Strage di Caschi blu nel Nord Kivu

ULTIMO AGGIORNAMENTO 19:35

E'di 14 morti e 53 feriti il bilancio dell'attacco messo in atto contro i Caschi blu dell'Onu in Congo. I militari delle Nazioni Unite sono stati colpiti in una base del Nord Kivu da un non meglio specificato gruppo di ribelli estremisti islamici: si tratta dell'attacco più sanguinoso mai sferrato nei confronti di una missione di pace dell'Onu, perlomeno nella storia recente. A subire l'offensiva, in questo caso, è stata la base operativa della “Monusco”, la missione per la stabilizzazione della Repubblica democratica del Congo. La maggior parte dei Caschi blu uccisi sono di origine tanzaniana anche se fra loro ce ne sarebbero anche 5 di nazionalità congolese: il massacro è avvenuto a Semuliki, in uno scontro durato oltre quattro ore.

Tensione crescente

Il segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, ha definito l'episodio come “un crimine di guerra”, affermando come si sia trattata del “peggior attacco contro i caschi blu nella storia recente dell’Onu”. Al momento, i vertici dell'organismo sono al lavoro per identificare i responsabili delle strage parlando: in un comunicato, la “Monusco” ha lanciato sospetti sul gruppo islamista “Alleanza delle forze democratiche” (Adf), attivo soprattutto sul confine con l'Uganda e considerato al momento come uno dei maggiori pericoli per la stabilità del Congo Kinshasha. Al netto di necessarie conferme, l'attacco sferrato alla base del Nord Kivu conferma il momento di altissima tensione del Paese, stretto nella morsa di una crisi politica che ha rappresentato il punto culmine di un conflitto sanguinoso già in atto nella zona orientale. Un sentimento di malcontento diffuso, in particolare, a seguito del rifiuto del presidente Joseph Kabila, un anno fa, di tenere elezioni al momento del termine del suo mandato.

Numeri drammatici

Attorno al presidente, al potere dal 2001 (ossia dopo l'uccisione di suo padre), la tensione è in continuo crescendo: la Commissione elettorale, infatti, aveva annunciato l'impossibilità di organizzare una tornata alle urne prima dell'aprile 2019, scatenando ulteriori proteste. Un clima di profonda incertezza politica che, inevitabilmente, ha favorito l'azione di gruppi armati quale appunto Adf, i cui miliziani sono impegnati soprattutto nel tentativo di destituire il presidente ugandese ma che, al momento, rappresentano un problema serio anche per il Congo. Nell'area nord-orientale, la combinazione di fattori ha provocato (secondo i numeri forniti da Human right watch) 526 civili uccisi fra giugno e novembre: a tale bilancio, secondo l'organizzazione, avrebbero contribuito anche le forze di sicurezza congolesi, “responsabili di oltre 100 morti violente negli ultimi sei mesi”.

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