Prossimità alle fragilità e accoglienza, l’esperienza di Caritas Ticino

Le risposte alle fragilità sociali emergenti in Canton Ticino (Svizzera) dove, tradizionalmente, il livello del welfare è molto elevato. Interris.it ne ha parlato con Stefano Frisoli, direttore di Caritas Ticino

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Foto di Tim Marshall su Unsplash

Negli ultimi anni, le difficoltà economiche crescenti, hanno creato bisogni inediti, come ad esempio quello dei cosiddetti “woorking poors”, ovvero i lavoratori poveri e, allo stesso tempo, nuove forme di solidarietà anche in contesti come la Svizzera dove, tradizionalmente, il livello di welfare è sempre stato molto forte.  Interris.it, in merito all’esperienza di prossimità alle fragilità messa in campo da Caritas Ticino, ha intervistato il dott. Stefano Frisoli, in Caritas Ticino dal 1997, vicedirettore dal 2017 e direttore della stessa dal 2022.

Stefano Frisoli, direttore di Caritas Ticino (@ Christian Cabello)

L’intervista

Direttore, quali sono le nuove fragilità emergenti nel Canton Ticino? In che modo, la Caritas, sta operando su questo versante?

“Caritas Ticino è la Caritas della diocesi di Lugano. Il mandato delle Caritas è chiaro: ci si occupa delle povertà. Parlare di questo argomento in Ticino e in Svizzera è molto diverso rispetto al farlo in altre parti del mondo perché c’è un dato di contesto, ovvero che il welfare è molto forte. C’è un’ipotesi di fondo che, in qualche modo, è molto legata all’assistenzialismo per il quale, se ci sono i soldi, abbiamo risolto i problemi. La realtà invece è che, anche in una società evoluta con una possibilità importante di supporto alla marginalità, esistono i poveri e, magari, si declinano in modalità diverse rispetto a quelle che, comunemente, si hanno in mente. In altre parole, la povertà non è legata all’indigenza. Non ci sono persone che dormono per strada o problemi per poter aver un pasto, ma è altissima la quota di persone che sono sole, in condizione di fragilità personale, psicologica e fisica oppure legata a percorsi di interruzione del lavoro perché, magari, alla soglia dei cinquant’anni, si sentono dire che non sono più adatti a lavorare. Andare in contro a queste marginalità significa entrare in una modalità diversa di interazione, la quale non è più sussidio economico come momento primo, ma diventa relazione d’aiuto, ovvero entrando in una logica nella quale, insieme, si può accogliere ed immaginare un percorso di supporto che ha altri elementi. Il tema è quale immagine di sé e quale possibilità di riprogettazione personale è pensabile.”

Quali sono gli auspici futuri di Caritas Ticino per venire incontro alle fragilità emergenti?

“Il tema è come ci sentiamo di accogliere, ovvero non più nella logica di erogare dei servizi come viene fatto dallo sportello statale e, la Caritas, non può ragionare in questi termini. Abbiamo bisogno di costruire legami reali e concreti sul territorio. L’accoglienza della marginalità deve significare partecipazione ai problemi i quali, oggi, sono di uno ma, domani, possono essere di un altro. Dobbiamo uscire dalla logica secondo la quale c’è qualcuno che ha bisogno e gli altri non ne hanno. Tutti noi invece, nella nostra personale e professionale, possiamo esprimere bisogni differenti. C’è bisogno di trovare dei luoghi in cui, questi ultimi vengono consegnati. La comunità cristiana, in tale compito, ha il vantaggio di potersi scegliere come luogo, partendo dalle parrocchie, dai gruppi, dalle associazioni e dal riconoscimento dentro un percorso di popolo, rispondendo ai bisogni in una logica d’insieme.”