu non stai con la Chiesa. Dobbiamo in questo punto essere esigenti, severi. Il Concilio non va negoziato, per avere più di questi…”. Erano parole a braccio, improvvisate, dette con foga, in un discorso del gennaio dello scorso anno. E, dopo qualche mese, si capirà a chi e a che cosa fosse rivolto quel riferimento lasciato a metà dai puntini di sospensione.

Il motu proprio “Traditionis custodes” ha letteralmente cancellato quanto Benedetto XVI, quattordici anni prima, aveva concesso, ossia il ritorno alla Messa di san Pio V, nel vano tentativo di ricucire il rapporto con i lefebvriani. Un Papa aboliva totalmente quanto aveva stabilito il suo predecessore! Una decisione sicuramente difficile, sofferta, quella di Bergoglio, che ha voluto tornarci sopra quest’anno con una lettera apostolica, “Desiderio desideravi”. Ma una decisione inevitabile, sia per eliminare il “parallelismo rituale” che aveva bloccato il Concilio negli ultimi vent’anni, sia per dare nuovo lustro all’autorità ecclesiale.

E inevitabile, di conseguenza, anche la reazione del movimento d’opposizione. “Restaurazionismo”, lo ha definito il Papa con un singolare neologismo, per poi descriverlo con estremo realismo. “Il numero di gruppi di ‘restauratori’ – ad esempio negli Stati Uniti ce ne sono tanti – è impressionante… Ci sono idee, comportamenti che nascono da un restaurazionismo che in fondo non ha accettato il Concilio…”.

Che cosa fare? E adesso, che succederà? Andrà avanti la contestazione, l’opposizione al Papa? E lo scisma, finora solo sotterraneo, solo strisciante? Intanto, e già questo è positivo, è stata fatta chiarezza sulla sfida da affrontare. “Il problema attuale della Chiesa – ha detto papa Francesco – è proprio la non accettazione del Concilio”. Da un lato, perciò, c’è da rimediare alla drammatica rottura nella comunità cattolica, allo stato di confusione in cui sono caduti molti credenti, per cui è diventato urgentissimo l’impegno per una nuova “formazione liturgica”. Dall’altro lato, c’è da considerare che la crisi insorta è teologica, anzi, di più, ecclesiologica, perché tocca l’assetto e la natura dell’intera Chiesa.

Il prossimo Sinodo dei Vescovi, impostato sul tema della sinodalità, e in via di preparazione attraverso un largo ascolto del popolo cristiano, potrebbe essere di grande aiuto, dare già alcune indicazioni per il prossimo futuro. Recuperando e rilanciando i concetti-chiave del Vaticano II.

E, soprattutto, sintonizzandosi su quello che era stato il suo orizzonte teologico e pastorale, il ritorno alle radici del mistero stesso di Cristo incarnato, crocifisso e risorto, ma che poi non aveva avuto un seguito nel processo post-conciliare. Diceva il grande Henry de Lubac: “È necessaria una nuova sintesi nella Chiesa e nell’uomo tra esperienza terrena e trascendenza”.

E cioè, la Chiesa, pur nella sua unità essenziale, deve saper vivere il Vangelo nelle diverse situazioni del mondo. E l’uomo, pur immerso nell’avventura terrena, deve saper trovare nel Vangelo il significato ultimo della propria storia. Nella conversazione con i gesuiti canadesi, durante il viaggio in quel Paese, Francesco ha raccontato che, alla fine dell’ultimo Sinodo, nel sondaggio sui temi da affrontare nel successivo, i primi due erano stati il sacerdozio e la sinodalità. “Ho capito che bisognava riflettere sulla teologia della sinodalità per fare un passo avanti decisivo”.