Non si può morire sul lavoro… a nessuna età

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La morte di Luana D’Orazio, l’operaia schiacciata in un macchinario mentre lavorava in una fabbrica tessile della provincia di Prato, è stato uno schiaffo che ha riportato al mondo reale un pezzo di Italia che era rimasta abbagliata dal palco del “concertone” primo maggio.

I sindacati hanno offerto il loro palcoscenico per la festa dei lavoratori al megafono dello starsistem più preoccupato delle questioni arcobaleno e del controverso ddl Zan che spacca il Paese e solleva contestazioni anche tra le femministe, come abbiamo ampiamente illustrato anche sulle pagine di InTerris.

Ma non sono solo i radar delle confederazioni sindacali e dei vip italiani che necessitano di una messa a punto. Da circa un ventennio a questa parte ci eravamo quasi tutti illusi che l’Italia fosse diventata una nazione di soli colletti bianchi, che con la rivoluzione digitale fossimo tutti a produrre dietro una scrivania e che gli operai fossero un ricordo legato allo scorso secolo e che il mercato del lavoro chiedesse altro. Una valutazione snob, distante anni luce da una fetta importantissima del Paese reale e che dimentica che l’Italia resta invece la seconda potenza manifatturiera d’Europa.

Fermo restando che non si può morire sul lavoro a nessuna età e in nessuna parte del mondo, la vicenda di Luana dice molto altro. In primis che sì, in Italia esistono ancora ragazze che a 22 anni non seguono corsi di laurea e master ma vanno a lavorare in fabbrica per sbancare il lunario. In secondo luogo ci ricorda in Italia esistono ancora ragazze che a 22 anni sono già mamme e si spaccano la schiena per far campare con dignità un figlio, perché abbiamo un welfare famigliare ridicolo e sostegni alla maternità e alla natalità altrettanto deboli.

C’è poi la politica chemsembra scoprire che al di là dell’emergenza Covid si continua morire sul lavoro. Nei primi tre mesi di quest’anno all’Inail arrivate 185 denunce di infortunio mortale, 19 in più del 2020. Lo scorso anno ci sono state 1.270 morti bianche, oltre 3 al giorno, il 16,6 % in più rispetto al 2019, a pesare sul dato sono stati anche i decessi legati ai contagi di covid 19 sul posto di lavoro. I dati ci dicono inoltre che le morti sono concentrate tra uomini e over 50. Una strage quotidiana e silenziosa, che vede tra i fattori anche la mancanza di organico negli enti preposti al controllo della sicurezza dei lavoratori: ispettorati, Asl e Inail.

“Le leggi ci sono ora serve mettere i soldi”, sottolineano i sindacati rivolgendosi alla politica e il mondo delle imprese. Mi permetto però di osservare il compito fondamentale della stampa e della narrazione culturale nel tenere i riflettori accesi sulle tante Luana che ogni mattina attaccano il loro turno in fabbrica e che corrono come forsennate per andare prendere i figli a scuola. Bisognerebbe raccontare anche solo nell’ultima settimana ci sono stati portuali che hanno perso la vita nel porto di Taranto e muratori uccisi dal crollo delle travi nel cantiere del nuovo polo logistico di Amazon in Piemonte.  Abbiamo utilizzato migliaia di pagine web e di ore di programmi televisivi per raccontare lo smart working e l’apatia dell’impiegato chiuso in casa, creando una visione parziale della realtà, spesso ripiegata su categorie comunque privilegiate. La fine del lock down richiederà uno sforzo non indifferente per tornare a guardare oltre le mura delle nostre abitazioni e togliere le incrostazioni dell’indifferenza

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