Stefano Vitali: “Vi racconto come Sandra Sabattini mi ha miracolato” – Audio

L'intervista a Stefano Vitali della Comunità Papa Giovanni XXIII, nelle librerie con "Vivo per miracolo. Così Sandra Sabattini mi ha salvato"

ULTIMO AGGIORNAMENTO 0:22

“Vivo per miracolo. Così Sandra Sabattini mi ha guarito”. E’ questo il titolo del libro (Sempre Ediote) scritto da Stefano Vitali, il “miracolato” che racconta la sua guarigione inspiegabile per la scienza. La storia di questo miracolo porterà agli onori degli altari Sandra Sabattini, la ragazza riminese, discepola spirituale di don Oreste Benzi, morta all’età di 22 anni, travolta da un’auto mentre si recava con il fidanzato e un amico ad un incontro della Comunità Papa Giovanni XXIII di cui faceva parte.

Sandra Sabattini

Sandra nacque a Riccione il 19 agosto 1961Fin da piccola venne educata in clima di fede, incentivato dal trasloco nella canonica dello zio prete, a Misano Adriatico. A poco più di 10 anni ha iniziato a scrivere riflessioni e pensieri spirituali all’insaputa di tutti. Qualcuno ha visto in queste frasi il segno di un intenso percorso spirituale destinato a portarla lontano. A 12 anni incontra don Oreste Benzi e la Comunità Papa Giovanni; due anni dopo  ha partecipato ad un soggiorno per adolescenti sulle Dolomiti con disabili gravi, dal quale è tornata con le idee estremamente chiare: “Ci siamo spezzati le ossa, ma quella è gente che io non abbandonerò mai”. Da quel momento è iniziata una intensa relazione con Dio, tanto che lo zio prete era solito vederla in adorazione davanti all’Eucaristia. Genitori e amici la vedevano invece assorta in meditazione o impegnata nella lettura dei salmi.

La prima beata fidanzata

Nella Chiesa ci sono genitori santi e sposi santi. Ma non sarebbe bello avere anche una fidanzata santa?” così don Oreste Benzi, fondatore dell’Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII parlava di Sandra Sabattini, che doveva essere beatificata il prossimo 14 giugno, ma al momento la celebrazione è stata rimandata a causa della pandemia da coronavirus. Nell’ottobre del 2019, la Sala Stampa della Santa Sede, che ha pubblicato il decreto con cui Papa Francesco ha autorizzato a promulgare il miracolo che farà della giovane volontaria dell’Apg23, la prima santa fidanzata. Stefano scopre che la sua guarigione è avvenuta grazie all’intercessione di Sandra Sabattini, che la Chiesa proclamerà beata proprio in virtù di questa guarigione. Non è stato il miracolato a chiedere a Sandra la guarigione, lui neppure la conosceva. L’iniziativa fu di don Oreste Benzi che invitò la famiglia di Stefano e tutta la Comunità Papa Giovanni XXIII ad unirsi in questa preghiera.

Chi è Stefano

Membro della Comunità Papa Giovanni XXIII, Stefano è sposato con Loredana, con cui hanno avuto quattro figli. E’ stato segretario di don Oreste Benzi, fatto che gli ha dato la possibilità di “stare accanto a una profezia”. Dal 1999 al 2009 è stato assessore ai servizi sociali del Comune di Rimini; dal 2009 al 2014 è presidente della provincia di Rimini; dal 2014 fino ad oggi segue i progetti esteri dell’Apg23. Interris.it lo ha intervistato.

Era il 2007, in piena carriera politica, quando ha scoperto di avere un tumore. Cosa ha pensato?
“Una piccola premessa, a quaranta anni, con una carriera politica in ascesa, il rischio – anche se hai una fede – è che ci si possa sentire un po’ onnipotente, pensi di essere tu a determinare tutto. Di avere un tumore l’ho scoperto da un giorno all’altro, stavo un po’ male prima, però, mai avrei pensato che a quell’età potessi ammalarmi. Ti senti finito, con una data di scadenza, il mondo ti crolla addosso. Io però ho avuto la fortuna di avere don Oreste come esempio e di essergli stato molto vicino, averlo visto tantissime volte davanti a delle notizie molto negative, prima chiudersi in sé stesso, ma subito alzarsi e dire: ‘Io Signore non lo so perché sta succedendo questo, ma tu lo sai e questo mi basta. Tutto è grazia’. Questa frase, che poi è un modo di vivere, mi è entrata nell’animo. Se tutto è grazia, e ne sono convinto, ho cercato di scoprire dove fosse la grazia e ho cercato di vivere il tempo che mi rimaneva in maniera intensa, anche nell’affrontare la cura. Quando vai in un day hospital oncologico incontri persone disperate, con occhi che comunicano rabbia, che non hanno più voglia di lottare. Io avevo capito che la mia missione, in quel momento, era quella di dire: ‘Lottiamo, facciamogliela sudare alla malattia’. Anche a casa, ero io che sostenevo la mia famiglia, perché con il mio atteggiamento e modo di essere facevo gruppo. Pur avendo un carattere ‘tagliato con l’accetta’, o mi ami o mi odi, in quel momento volevo bene a tutti”.

Come si lega la sua vita a quella di Sandra?
“Faccio una premessa, sembra paradossale, ma rimpiango lo Stefano di quei tempi. Non ero un supereroe, anche io piangevo. Di come mi sentivo, come stavo vivendo, volevo parlarne con don Oreste che venne a casa mia il 3 settembre 2007. Due giorni prima avevo fatto degli esami ed era emerso che i valori tumorali erano molto alti, segnale che la malattia stava progredendo. Da don Oreste cercavo risposte, volevo spiegazioni, invece lui mi ha fatto pregare. A un certo punto mi ha detto: ‘Ho chiesto a tutta la Comunità di pregare Sandra Sabbatini per la tua guarigione’. Giuro che in quel momento, non me ne importava nulla. Sapevo che dovevo finire, era quello che avevo in testa. Nonostante tutto, la conversazione tra mia moglie e don Oreste, su quale santo dovesse essere il mio protettore, mi è rimasta impressa nella memoria”.

Cosa ha provato quando ha scoperto che la malattia era scomparsa?
“Esattamente il 16 ottobre, il primario di oncologia mi chiama e mi dice che la malattia era scomparsa. Mi sono ufficialmente negativizzato il 6 novembre 2007, il giorno dopo il funerale di don Oreste. In realtà la chemioterapia l’ho fatta per altri sei mesi più altri quattro anni per il mantenimento. Per i primi mesi ho vissuto come se stessi male, perché il mio medico mi aveva detto che il tumore era talmente aggressivo che poteva tornare. Ha presente la parabola dei dieci lebbrosi guariti? Nove se ne vanno via come se nulla fosse successo, solo uno torna indietro a lodare Dio. Davanti a un evento così importante, non è detto che la persona sia in grado di riconoscere e capire quello che è accaduto. Io ho fatto come i nove lebbrosi. La cosa che mi ha fatto comprendere e mi ha fatto vivere in maniera diversa è quella di aver frequentato per tanti anni il day hospital e aver visto tante persone morire. Due ragazzi giovani nell’arco di pochi mesi se ne sono andati: erano fidanzati di due mie collaboratrici. Al funerale, una di queste ragazze mi è corsa incontro e mi ha detto: ‘Stefano, lui non ce l’ha fatta’. Quelle parole esprimevano anche altro: ‘Invece tu sì’. In quel momento ho avuto la consapevolezza di essere un sopravvissuto”.

Chi è Sandra Sabattini per lei?
“Dal giorno del funerale di quel ragazzo, e non prima, è diventata una mia compagna di viaggio. Ho capito che non ero più solo un sopravvissuto ma di aver ricevuto un dono particolare. Allora, ho voluto scoprire chi era Sandra e cosa voleva dirmi. Ho scoperto di voler vivere nello stesso modo in cui viveva lei. Solo dopo la malattia ho compreso il concetto di tempo. Sandra viveva nella perenne paura di perdere tempo. Quattro giorni prima di morire, nel suo diario scrive: ‘Il tempo è un dono, che il donatore può toglierti come e quando vuole. Quindi non va sprecato’. L’altra caratteristica di Sandra, per la quale penso che tutti i giovani debbano prendere esempio da lei, è che diceva sempre sì alle proposte che le venivano fatte. Lei aveva una fede smisurata, che aveva bisogno di essere nutrita e pregava quasi continuamente. Sandra è una figura di cui la Chiesa ha bisogno, perché era talmente normale, ma allo stesso tempo radicale. E’ la testimonianza che se ognuno di noi vive la sua vocazione in maniera radicale, il mondo può cambiare”.

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