Bassetti: “Le nostre chiese producano una teologia del Mediterraneo”

La prolusione del  presidente della Conferenza episcopale italiana alla cerimonia di apertura del forum "Mediterraneo frontiera di pace – Incontro di Vescovi del Mediterraneo", a Firenze

ULTIMO AGGIORNAMENTO 21:29
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Il Card. Gualtiero Bassetti, presidente della CEI

Riportiamo in maniera integrale la prolusione del  presidente della Conferenza episcopale italiana cardinal Gualtiero Bassetti, pronunciata in occasione della cerimonia di apertura del forum “Mediterraneo frontiera di pace – Incontro di Vescovi del Mediterraneo”, a Firenze.

La prolusione

“Vorrei rivolgere un saluto particolare al Presidente del Consiglio, Mario Draghi, che oggi è
qui insieme a noi nella giornata inaugurale di questo secondo incontro su Mediterraneo
frontiera di pace. Lo ringrazio calorosamente della sua presenza e soprattutto dello sforzo
che quotidianamente rivolge all’azione di Governo per l’Italia, in un periodo così difficile a
causa della pandemia e della complessa opera di rilancio del Paese. Augurandomi che
quest’azione sia sempre indirizzata verso il conseguimento del Bene comune, sono felice
che il Presidente del Consiglio condivida con noi i motivi ideali che hanno animato quest’Incontro di dialogo e spiritualità. Cari Confratelli, eccoci di nuovo insieme! Come è bello darvi il benvenuto a Firenze, culla dell’umanesimo, la città che Giorgio La Pira ha posto a servizio della pace del mondo e dell’unità della Chiesa, e in particolare in questo
antico convento domenicano dove fu celebrato il Concilio di unione. Sono trascorsi solo
due anni dal nostro primo incontro di Bari: anni caratterizzati dalla pandemia e dalle
conseguenti crisi economiche e sociali, sofferte soprattutto dai poveri. Ad un virus che
corre a tutte le latitudini, indifferente ai confini, è stato difficile dare una risposta unitaria
e globale. La pandemia ha accresciuto le divisioni sociali e ha funzionato come evidenziatore e moltiplicatore dei problemi. Naturalmente, non si sono moltiplicate solo le
divisioni e le crisi, ma sono aumentate anche le espressioni di solidarietà e di amicizia. Esse
fanno meno rumore, spesso sono invisibili. Ma non per questo sono meno importanti. Anzi,
sono il cuore pulsante della nostra speranza: perché bisogna capire – come diceva don
Tonino Bello – che «la speranza è parente stretta del realismo. È la tensione di chi, incamminandosi su una strada, ne ha già percorso un tratto e orienta i suoi passi, con amore e trepidazione, verso il traguardo non ancora raggiunto». Fra i segni di speranza, cari amici e care amiche, c’è anche il nostro ritrovarsi qui, oggi. A Bari, infatti, ci siamo incamminati su una strada, come diceva don Tonino Bello, ma non abbiamo ancora raggiunto il traguardo. Abbiamo solo avviato un processo. Papa Francesco, nel discorso che tenne nel 2020 nella Basilica di San Nicola, sintetizzò con parole stupende il significato profondo di questo nostro cammino che abbiamo appena iniziato: Ecco l’opera che il Signore vi affida per questa amata area del Mediterraneo: ricostruire i legami che sono stati interrotti, rialzare le città distrutte dalla violenza, far fiorire un giardino laddove oggi ci sono terreni riarsi, infondere speranza a chi l’ha perduta ed esortare chi è chiuso in sé stesso a non temere il fratello. Queste parole devono essere scolpite nei nostri cuori perché rappresentano il fulcro della nostra missione. Ciò che abbiamo avviato due anni fa a Bari è, infatti, un’autentica missione di contemplazione e azione, come avrebbe detto Giorgio La Pira, che non deve essere blindata con progetti preconfezionati, perché il discernimento collegiale necessita di libertà e di fraternità. E ciò è tanto più vero quanto più alta e profonda è la portata della nostra sfida. Una sfida che vorrei riassumere così: restituire alle nostre Chiese e alle nostre società il respiro mediterraneo; riscoprire l’anima autentica che ci accomuna da secoli; promuovere la ricostruzione di un luogo di dialogo e di pace. Quello che abbiamo avviato è, dunque, un processo. Che non sappiamo come proseguirà e neanche quando finirà. Non bisogna sentirsi padroni dei processi in cui si partecipa, occorre, invece, essere audaci nel cogliere i sentieri che il Signore ci schiude davanti. Oggi,
ci troviamo all’interno di un cammino straordinario: Sindaci e Vescovi del Mediterraneo
riuniti a Firenze per riflettere sul ruolo delle nostre città e delle nostre Chiese nella
costruzione di un Mediterraneo della solidarietà, capace di superare le sue crisi e i suoi
drammi. È davvero significativo che, nel rispetto della distinzione delle competenze e dei
ruoli, che richiede assemblee autonome, il lavoro dei Vescovi e dei Sindaci del Mediterraneo culmini in un momento comune e fraterno con papa Francesco, a Palazzo Vecchio, nel salone del Consiglio de’ Cinquecento, voluto da Girolamo Savonarola per dare una struttura politica ai principii del discernimento collegiale e dell’esercizio collegiale dell’autorità, nella città in cui fu proclamata la regalità di Cristo contro l’uso dispotico e senza limiti del potere. Venerati fratelli, l’attuale sistema internazionale non sembra aiutare la crescita e lo sviluppo integrale dei popoli del Mediterraneo. La cornice geopolitica nei quali essi sono inseriti influenza notevolmente la loro vita interna, lo sviluppo economico e non sempre favorisce il rispetto dei diritti umani. Sono ormai molte le crisi che coinvolgono il Mediterraneo: penso, per esempio, ad alcune aree dei Balcani, del Medio Oriente, del Maghreb e, per ultimo, al Mar Nero che è storicamente, culturalmente, politicamente e anche spiritualmente parte integrante del Mediterraneo. Carissimi, qualcuno di voi, come me, ha subìto nella sua infanzia l’ultimo conflitto mondiale; tutti abbiamo vissuto l’incubo della guerra fredda e abbiamo davanti agli occhi le scene festose dell’abbattimento del muro di Berlino. Ma cosa è successo dopo? Già a partire dal 1991, con la prima guerra del Golfo che san Giovanni Paolo II condannò – inascoltato – con tutta la sua forza, siamo entrati progressivamente in un contesto di disordine internazionale in cui le ferite dei popoli si sono moltiplicate. In tante parti della nostra area mediterranea, intere generazioni sono nate e cresciute nella violenza, con cicatrici visibili per molti decenni a venire. Purtroppo, al crollo del comunismo non è prevalso un periodo di pace e di armonia sociale. Al contrario, sono aumentate le contraddizioni e i conflitti regionali in molte zone del pianeta. Anche la globalizzazione culturale che ha esportato nel mondo uno stile di vita occidentale spesso non ha prodotto consenso tra le popolazioni e non ha neanche generato una ricchezza diffusa. Quale bilancio possiamo trarre a distanza di circa 30 anni dalla fine della guerra fredda? Le nuove democrazie, purtroppo, sono molto fragili e alcune di quelle che si ritenevano mature sono entrate in crisi; la diseguaglianza sociale è cresciuta intensificando il malessere nelle nostre società; i flussi migratori sono aumentati, depauperando i paesi di origine e generando marginalità e violenza in quelli di transito e destinazione. Il prezzo maggiore di questa difficile situazione viene pagato drammaticamente dalle popolazioni inermi, troppo spesso in ostaggio di guerre e tensioni che non sembrano avere una via di uscita. Con grande umiltà dobbiamo allora domandarci: il fatto di abitare nello stesso spazio mediterraneo e attingere alle medesime risorse deve generare necessariamente competizione e violenza? No, cari amici e amiche, non è una necessità: è vero il contrario. L’accresciuta interdipendenza dei popoli se ben guidata è, infatti, una grande opportunità di crescita dell’umanità. Come comunità cristiane abbiamo il dovere morale e il compito missionario di favorire e promuovere, con fede e coraggio, nuovi equilibri internazionali basati, prima di tutto, sulla difesa e la valorizzazione della persona umana, oltre che su una solidarietà fattiva e concreta. Tuttavia, non bisogna farsi ingenue illusioni. Mi tornano in mente, a questo proposito, i versi di un grande poeta del Mediterraneo, Salvatore Quasimodo: “Sei ancora quello della pietra e della fionda, uomo del mio tempo”. Cari amici e cari Confratelli, prendendo spunto da questi versi, dobbiamo porci altri interrogativi che investono sia la nostra azione pastorale, che quella dei capi di Stato: è realistico pensare che la «pietra e la fionda» possano essere ancora il metodo utilizzato per regolare la vita sul nostro pianeta, dopo che da circa 70 anni l’umanità intera è posta sotto la spada di Damocle di una potenziale ecatombe nucleare? E ancora: è razionale pensare che le grandi sfide della pace e dell’integrazione siano gestite soltanto dagli Stati e non si sente il bisogno, invece, di ascoltare il grido di amore e carità espresso dalle diverse comunità religiose? E infine: al di là degli egoismi e degli individualismi presenti nelle nostre società, non c’è un desiderio di carità, pace e giustizia nel respiro profondo dei nostri popoli? Ecco, cari amici, che torna il realismo di Giorgio La Pira: la guerra è impossibile nell’era atomica, occorre trovare altre soluzioni per dirimere le questioni che dividono i popoli: non c’è alternativa al negoziato globale. Anche il Covid-19 ci ha messi davanti alla necessità di passare dal paradigma del più forte a quello cooperativo e della solidarietà. Dobbiamo dirlo con chiarezza ai nostri popoli e ai leader dei nostri popoli: la prossima pandemia ci troverà ancora impreparati se non garantiremo una sanità equa e giusta per tutte le persone della terra. Non è utopia, questa, ma una stridente necessità; come non pensare che per una sanità universale basterebbe una cifra molto inferiore a quanto costa la sciagurata corsa al riarmo? Prendersi cura della persona umana ferita rappresenta da sempre un segno distintivo della carità cristiana. «L’antica storia del Samaritano – ha detto Paolo VI nell’allocuzione finale
del Vaticano II – è stata il paradigma della spiritualità del Concilio». Ieri come oggi, la difesa e la promozione della dignità umana rappresentano la bussola del nostro agire sociale. Non casualmente, quando La Pira si ritrovò a vivere la realtà delle leggi razziali in Italia, nel 1938, non solo decise di opporvisi come dovere di testimonianza evangelica, ma attinse dal patrimonio antropologico della tradizione cristiana i «principii» della «solidarietà organica» del genere umano e della «reciproca attrazione e integrazione fra gli uomini».
Questi «principii» orientano la storia umana più profondamente dell’istinto di sopraffazione e come pastori siamo quotidianamente e innumerevoli volte testimoni della forza della fraternità fra gli uomini: essa è il germe del Regno di Dio. Non è realistico, è «antistorico» direbbe La Pira, non considerare l’importanza universale della fratellanza. La storia, anzi, va riletta alla luce di questa realtà, per trovarvi le tracce del percorso che unisce gli uomini in un cammino più profondo dei sentieri di prevaricazione che li dividono. La fratellanza umana, sottolinea il Documento di Abu Dhabi, firmato da Francesco e dal Grande Imam di Al-Azhar, è frutto infatti della fede che «porta il credente a vedere nell’altro un fratello da sostenere e da amare». Dal riconoscimento di questo «valore trascendente», il credente è infatti chiamato a salvaguardare «il creato e tutto l’universo, sostenendo ogni persona, specialmente le più bisognose e povere». Il Papa, inoltre, ha ribadito nell’enciclica Fratelli tutti questa «aspirazione mondiale alla fraternità e all’amicizia sociale» sostenendo che questo «sogno» non si deve limitare «alle parole» ma necessita una «concreta» attuazione da parte di tutti gli uomini e le donne «di buona volontà». Personalmente, ho cercato di dare forma alle parole del pontefice, prima di tutto, con questo secondo Incontro sul Mediterraneo e, poi, riflettendo sulla storia recente per vedere se vi trovavo anche le tracce di una coscienza pubblica della fraternità. A me pare di scorgere queste tracce, lo dico senza pretesa di fare un discorso completo, nei processi avviati a Helsinki negli anni 1973-75 (ricordo l’impegno del cardinale Casaroli) e a Barcellona nel 1995. Si tratta di processi molto ambiziosi che configurano la costruzione della duplice e intersecata «casa comune» europea e mediterranea. Una casa comune europea e una casa comune mediterranea che è quella che qui noi rappresentiamo. I processi culturali, sociali e spirituali che costruiscono queste due «case» sono correlati: si sostengono o si paralizzano vicendevolmente. Se tutti i popoli europei non trovano garanzia di sicurezza nella loro cooperazione, fatalmente trasferiranno nel resto del Mediterraneo le loro tensioni; dall’altra parte, finché i popoli mediterranei non troveranno nella loro cooperazione garanzia di sicurezza, i nodi irrisolti della loro convivenza peseranno sugli equilibri mondiali. Per questi motivi, occorre animare nei nostri popoli la persuasione che il solo principio di potenza non è in grado di garantire sicurezza; occorre mostrare loro che negli ultimi 30 anni, il ricorso alla forza non ha risolto alcuna crisi, ma è la causa principale delle loro sofferenze; occorre dir loro, infine, che edificare una casa comune mediterranea significa costruire, sulle orme della visione lapiriana, una «grande tenda di pace» dove «possano convivere nel rispetto reciproco – ha
detto Francesco – i diversi figli del comune padre Abramo». Cari amici, mai come oggi risuona alle nostre orecchie la lezione di La Pira sul ruolo delle città nel mondo per raggiungere la pace mondiale. In questo momento, infatti, mentre soffiano inquietanti venti di guerra dall’Ucraina, gli Stati non sembrano avere la forza, a fronte dell’eventuale buona volontà dei loro leader, di superare il meccanismo strutturato dai rapporti di forza. I nostri popoli, le nostre città e le nostre comunità religiose, invece, possono svolgere un ruolo straordinario: possono spingerli verso un orizzonte di pace e di fraternità. Ecco un’altra intuizione potente dell’ex sindaco di Firenze che, a partire da domani, rivivrà in Palazzo Vecchio: le città bombardate e saccheggiate gridano anche oggi che non vogliono più sopportare e accettare le guerre degli Stati. Le città, infatti, essendo a rischio di distruzione, detengono uno ius ad pacem in nome del loro intrinseco diritto ad esistere. Per questo motivo, al di là delle divisioni geopolitiche degli Stati cui appartengono, esse possono collaborare all’unità del mondo e cooperare insieme. Le città, pertanto, rivendicano giustamente un ruolo internazionale, ma potranno partecipare efficacemente al dibattito pubblico, soltanto se sapranno crescere come nuove realtà, al tempo stesso sociali e spirituali. In queste nuove realtà, tutte le persone umane potranno sviluppare pienamente la loro vocazione e dar vita a una civiltà che, usando le parole di La Pira, potremo definire come la civiltà del «pane e della grazia». Il «sindaco santo», infatti, si prefiggeva di costruire «una società nuova» nella quale «a tutte le creature umane» fosse «assicurato il lavoro, la casa, il pane» e tutto quanto era essenziale per «una modesta ma dignitosa vita». Questa «società nuova» esigeva, però, che le sue fondamenta fossero «saldamente poggiate sull’Evangelo» e soprattutto «radicate nella grazia di Cristo». Cari fratelli, care amiche e cari amici, è grande, nelle città, la missione delle comunità cristiane, per quanto piccole esse possano essere! Le nostre Chiese mediterranee possono offrire energia spirituale e saggezza millenaria al contesto odierno del Mediterraneo. Questa la persuasione che deve animare i lavori di questi giorni. Senza alcuna pretesa di esaustività, voglio soffermarmi su alcune dinamiche delle Chiese mediterranee e della loro comunione che costituiscono un dono per tutti gli uomini e le donne del «grande lago di Tiberiade». La prima dinamica è ciò che fa nascere la Chiesa: la testimonianza della Resurrezione di
Cristo. La nostra fede in Gesù Risorto, alimentata dalle nostre diverse tradizioni liturgiche,
dall’ascolto della Parola, dalla vita fraterna, dall’amicizia, non deve rimanere al nostro
interno. Essere testimoni della resurrezione di Cristo, cosa ben diversa dal proselitismo,
significa risplendere della speranza che la nostra vita e quella del nostro prossimo sono
pensate e custodite fin dall’eternità e per l’eternità da un Dio che è Amore. Questa certezza, ricevuta nei vasi di creta che noi siamo, ci immette e ci mantiene in una dinamica di liberazione da ogni preoccupazione terrena: dall’istinto di dominio, dalla logica della fionda e della pietra. Ecco perché la testimonianza dei tanti martiri dei nostri tempi, martiri miti, nonviolenti, è così preziosa! La resurrezione di Cristo ci costituisce come uomini miti che abitano ed ereditano la terra, le nostre comunità sono chiamate continuamente ad abbeverarsi alla beatitudine della mitezza e trasformare così la nonviolenza in prassi politica! Trasformare, come dice Isaia, le armi in aratri! L’identità del cristiano non è ciò che lo divide dall’altro, l’autentica identità cristiana è il Cristo vivente che unisce la famiglia umana. Diceva La Pira: «Se Cristo è risorto – come è veramente risorto – è la città di Dio, trionfante in Cristo, è la città permanente e finale dell’uomo: è la città di approdo dell’esistenza umana: la Gerusalemme della pace, della gioia, della bellezza eterna: la città dei glorificati, ove gli uomini, a Dio per sempre uniti, sosterranno per sempre, felici (Ibi vocabimus et videbimus, videbimus et amabimus, amabimus et laudabimus, come dice Sant’Agostino al termine della Città di Dio)». La seconda dinamica – lo dicevo già a Bari – nasce dalla ricezione sempre più profonda del Concilio Vaticano II: la nostra comunione – altra persuasione fondamentale del professor La Pira – è il germe fecondo dell’unità del genere umano: ne deriva che l’ecumenismo, il dialogo interreligioso, il dialogo con chi non professa alcuna religione, la collaborazione per la costruzione della pace, della giustizia, per la lotta alle nefaste conseguenze del cambiamento climatico non sono solo relazioni con gli altri, ma alimentano la nostra comprensione del mistero della Salvezza e lo rendono dicibile agli uomini del nostro tempo. Sembra un paradosso ma non lo è; ne facciamo esperienza come pastori ogni giorno: più siamo capaci di ascolto di coloro che non condividono la nostra fede, più il nostro sguardo si fa capace di scorgere la presenza di Dio nella vita degli altri, nella loro ricerca di senso e di gioia per la vita, nella loro sete di giustizia e di pace. Più il nostro sguardo si fa chiaro e più riusciamo a trovare le parole, i silenzi, i gesti per rendere ragione della speranza che è in noi. Cari fratelli, anche chi di noi vive nei contesti secolarizzati sta lentamente cominciando ad apprendere che la via del Vangelo è la via dell’ascolto, della curiosità, della gratitudine per i cammini di vita che il Signore suscita anche fuori dai recinti delle nostre strutture ecclesiali, tanto preziose quanto difficili da rinnovare! La terza dinamica è il primato della contemplazione che può essere da noi, tra l’altro, affermato con la valorizzazione della rete che le monache del Mediterraneo, proprio per accompagnarci e sostenerci, hanno avviato. Ci accompagnano non solo con la loro preghiera e il loro affetto, ma anche con la loro acuta intelligenza spirituale della realtà che
nasce dal loro essere incardinate nei vari contesti e città mediterranei. Invito a leggere il
secondo opuscolo che raccoglie le loro riflessioni e chiedo che sia inserito fra i documenti
ufficiali del nostro incontro. Per La Pira i monasteri erano avamposti del Vangelo e della
Chiesa, «centrali nucleari» di preghiera alternative ai missili. Oggi lo sono ancora di più, non solo nelle «terre di missione» ma anche nella vecchia Europa. Sono tanti i monasteri –
maschili e femminili – che senza far rumore si sono fatti laboratori di accoglienza delle
diversità e hanno attivato nuove esperienze di studio, preghiera, liturgia, lettura condivisa
della Scrittura, autentici centri di intelligenza della fede nel mondo caratterizzato dal
pluralismo religioso e dalla secolarizzazione. I nostri giovani, non solo in Europa, vivono questo paradosso: respirano molteplici tradizioni religiose e al tempo stesso sono immersi nella cultura materialista del consumo e dell’individualismo. Il primato della contemplazione e la cura dell’interiorità sono ciò che permette loro di accedere alla ricerca del senso della vita, in maniera libera e non bulimica e superando i due rischi opposti, ma ugualmente devastanti, del «consumo non impegnativo dell’offerta religiosa» e dell’identitarismo, che riguarda – non facciamoci illusioni – anche i giovani cattolici, che divengono così, anche loro, facilmente strumentalizzabili. Io vedo il coordinamento dei giovani del Mediterraneo, che vorrei nascesse come coordinamento ecumenico e interreligioso, organicamente connesso anche alla vita monastica mediterranea. La quarta dinamica è quindi l’intelligenza della fede. Raccogliamo l’invito fatto da papa Francesco a Napoli e adoperiamoci perché le nostre Chiese, insieme, producano una teologia del Mediterraneo, una teologia non astratta ma contestuale. È un debito che abbiamo nei confronti della Chiesa universale perché le nostre Chiese sono depositarie della ricchezza millenaria di tradizioni liturgiche, spirituali, patristiche, bibliche e teologiche (le antiche e più recenti scuole di Antiochia, Alessandria, Roma, Costantinopoli, Edessa, Kiev, Neamt, Mosca, per citarne solo alcune). Le tradizioni greche, siriache, latina, copta, slave sono nate e convergono nel Mediterraneo e il paradigma ecumenico fa sì che esse non ci dividano più, ma ci uniscano e arricchiscano reciprocamente. Anche a fronte delle rigidità che si erigono attorno alle questioni divisive, c’è un dibattito teologico ricchissimo di cui il Mediterraneo è il naturale luogo di raccolta e di elaborazione e la naturale cassa di risonanza. Un tesoro di arte, liturgia, teologia che deve respirare nella casa comune mediterranea per affrontare in profondità le sfide dell’evangelizzazione, dell’unità della Chiesa e anche delle attese della povera gente del nostro mediterraneo perché una testimonianza coerente del Vangelo è necessariamente prassi di liberazione dall’oppressione della miseria, della violenza, della guerra, del fondamentalismo. I nostri fratelli schiacciati dalle guerre, dalla fame, dal cambiamento climatico, alcuni dei quali muoiono di freddo ai confini di Europa o annegano nel Mediterraneo, sono i primi e privilegiati destinatari dell’annuncio evangelico. Parlando di ricchezze delle tradizioni teologiche mediterranee non possiamo non esprimere la commozione nel prendere coscienza che è dal Concilio di Firenze che un numero così cospicuo di vescovi non si riunisce in questo storico convento. Certo dobbiamo assumere con realismo e fede il fatto che la ricezione teologica ed ecclesiologica del Concilio di unione, a Mosca e a Costantinopoli è stata un fallimento, tanto che il Concilio di Firenze ancora oggi ci divide dai nostri fratelli e non ci unisce. Non possiamo fare finta di nulla: uno sguardo condiviso ecumenicamente sui diversi aspetti ecclesiologici del Concilio di Firenze, è difficile ed arduo costruirlo. Però c’è un aspetto del Concilio fiorentino che ci unisce ed è l’umanesimo, che questa culla fiorentina ha fatto crescere proprio grazie alla presenza dei padri e dei loro seguiti in città. Noi cristiani siamo ancora divisi, ma possiamo e dobbiamo offrire al mondo una visione condivisa dell’uomo nella sua integralità e nella sua integrazione in un creato che ha bisogno della sua cura e della sua custodia. La quinta dinamica è quella dello specifico apporto mediterraneo al processo sinodale della Chiesa universale. Esso ancora manca al percorso sinodale della Chiesa, ma darebbe tanta
concretezza e anche tanto coraggio di accettare – all’interno della comunione cattolica – la
diversità delle prospettive teologiche e degli approcci pastorali. Lasciatemi confidare che
alla soglia degli 80 anni mi riempie di entusiasmo e di gratitudine la prospettiva di un sinodo Mediterraneo di cui l’arcivescovo Jean-Marc di Marsiglia ha parlato al Papa e scritto
pubblicamente. Cari e venerati fratelli, un nostro caro amico, David Sassoli, parlando proprio in questa città come Presidente del Parlamento europeo, ha detto: “Per La Pira, il comune riferimento delle religioni monoteiste ad Abramo poteva costituire il polo magnetico attorno al quale costruire questi nuovi rapporti Euromediterranei. Quanta attualità c’è in questa visione, in un momento di forti contrasti nell’area del Mediterraneo. E quanta idea politica contiene la spinta ad una ricomposizione dei conflitti presenti, in un quadrante geografico che rappresenta per noi il nostro spazio vitale. Ma accanto a questo si dovevano
anche intensificare gli scambi commerciali e il modello che proponeva era, ancora una volta, quello della città: anzi della nostra città. E la Firenze di La Pira non era solo un laboratorio teorico, ma il luogo in cui si stava combattendo il diritto alla casa per tutti, al lavoro per tutti, alla scuola e all’ospedale per tutti. Colgo queste parole come la consegna di un mandato Politico, con la P maiuscola, che appartiene alle nostre città, ma anche direttamente a noi vescovi e alle nostre Chiese. Voglio così ricordare questo uomo buono, intelligente e capace, che è stato fra i primi grandi politici del Mediterraneo a cogliere l’importanza del nostro cammino di vescovi mediterranei tanto da aver voluto essere con noi a Bari. Maria santissima patrona di questo convento e per volontà dei suoi cittadini, Regina di Firenze, ci aiuti a leggere sempre più in profondità la realtà in cui viviamo alla luce di Cristo risorto”.

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