Olivero (Sermig): “La pace non è uno slogan ma una scelta possibile”

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Pace, speranza, incontro e armonia: si fonda su quattro parole guida l'esperienza ultracinquantenaria del Sermig di Torino e del suo Arsenale della Pace, nato con l'obiettivo di perseguire la pace e sconfiggere le povertà del nostro tempo attraverso l'impegno costante di giovani volontari. Ed è sulle nuove generazioni, avvicendatesi nel corso dei decenni, che l'Associazione ha scommesso, sui loro talenti e la loro spontanea energia, convogliata sulla difficile ma proficua strada del volontariato e della promozione di quanto di buono esiste e per cui vale la pena di lottare. Una missione a tutti gli effetti quella perseguita dal Sermig, dai suoi ragazzi e dal suo fondatore, Ernesto Olivero, da cui nacque la scintilla, illuminata dalla fede, per intraprendere la strada della speranza: “Per fare il bene e costruire la pace – racconta a In Terris – servono costanza e determinazione. Quando questo avviene, il mondo cambia davvero”.

 

Ernesto Olivero, come Sermig portate avanti da oltre cinquant'anni un obiettivo tutt'altro che semplice. Posto che l'operato per la pace resta una priorità per ogni uomo, compierlo assieme a dei giovani impone una conoscenza del loro mondo e delle loro vocazioni. In questi anni avete assistito a un forte rinnovamento dell'universo giovanile? La risposta a un'esigenza così universale resta la stessa anche per i giovani di oggi?
“Sono convinto che le epoche e le culture possono essere diverse, ma il cuore dell’uomo alla fine è sempre lo stesso. Soprattutto quello dei giovani. Mi piace pensare che i giovani siano capaci di prendere il buono del passato per renderlo presente, perché in loro sono seminati la santità, l’intraprendenza, il coraggio. I giovani possono essere davvero la chiave di un cambiamento. Il problema è che molto spesso sono loro a non volerlo. Accettano compromessi anche da giovanissimi, non si indignano davanti alla droga, sembrano mostrare poco rispetto del proprio corpo, cedono alle dipendenze. E così, dimenticano che per fare il bene e costruire la pace servono costanza e determinazione. Quando però questo avviene, il mondo cambia davvero. Io ho incontrato giovani che sono dei giganti di purezza, di impegno, di ideali. Loro sono la mia speranza”.

Pace, speranza, incontro, armonia: queste quattro parole guida rappresentano altrettanti obiettivi da raggiungere. Quali vie possono o devono essere percorse per favorire la cultura del dialogo e porre un freno a quella che Papa Francesco chiama “la cultura dello scarto”?
“Credo che il vero dialogo possa avvenire vivendo una regola semplice: l’altro sono io. Significa imparare a mettersi nei panni degli altri. Se fossi in difficoltà, se avessi commesso degli errori, cosa vorrei incontrare? Sicuramente non giudizio, ma accoglienza, braccia aperte, comprensione. Vorrei essere trattato semplicemente da persona. Se imparassimo a cambiare prospettiva, faremmo sicuramente molti passi in avanti”.

La città di Torino, dove visse e operò san Giovanni Bosco, rinnova negli anni, attraverso di voi, la sua vocazione per i giovani. Da parte dei ragazzi torinesi vi è una forte presa di coscienza sulle situazioni di disagio che possono verificarsi nella loro città? Il loro impegno inizia dalle difficoltà a loro più prossime?
“Non è possibile fare un discorso generale nemmeno su una città come Torino. Come dicevo prima, tra i giovani c’è di tutto. Qui come altrove conosco situazioni molto diverse tra loro. Posso dire che la presa di coscienza dei problemi del mondo, avviene solo se si ha il coraggio di dire i sì e i no che contano nella vita. Pensiamo a come opera il male. È instancabile, creativo, sempre in azione, 24 ore su 24. Il bene deve fare altrettanto. Ma se io sono giovane e annebbio la mia mente nello sballo, nelle dipendenze come posso rispondere ad una chiamata di giustizia così? Solo chi dice sì alla giustizia, alla pace, alla solidarietà può cambiare le cose. Senza fretta. Lentamente, ma decisamente. Nella storia del Sermig ne abbiamo conosciuti tanti – e continuiamo a conoscerne – di giovani che vogliono intraprendere un cammino di formazione permanente per mettersi in gioco”.

La vostra storia è stata omaggiata anche dal Presidente della Repubblica, vostro ospite pochi giorni fa. Si tratta di uno stimolo importante per proseguire quanto fatto finora e, magari, infondere anche in altri, giovani e non, il coraggio di seguire il vostro esempio e impegnarsi in prima linea per sconfiggere le povertà del nostro tempo?
“L’amicizia con il Presidente Mattarella è una carezza, ma anche una responsabilità. Non dobbiamo mai entrare nell’abitudine, né tantomeno montarci la testa. Noi, i volontari e i giovani che frequentano l’Arsenale dobbiamo restare persone semplici, pronte a fare il proprio dovere, persone che pagano di tasca propria le spese sostenute pur di non gravare sul nostro bilancio che deve essere interamente destinato alle persone che bussano alle porte dei nostri arsenali. Dobbiamo restare pronti a servire e non diventare mai gente di potere. La storia della Chiesa è piena di gruppi e congregazioni che nel tempo hanno lasciato la strada del loro carisma originario. Noi vogliamo con tutte le nostre forze rimanere fedeli: la nostra è una testimonianza non eclatante ma umile eppure necessaria. Il resto verrà”.

Oggi si parla molto di una gioventù orientata alla tecnologia e alle possibilità, non sempre sufficientemente filtrate, che il mondo della rete offre. Ritiene che la rivoluzione tecnologica propria del nostro tempo possa essere di supporto, se ben veicolata, alla buona riuscita di una missione universale come la vostra?
“La tecnologia come ogni strumento è neutra. Dipende da come la usiamo. Grazie all’incontro con maestri come Giorgio Ceragioli, che è stato un eminente professore al Politecnico di Torino, abbiamo capito da subito che anche la tecnologia può essere messa a servizio dei più poveri. È un vero volano di sviluppo. Nostro compito è usarla nel modo migliore. All’Arsenale abbiamo un gruppo che si chiama Re.Te, Restituzione Tecnologica. Coinvolge professionisti di ogni campo, architetti, ingegneri, chimici, tecnici pronti a trovare soluzioni tecnologiche per chi è in difficoltà. I risultati sono sorprendenti”.

In occasione della Giornata mondiale a tema, Papa Francesco ha parlato di pace come “cammino di speranza: dialogo, riconciliazione e conversione ecologica”, spiegando che “sfiducia e paura aumentano la fragilità dei rapporti e il rischio di violenza”. Qual è il suo pensiero su queste parole? In che modo è possibile applicare i dettami di questo cammino della speranza sconfiggendo sfiducia e paura dell'altro?
“È vero, la pace è un cammino di speranza che implica gradualità e impegno costante. Sono dell’idea che pace non sia una parola da gridare nelle piazze, uno slogan vuoto, ma una scelta possibile che si realizza in tanti comportamenti concretissimi: sfamare gli affamati, vestire gli ignudi, accogliere chi è straniero o senza casa, fornire istruzione ed educazione a chi ne è privo, costruire relazioni improntate sulla dignità. Possiamo costruire la pace solo se le nostre vite si mettono in gioco per realizzare opere di giustizia che mettono al centro l’altro e non solo il mio io. Potremo incontrare la paura, vento contrario, molte difficoltà, ma la speranza non ci lascerà mai. Questa è una certezza”.

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