Mai più violenza contro le donne

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Un dato che aumenta, un dato che preoccupa e che, ogni volta, costringe non solo a una riflessione ma un'urgente presa di coscienza sul fenomeno e sui modi più efficaci per contrastarlo: la violenza sulle donne rappresenta ogni volta una deviazione della nostra società verso la lesione della dignità umana, indifferentemente per chi la commette e chi la subisce. La costanza del fenomeno è stata pressoché invariata negli ultimi anni, anche considerando il numero crescente di donne che hanno fatto ricorso all'assistenza di Centri antiviolenza in tutta Italia: 49.152 nel 2017, 29.227 delle quali hanno iniziato un percorso di recupero psicologico dai postumi lasciati dai maltrattamenti subiti. Dati rivelati dall'Istat che, per la prima volta, ha svolto un'analisi sul servizio offerto dai Centri, in collaborazione con il Dipartimento per le Pari opportunità le regioni e il Consiglio nazionale della ricerca. Donne italiane, straniere (che vi si rivolgono per il 26,9%), con figli (il 63%, con il 72% dei casi di minorenni)  e non: storie diverse, casi di vita disparati, uniti dal comune denominatore di una mancanza di dialogo che, troppo spesso, sfocia in reazioni violente e, nelle circostanze più estreme, nel femminicidio. Casi che, secondo Eures, sono diminuiti nei primi 10 mesi del 2018: 106, il 7% in meno rispetto allo stesso periodo del 2017.

Una situazione preoccupante

Ma i freddi numeri (peraltro da leggere sotto lenti diverse) non bastano a determinare la portata del fenomeno, o quantomeno risultano solo una mera statistica rispetto al vuoto sociale che si va a creare ogni volta che si esercita violenza. Sicuramente, il tema non lascia indifferente l'opinione pubblica, sempre particolarmente sensibile nel condannare il fenomeno della violenza e incoraggiare le donne a rivolgersi ai Centri ma anche alle Forze dell'ordine. Questo anche alla luce di alcuni dati che, nonostante la diminuzione riscontrata fino a questo punto del 2018, mostrano una situazione che resta estremamente preoccupante: dall'1 gennaio al 31 ottobre 2018, infatti, i femminicidi costituiscono il 37,6% degli omicidi totali commessi in Italia, contro il 34,8% dello scorso anno; addirittura il 79,2% sono i femminicidi familiari (dato pressoché invariato rispetto al 2017, quando erano l'80,7%) e il 70,2% quelli di coppia (sensibilmente aumentati a fronte del 65,2% del gennaio-ottobre 2017).

Le statistiche

Estremamente significativo il fatto che, rispetto a un immaginario collettivo che tende a identificare nelle giovani donne le principali vittime di violenza, ne sia invece progressivamente aumentata l'età media: nel 2018 si è arrivati a un media massima di 52,6 anni considerando il totale delle donne uccise, 54 considerando le vittime di femminicidio familiare (in questa categorizzazione rientrano anche i casi di donne con disabilità o anziane in gravi condizioni). Non è facile identificare i moventi dei delitti, né svolgere un'indagine psicologica che possa mettere in comune le tragedie che coinvolgono le famiglie, nonostante l'apparente assonanza dei casi: restando alle statistiche, nel 2017 si attestavano il 30,6% di uccisioni dovute “al possesso”, un altro 25% come esito di litigi furiosi, il 22,2% per motivazioni legate a disturbi psichici dell'omicida e, infine, il 12% per disabilità delle vittime.

Una questione primordiale

La questione, però, è molto più ampia: dietro ogni singolo caso, pur se riassunto in statistiche e percentuali, si nascondono storie di vita, condizioni familiari, improvvise assenze di dialogo nella coppia che, nella maggior parte dei casi, vanno a coinvolgere i figli. Un escalation da ricercare forse in impulsi psicologici che hanno radici ben profonde nell'animo umano: “Ritengo che tutto parta dal rapporto bambino-madre, ovvero quello primordiale per ogni essere umano – ha spiegato la dottoressa Maria Rita Parsi, psicologa e psicoterapeuta -. E' a quel tipo di relazione che ogni persona fa riferimento. Si tratta, per fare un esempio, di un paradiso terrestre che l'uomo cerca di riconquistare. L'ammirazione verso la madre è alla base di un percorso inconscio che, in alcuni casi, porta a un'invidia, a un'ambivalenza nelle relazioni con una donna. Si tratta di una fragilità maschile profonda che, se non ben gestita, porta alla violenza ma anche allo svilimento sociale e fisico di una donna”.  Non è chiaro se l'evoluzione della nostra società possa in qualche modo influire su tale aspetto primordiale, se non altro per la rivalutazione socio-antropologica della donna: “La fine della violenza deve essere possibile – ha spiegato ancora Parsi – ma c'è bisogno di una cultura che possa in qualche modo fare da guida nel bilanciamento della differenza fra i due sessi. Le donne oggi posso andarsene dai contesti violenti, cosa che non accadeva in passato, così come molte altre cose in ambito lavorativo e familiare sono possibili per loro e il delitto è il modo più brutale di interrompere questa emancipazione. Ma è chiaro che intervengono molti fattori e, anche per questo, oggi c'è molto più controllo su queste situazioni, specie nei Paesi dove questo processo di emersione sociale è più evidente”.

L'aspetto psicologico

La domanda centrale resta cosa è possibile fare in concreto, da un punto di vista quotidiano piuttosto che con manifestazioni o attivismo: “Sicuramente lavorare per accudire il rapporto donna-figlio già dalla gravidanza, ovvero dal momento in cui si stabiliscono i primi rapporti, e poi anche nei primi anni di vita del bambino. Da lì in poi, accompagnare il percorso di educazione alla tolleranza nei confronti dei bisogni delle donne. Ma l'aspetto psicologico che non deve essere sottovalutato: imparare a riconoscere i propri problemi e avere l'umiltà di comprendere quanto occorra curare la propria mente: questo sarebbe davvero un passo importante”.

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